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L’era post-antibiotica, come ci siamo finiti e come ne usciamo

Come siamo arrivati qui? Nei capitoli precedenti della nostra serie sull’antibiotico-resistenza si è dato un quadro della situazione presente e delle possibili ricadute nel prossimo futuro. Le cause della diffusione incontrollata di Superbugs sono molteplici. Ad esempio, è risaputo come nell’allevamento intensivo si faccia un uso massiccio di antibiotici ad ampio raggio per prevenire l’insorgere di epidemie del bestiame
Dal blog di Open Wet Lab - 23 gennaio 2017 - 15:27

La congresswoman e microbiologa Louise Slaughter ha dichiarato che quasi l’80% degli antibiotici sul mercato Americano sono impiegati in questo settore. In altri Paesi è anche peggio. Questo fenomeno crea un terreno fertile per la comparsa di ceppi multiresistenti, che possono essere veicolati direttamente nelle nostre cucine e potenzialmente nel nostro corpo nel caso di carni poco cotte. 

 

In un report del 2011 stilato dal CDC e dal U.S. Department of Agriculture si afferma come il 65% della carne di pollo e il 44% di quella di manzo risultasse positiva per batteri resistenti alla Tetraciclina. Così come il maiale, che ospitava ceppi resistenti a ben cinque gruppi di medicinali, caso analogo quello della Colistina in Cina.

 

Un altro problema è senz’altro la mancanza di una rigida osservazione dei criteri di distribuzione. La tanto tirata in ballo disinformazione gioca un ruolo non indifferente, con antibiotici che vengono prescritti per trattare infezioni virali (assolutamente inefficaci) o semplici stati di malessere non definito. Quando una medicina del genere entra in corpo, fa piazza pulita di tutto quello che può, favorendo la crescita e propagazione di batteri resistenti, e la volta in cui davvero si ha bisogno di quel tale antibiotico ci si trova in brache di tela. Non a caso insieme a cure di questo genere vengono spesso prescritti dei fermenti lattici, in grado di ripopolare parzialmente l’apparato digerente con batteri benefici. Secondo il Journal of the American Medical Association, più del 50% degli antibiotici prescritti sono inappropriati o inutili. Abuso, misuso, dosaggi e periodi di cura errati contribuiscono all’insorgenza di resistenza. Questo è particolarmente un problema in Paesi con meno accesso ai farmaci, in cui la distribuzione non è bilanciata e controllata a sufficienza.

 

Come ne usciamo?

Ci sono principalmente tre modi di affrontare questa situazione.

Il primo è non fare nulla, accettare il fatto che l’uso di antibiotici comporti dei costi in termini di vite e denaro di gran lunga inferiori al ‘non usarli’ e sperare che il fenomeno della resistenza si stabilizzi nei prossimi anni. Ci sono delle ragioni con basi biologiche per questa scelta. Infatti i meccanismi per cui un batterio acquisisce resistenza sono spesso sconvenienti per la sua stessa crescita, in quanto richiedono un enorme dispendio di energia. Per capire meglio, è come se alcuni di noi nascessero con una pesante corazza di piombo che ci rende immuni a catastrofi radioattive. In una situazione a la ‘dott. Stranamore’ tale corazza ci farebbe comodo, nel 99 % degli altri scenari no. Senza contare che a volte l’acquisizione di resistenza ad un antimicrobico può causare invece sensibilità ad un altro. E’ quindi di base uno ‘svantaggio’ per un ceppo essere portatore di resistenze multiple. Di conseguenza vi sono alcuni pareri riguardo al fatto che questo fenomeno sia auto limitante.

 

Impedire l’accesso a questo tipo di farmaci si rivelerebbe comunque dannoso, anche perchè per ora non si conoscono esattamente le modalità ‘errate’ di assunzione che portano con sicurezza all’insorgere di resistenza, rendendo la regolamentazione molto spinosa. Una seconda alternativa è invece tentare di prevenirne l’abuso, che è senza ombra di dubbio un catalizzatore ben noto. A questo proposito giocano un ruolo fondamentale gli enti regolatori e la diagnostica, di modo che l’assunzione sia strettamente correlata al bisogno. Di cruciale importanza anche il rapporto educativo medico-paziente, che spesso non è efficace in quanto pur di curare il proprio assistito, il terapista potrebbe mettere da parte gli interessi dei pazienti futuri.

 

La terza via da percorrere è, senza ombra di dubbio, creare nuovi antibiotici. Forse la più intuitiva, ma finora la più ardua. Non a caso l’industria degli antibiotici ha visto chiudere i battenti a reparti di case farmaceutiche di tutto rispetto. Tra queste abbiamo GlaxoSmithKline, Roche, anche Pfizer che quest’anno ha annunciato grossi tagli al budget della loro sezione antimicrobici. Un fatto sconfortante è che la maggior parte delle migliori armi in circolazione sono ancora i principi attivi di vecchia scuola, scoperti a metà ‘900. Queste molecole un po’ arrugginite e con tutti i loro acciacchi continuano a salvare vite, com’è possibile? Penicillina e altre molecole datate furono scoperte proprio perché estremamente potenti, sarebbe stato quasi più difficile NON scoprirle. Madre Natura ci ha messo tra le mani qualcosa che è stato perfezionato in milioni di anni, non serve un genio per capire come sia perlomeno ‘non facile’ migliorarlo. Infatti le centinaia di antibiotici esistenti sono in realtà raggruppabili in pochissime classi, ciascuna corrispondente al meccanismo d’azione della molecola a cui si ispira. Le differenze che abbiamo introdotto noi si sono concentrate più che altro sulla stabilità di tali molecole, sulla solubilità ed altri parametri per spianare la strada al vero principio attivo.

 

Come se non bastasse, gli approcci conoscitivi tentati negli ultimi anni non si sono rivelati utili in questo senso finora. Trovare validi bersagli e artiglieria, con tecniche anche molto avanzate di biologia molecolare e computazionale, si è rivelata un’impresa oltremodo ardua.

 

Con i grandi produttori che abbassano la saracinesca e le evidenti difficoltà incontrate dalla comunità scientifica, il numero di antimicrobici approvati dalla FDA è calato da 1 al mese negli anni ‘80 fino a 2 all’anno nel 2011. Il gravoso compito di far approdare sul mercato nuove idee è per ora svolto da alcuni piccoli gruppi o startup nati perlopiù negli ultimi anni, oltre che in ambito accademico, dove comunque il budget si è di molto ristretto. Tali piccole imprese non hanno una base economica abbastanza solida per portare avanti i necessari test clinici, di conseguenza se promettenti i loro brevetti vengono acquistati da industrie più grosse, che per il resto del tempo stanno a guardare. Questo perché l’ombra dei superbugs, per quanto minacciosa e potenzialmente estesa, è ancora considerata dal punto di vista economico una questione di nicchia. Inoltre una scomoda ma ben nota verità è che l’antibiotico (se efficace) rappresenta non un trattamento, ma una cura. Per chi vuole vedersi rientrare le centinaia di milioni investiti per lo sviluppo, vendere un farmaco che dopo una sola applicazione fa perdere il paziente è purtroppo sconveniente. Per questo grossi investimenti in termini di ricerca, tempo, denaro in questo campo non sono visti di buon occhio.

 

Per fortuna che invece di piangersi addosso, il mondo della ricerca continua a sfornare nuove idee e stimoli, in particolare troviamo alcuni esempi di nuovi antibiotici tuttora in fase di studio che provano a rompere il cerchio della resistenza.

Una delle alternative che promette meglio risiede nell’unire le forze con un alleato discutibile, i virus.

 

Esistono infatti alcuni ceppi di virus detti Batteriofagi, che infettano in modo specifico alcune specie di batteri per riprodursi al loro interno. Tali virus sono totalmente innocui per i tessuti del nostro corpo, non generano risposte immunitarie indesiderate e una volta eliminati tutti i batteri sensibili vengono degradati. Ma il vantaggio principale consiste nel fatto che è praticamente impossibile per un batterio divenire resistente al virus in questione, infatti il batteriofago è in grado di evolvere alla stregua dell’ospite che infetta, una caratteristica finora unica per un farmaco.

 

Un altro caso è quello di Shu Lam, una dottoranda 25enne all’Università di Melbourne. Lam sta testando con successo l’utilizzo di speciali polimeri proteici che ucciderebbero le cellule batteriche strappando la loro membrana, abbastanza piccoli per intaccare le cellule umane, ma troppo grossi perché il batterio possa difendersi. Il messaggio è ‘avrai anche il caschetto, ma se invece che tirarti i sassolini ti faccio rovinare addosso un macigno, allora ho vinto io’.

Non finisce qui, alcuni potenziali sostituti degli antibiotici convenzionali si trovano persino andando a scavare nel passato. In particolare si vuole citare il caso dell’Acriflavina, un comune antisettico scoperto nel 1912 e usato negli ospedali durante la grande Guerra. Si presenta come una polvere rossastra, e nonostante le sue proprietà promettenti fu presto rimpiazzata dalla Penicillina dopo il 1950. Fino ad oggi però, nessuno aveva idea di come l’Acriflavina effettivamente funzionasse. Studi recenti dimostrano che tale molecola è in grado di legare il DNA su specifiche sequenze, inducendo il richiamo di una forte risposta immunitaria localizzata da parte dei tessuti esposti, utile per combattere virus e batteri. Il fatto di agire per vie trasverse e sfruttare il nostro stesso sistema immunitario, rende anche questo farmaco potenzialmente immune alla resistenza.

 

Non finiamo mai di stupirci, studi promettenti trovano peptidi antimicrobici persino nel latte materno del diavolo della Tasmania, un marsupiale carnivoro indigeno dell’Australia, mentre nuove molecole al momento sotto indagine sono in grado di invertire lo stato di resistenza su meccanismi condivisi da molteplici ceppi.

 

Non si può che essere ottimisti e sperare che alcune di queste nuove e stimolanti soluzioni vedano la luce del giorno, in un futuro in cui ne avremo senz’altro bisogno.

Tutto considerato, dobbiamo rassegnarci all’idea che probabilmente non ci libereremo mai veramente di questi piccoli e controversi coinquilini. Forse imparando a conoscerli riusciremo a rendere questa convivenza possibile per entrambi.

 

Per approfondire (LINK NECESSARI IN QUANTO CONTENENTI LE PRINCIPALI FONTI):

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