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Le signore della scienza, da Montalcini e Curie al gene editing

Negli ultimi dieci anni si è assistito alla straordinaria crescita delle biotecnologie. Una tecnologia innovativa non cambia solo i geni, ma anche gli stereotipi: la possibilità di modificare il genoma è una scoperta tutta femminile
Da sinistra le ricercatrici Charpentier e Doudna
Dal blog di Open Wet Lab - 02 febbraio 2017 - 19:50

L’attuale decennio si sta rivelando straordinario per il mondo delle biotecnologie. Una rivoluzione che sta tutta in sei lettere: CRISPR.

No, non ho sbagliato lo spelling, è proprio questo il nome di una tecnologia senza precedenti che permette di modificare il genoma di qualsiasi essere vivente. Come? Grazie ad una proteina molto versatile chiamata Cas9 che può tagliare il DNA in modo preciso: questo avviene grazie a particolari RNA - detti appunto crispr RNA - che, essendo complementari al DNA a livello della sequenza delle basi azotate, si appaiano con esso indicando a Cas9 dove deve avvenire il taglio.

 

Progettando filamenti di crispr RNA ad hoc è possibile quindi indurre i tagli desiderati in qualsiasi genoma in maniera molto precisa. (Per saperne di più, guardate qua). Essendo una tecnologia versatile e relativamente economica - rispetto alle altre tecniche per fare lo stesso tipo di manipolazioni - CRISPR ha già trasformato i protocolli di lavoro di tantissimi laboratori. Oltre la ricerca, porta grandi speranze nel campo della terapia genica, ovvero la possibilità di curare malattie genetiche modificando direttamente il DNA delle persone che ne sono affette.

 

Potremmo ora descrivere le tantissime e straordinarie potenzialità del sistema CRISPR/Cas9, ma in questa occasione dedicheremo la nostra attenzione a come questo avanzamento tecnologico sia andato di pari passo con un’altra trasformazione lentamente in atto: quella della parità di genere nel mondo scientifico.

 

Nel mondo accademico di Europa e Stati Uniti persiste da decenni una curiosa stranezza: sebbene le lauree scientifiche siano equamente distribuite tra maschi e femmine, solo un quinto dei professori delle stesse università sono donne (un po’ di numeri, su Italia ed Europa qui). La progressiva uscita delle donne dal percorso delle carriere accademiche - definita la leaky pipeline (tubatura che perde, ndr) - viene attribuita principalmente all’atavica serie di pregiudizi secondo cui gli uomini sono considerati in generale più competenti e addirittura meritevoli di una paga migliore delle loro colleghe con un identico Curriculum vitae.

 

Dimmi almeno una scienziata femmina”: credo che a tutte le bambine questa domanda sia stata posta almeno una volta da qualche saccente coetaneo maschietto. Fino a pochi anni fa, in testa non avevo molto oltre alle blasonate Montalcini e Curie. Tuttavia, se mi richiedessero nomi e cognomi oggi, comincerei a parlargli delle pioniere di CRISPR.

 

Il sofisticato sistema di 'taglia e cuci' molecolare fu inizialmente osservato in certi tipi di batteri come meccanismo di difesa alle infezioni virali. Nel 2012 la francese Emmanuelle Charpentier e l’americana Jennifer Doudna pubblicarono in collaborazione uno studio in cui per la prima volta si provava che lo stesso sistema era riprogrammabile in vitro per modificare qualsiasi genoma desiderato. Sebbene un magro 5% dei premi Nobel ad oggi assegnati siano andati a donne, puntare su di loro per un riconoscimento nei prossimi anni non è certo un azzardo.

 

Un successo quasi imprevisto per Charpentier: dopo un inizio di carriera negli Stati Uniti, sceglie audacemente di tornare in Europa, dove si è dedicata per 15 anni a ricerca di base in microbiologia e genetica, settori di scarso interesse per prospettive applicative e soprattutto per investimenti.

 

Oggi invece, a 48 anni, dirige a Berlino uno degli istituti della società Max Planck, la più grande organizzazione di ricerca in Germania e tra le maggiori in Europa. Una carriera accademica sempre sulla cresta dell’onda invece quella della collega Doudna: vissuta tra le migliori università statunitensi, dal dottorato ad Harvard sotto il premio nobel Jack Szostak, all’università di Berkeley in California, dove oggi dirige un suo laboratorio nel quale continua a studiare il sistema CRISPR/Cas9.

 

A differenza di Charpentier però, Doudna oggi non è solo famosa per i suoi meriti accademici: consapevole della portata della sua scoperta e delle numerosi questioni etiche che essa apre, la professoressa di Berkeley è diventata il volto del dibattito attorno a CRISPR dentro e fuori dalla comunità scientifica. “Mi sembra ovvio che la creazione di maggior fiducia nella scienza sarà ottenuta al meglio incoraggiando le persone coinvolte nella genesi di una tecnologia a partecipare attivamente alla discussione sui suoi utilizzi. Questo specialmente in un mondo dove la scienza è globale.” - scrive Doudna in una lettera alla rivista Nature.

 

Come se non bastassero ricerca, divulgazione e dibattiti pubblici per avere una vita impegnata, Doudna e Charpentier - e le istituzioni che rappresentano - sono anche nel pieno di una battaglia legale sulla proprietà intellettuale di CRISPR con il ricercatore americano Feng Zhang, del Broad Institute di Harvard e MIT, un altro grande fautore del progresso delle CRISPR technologies. Zhang è stato il primo a testare l’efficacia in cellule vive del sistema disegnato da Doudna e Charpentier ed è riuscito ad ottenere il brevetto della tecnologia nonostante le due ricercatrici l’avessero depositato 6 mesi prima. Un brevetto che non significa solo il riconoscimento formale - probabilmente perfino un Premio Nobel - per l’invenzione, ma soprattutto un sacco di soldi.

 

L’innovazione va necessariamente a braccetto con gli investimenti, ed è così che nascono le cosiddette spin-off, aziende che sviluppano scoperte e tecnologie provenienti dalla ricerca accademica, spesso fondate dalle stesse persone che le hanno portate alla luce. Ed è esattamente quello che hanno fatto i pionieri di CRISPR di cui vi abbiamo già parlato.

 

Dall’accademia all’azienda lo status quo per le women in science poco cambia: il grande disequilibrio a favore degli uomini nella distribuzione delle poltrone dirigenziali porta a parlare del cosiddetto glass ceiling effect (effetto del soffitto di cristallo, ndr). Si tratta della situazione per cui non sembrano esserci apparenti ostacoli all’accesso ai piani alti delle compagnie, tuttavia le donne non riescono ad accedervi, come se fossero bloccate appunto da un invisibile soffitto di cristallo. Nelle spin-off di CRISPR non sembra esserci però nessuna barriera astratta.

 

Katrine Bosley è presidente e amministratrice delegata di Editas Medicine dal 2014. Questa spin-off è stata fondata da Zhang, Doudna - distaccatasi all’insorgere della battaglia per il brevetto - e George Church sotto l’ala del Broad Institute di Harvard e del MIT. Si occupa di sviluppare nuove strategie di terapia genica con CRISPR. Dopo la formazione scientifica in biologia, Bosley ha fatto la scelta non convenzionale di lasciare l’accademia per intraprendere una carriera imprenditoriale nel settore privato. Da allora ha lavorato per moltissime compagnie emergenti e pionieristiche del settore biofarmaceutico, ricoprendo ruoli manageriali di ogni tipo, sia negli Stati Uniti che in Europa. Una carriera che la stessa Bosley definisce “un mosaico di assunzione di rischi imprenditoriali, alla ricerca costante di nuove prospettive.”

 

Caribou Biosciences, la spin-off dell’UC Berkeley, si concentra invece sul migliorare le potenzialità di CRISPR in campo agricolo e industriale. La compagnia è stata fondata nel 2014 dal gruppo della professoressa Doudna, di cui faceva parte Rachel Haurwitz. Non aveva nemmeno finito il suo dottorato quando è diventata amministratrice delegata di Caribou a 28 anni, essendo stata l’unica tra i co-fondatori volenterosa di lanciarsi nell’imprevedibile biotech business. La sua intraprendenza è stata sicuramente premiata: cavalcando al meglio l’onda di entusiasmo attorno alla tecnologia, la compagnia conta su finanziamenti per circa 40 milioni di dollari. Haurwitz è anche co-fondatrice della compagnia collaterale Intellia Therapeutics, che si occupa di terapia genica ed è oggi il principale concorrente di Editas.

 

Non c’è niente di fenomenale o esotico in queste donne di scienza. Potremmo raccontare di moltissime altre professioniste con storie simili. E vi prego: facciamolo. Forniamo esempi, profili, cambiamo i nostri paradigmi e abbandoniamo gli stereotipi che ci impongono ad associare un certo ruolo o una certa professione ad un solo genere.

 

Che una tra le più straordinarie innovazioni del decennio stia raggiungendo la ribalta insieme ad una nuova classe di innovatrici, mi fa ben sperare che nella prossima generazione le bambine non rimarranno più senza parole davanti a un coetaneo presuntuoso. E magari in quella dopo ancora nessuno vedrà più il senso di iniziare discussioni assurde.

 

(di Emma Dann)

 

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