Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento
Di Paolo Foradori, Scuola di Studi Internazionali
La scadenza e il mancato rinnovo del trattato sulle armi nucleari New START, che metteva un tetto agli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia, rappresentano un’altra pessima notizia per la sicurezza e la stabilità internazionale. Ciò avviene in una fase già segnata da un drammatico aumento della conflittualità – dall’Ucraina al Medio Oriente – e dall’intensificarsi della competizione tra grandi potenze.
Il New START (Strategic Arms Reduction Treaty), firmato da Washington e Mosca nel 2010 ed entrato in vigore nel 2011, limitava a 1.550 il numero di testate nucleari strategiche dispiegate da ciascuna parte e imponeva restrizioni ai sistemi di lancio in grado di trasportarle, come missili balistici intercontinentali, missili lanciati da sottomarini e bombardieri pesanti. Un elemento fondamentale del trattato era anche il sistema di verifica reciproca: scambi di dati, notifiche periodiche e ispezioni in loco, strumenti che hanno garantito trasparenza e prevedibilità anche nei momenti di forte tensione politica. All’avvicinarsi della scadenza, formalmente prevista il 5 febbraio, né Donald Trump né Vladimir Putin hanno dimostrato un serio interesse a negoziarne una sua estensione o a sostituirlo con un accordo aggiornato e più ampio.
Dopo la fine di altri strumenti di controllo degli armamenti, come il trattato INF, il New START era rimasto l’ultimo pilastro della stabilità nucleare tra le due principali potenze atomiche, e che insieme detengono circa il 90% delle armi nucleari attualmente esistenti nel mondo. Per la prima volta in oltre cinquant’anni, Stati Uniti e Russia non hanno più vincoli giuridicamente vincolanti che impongano limiti quantitativi né obblighi di trasparenza sulle rispettive forze strategiche.
Nell’attuale contesto di crescente instabilità, il venir meno di quest’ultimo accordo rischia di aggravare ulteriormente le tensioni globali. In particolare, si rafforza la possibilità di una nuova corsa agli armamenti, si indebolisce significativamente l’intero regime di non proliferazione e disarmo e, soprattutto, si rilancia la centralità delle armi nucleari e della deterrenza nella conduzione degli affari internazionali.
Nell’immediato non è chiaro quali possano essere le conseguenze concrete. Tuttavia, i segnali provenienti dall’amministrazione Trump – dall’ipotesi di sviluppare nuove armi nucleari alla possibile ripresa dei test, dopo una moratoria volontaria durata molti decenni – destano forte preoccupazione.
Anche l’eventuale apertura di un nuovo negoziato appare complessa. La volontà statunitense di coinvolgere la Cina in un accordo trilaterale aggiunge un’ulteriore difficoltà. Pechino ha più volte rifiutato l’idea di sedersi allo stesso tavolo di Washington e Mosca, sostenendo che il proprio arsenale è molto più piccolo e che eventuali limitazioni debbano riguardare anzitutto le due principali potenze nucleari. Tuttavia, la Cina sta rapidamente ampliando le proprie capacità atomiche, alimentando diffidenze e rendendo ancora più difficile un’intesa condivisa.
L’unica certezza è la rinnovata salienza delle armi nucleari. Tutti gli Stati dotati di arsenali atomici stanno modernizzando le proprie forze e i programmi missilistici. Le aspirazioni verso il disarmo sembrano allontanarsi, mentre il rischio di ulteriore proliferazione è reale: il dossier iraniano ne è un esempio evidente. Inoltre, le tensioni transatlantiche, le difficoltà della NATO e la percezione di una minore credibilità dell’impegno americano alla difesa degli Alleati riaprono interrogativi sull’ombrello nucleare statunitense. In Asia orientale, Corea del Sud e Giappone discutono sempre più apertamente di opzioni autonome. Anche in Europa il dibattito sulla creazione di capacità nucleari proprie non è più un tabù.
La scadenza e mancato rinnovo del New START segnano così non solo la fine formale di un trattato, ma l’ingresso in una fase più incerta e potenzialmente più pericolosa dell’ordine internazionale.










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