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| 16 maggio | 12:05

Uomini e cani: l’avventura di una compagnia

"La meticcia Billie nera e lucente come la Holiday del jazz, la cane che ti seguiva come un’ombra e con te ha percorso milioni di passi in dodici anni di cammino, e tu ti senti d’improvviso un uomo senza ombra, sguarnito e abbandonato. Ferito dalla sua assenza. Per via della loro vita troppo breve commisurata alle nostre, i nostri cani, che ci hanno insegnato la gioia di vivere, ci insegnano anche la malinconia del morire e la speranza di risorgere. Perciò i cani sono involontari maestri di filosofia. E meritano la nostra riconoscenza"
DAL BLOG
Di Paolo Ghezzi - 16 maggio 2026

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)

Succede che l’ombra della morte rapisca la tua cane (cagna no, è brutto, è parola sporcata dall’uso ingiurioso umano), la meticcia Billie nera e lucente come la Holiday del jazz, la cane che ti seguiva come un’ombra e con te ha percorso milioni di passi in dodici anni di cammino, e tu ti senti d’improvviso un uomo senza ombra, sguarnito e abbandonato. Ferito dalla sua assenza.

 

C’è chi la coglie, quest’assenza. E magari la ricorda come “un canguro” festoso. E chi invece non comprende perché “questa dimensione non mi appartiene”, oppure dà un suggerimento sbrigativo: “Prenditene un altro”. La prima risposta racchiude una limitazione dello sguardo (e dunque dell’empatia). La seconda equivoca il rapporto uomo-cane, scambiandolo con un qualsiasi possesso di cose: ma un essere vivente (e senziente) non è un telefonino.

 

Lo sguardo del cane non è lo sguardo del gatto. Il meraviglioso felino ti guarda ma la sua anima ti sfugge dietro i suoi occhi. Il cane ti guarda e ti comunica un affidarsi sconfinato. Se volete, è anche l’aspetto “ricattatorio” di questa relazione interspecifica: l’innocenza totale del cane, la sua assoluta fiducia in te, il suo illimitato attenderti ne fanno un essere verso cui non puoi non sentire riconoscenza, compassione, amore. E anche ammirazione.

 

Le virtù del cane sono ben note a chi ha vissuto o vive con uno di loro: l’innocenza assoluta, l’affidamento totale, la fedeltà infinita, la pazienza sconfinata, la gratitudine piena. Non sono virtù “umane” che dovremmo reimparare?

 

Virtù mai apprese e calpestate dai ragazzetti tarantini che hanno ucciso Bakary Sako “come un cane”: non si dice così? I ragazzetti del “branco” (di nuovo la degradazione al regno animale del gesto umano “bestiale”!) avevano perduto irrimediabilmente l’innocenza dell’infanzia e degli animali.

 

Un leone è innocente, “naturale”, anche nella sua predazione; la massima ferocia, non naturale ma perversamente praticata, è sempre quella espressa dagli uomini, dotati di cervello superiore e di linguaggio e di filosofia e perciò pienamente responsabili dei propri crimini di dis-umanità.

 

Si capisce dunque (con le dovute eccezioni delle razze pericolose e dei cani allevati male, o addirittura educati a fare il male) che è molto più umanamente arricchente la relazione con un cane, naturalmente buono, rispetto al rapporto con un cattivo essere umano. C’è qualcosa di male, di sbagliato, in questo intrecciare sentimenti armonici con una specie vivente diversa?

 

Spiega bene Carlo Coccioli nel meraviglioso “Requiem per un cane” (nella foto, l’immagine di copertina, accanto a Billie a Martignano): i nostri compagni e complici, sono vita allo stato puro, vita irriflessa, vita senza complicazioni, certo anche energia rompiballe, quando disturbano i vicini con il loro abbaiare, o spaventano i postini o scavano i giardini. Ma è vita dal vivo. Che non ti inganna mai, perché – esentati dalle complicazioni del linguaggio e delle relazioni umane – non dicono mai parole che ti feriscono o ti deludono (come quasi sempre accade tra gli amici umani), non ti lanciano mai uno sguardo gelido, sprezzante, traditore, ipocrita, ingannevole.

 

Dunque li amiamo perché ci sono incondizionatamente fedeli ma anche perché sono – finché non si ammalano – spudoratamente vivi. Quando si entrava nella redazione del Dolomiti e ti accoglieva Giotto il lagotto del direttore, capivi che era un bel posto, allegro e vivo, per lavorare.

 

Quando ci lasciano un Ariel o una Billie (io dei cani non so nulla, mai letto un manuale, neppure l’abc, dopo il breve interludio con Jalla il profugo di guerra del Kuwait, mi sono fermato all’A e alla B), le nostre case diventano improvvisamente più vuote, più grigie, ordinatissime e silenziose: una vita ci ha abbandonato e si sente, eccome.

 

Sul senso etico e sul fondamento teologico dell’amore per gli animali, si discusse vivacemente, nella nostra rivista il Margine, tanti anni fa. L’argomento resta controverso. Il poeta cattolico Carlo Betocchi, in tarda età, si dichiarava non più credente proprio perché la Chiesa non riconosceva l’onda universale del respiro dei viventi che include il bruco e la formica, e riservava il paradiso esclusivamente agli esseri umani e non ai loro piccoli compagni viventi.

 

Paolo De Benedetti, maestro di Bibbia ed ebraismo di Piergiorgio Cattani, la mette così: “L’animale che io guardo e che mi guarda, con cui io parlo e che, a suo modo, mi parla, fa parte completamente del mio prossimo”. E dunque ha pari diritto alla resurrezione, se un’altra vita ci sarà. E aggiunge: “Ecco un attributo divino che la teologia non ha scoperto: la compassione e l’amore per gli animali; e poiché l’imitazione di Dio consiste proprio nell’attuazione in noi dei suoi attributi, è difficile che un uomo riesca a manifestare in sé l’immagine divina se non ama gli animali”.

 

Se poi pensiamo alla sofferenza degli animali (inclusa la loro macellazione per scopi alimentari) è ancora più “scandalosa”. Perché è la sofferenza dell’innocente, incapace di fare il male per il male, che è invece un attributo dell’essere umano cosciente e consapevole. Tolstoj racconta che, quando partì per la guerra in Caucaso senza salutare il suo bulldog Bulka, per non farlo soffrire, il cane spaccò una finestra della casa e corse per venti chilometri (d’estate, sotto il sole che bruciava) fino a raggiungerlo alla prima tappa della sua marcia.

 

Una dedizione che va al di là di qualsiasi devozione, un amore incontenibile. In questo senso, l’amore di cui sono capaci i cani andrebbe imitato tra esseri umani.

 

Coccioli conclude così il suo inno d’amore al suo Fiorello: “Un altro cane equivarrebbe a qualcosa di diverso, evidentemente; piuttosto che una copia tua, sarebbe una nuova e forse splendida avventura d’amore; ma ogni giorno di più mi stanca la fatica d’amare, Fiorello, sicché, invece d’agire per la moltiplicazione degli amori, comincio ad accettare la melanconia del mantenermi fedele, nell’amore, a ciò che ho amato. E per te, e per tutto quello che è stato con me e se n’è andato, continuo ad attendere con disperata speranza l’Altra Dimensione”.

 

È proprio così: per via della loro vita troppo breve commisurata alle nostre, i nostri cani, che ci hanno insegnato la gioia di vivere, ci insegnano anche la malinconia del morire e la speranza di risorgere. Perciò i cani sono involontari maestri di filosofia. E meritano la nostra riconoscenza. Perché ci insegnano anche la compassione per tutti gli esseri umani innocenti che ogni giorno vengono messi a morte, dalla ferocia umanissima e disumana dei nostri simili umani.

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