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Coltivava marijuana per usarla contro il dolore, al processo spiega al giudice la sua storia

'Dovevo scegliere tra gli oppiacei che mi procuravano pesanti effetti collaterali e il mercato illegale dello spaccio". Ora ha la ricetta per la cannabis terpeutica. Luca Zeni sentito come testimone: "Non sempre è facile reperire il farmaco"

Di Donatello Baldo - 11 novembre 2017 - 06:54

TRENTO. "So bene che le leggi mi condannano, ma le leggi devono pur tener conto del mio dolore", dice questo al giudice Borrelli l'uomo che è finito a processo per aver coltivato alcune piantine di marijuana con l'intento di lenire la sua sofferenza.

 

"So di non aver agito formalmente nel rispetto della legge - spiega nelle dichiarazioni rese in aula - ma i miei intenti erano quelli, ingenui e trasparenti, di un ragazzo con una disabilità che cercava di venire a capo di una situazione che non era ancora prevista dalle leggi ordinare".

 

Dopo un incidente il dolore ad un arto non se n'è più andato. Un dolore insopportabile, trattato con antidolorifici a base di oppiacei. Farmaci che inducono assuefazione e tolleranza, con dosaggi che se non vengono aumentati non danno pi lo stesso risultato. Farmaci dagli effetti collaterali molto potenti.

 

"Avevo difficoltà ad affrontare le giornate, le notti erano spesso insonni per il dolore. La nausea provocata dalla terapia - spiega l'uomo - era talmente forte che non ero più in grado di sostenere un pasto senza vomitare".

 

Depressione, perdita di peso, "Quei farmaci non mi facevano bene. Se avessi deciso di proseguire con le cure tradizionali - confessa - avrei riportato seri danni, non solo a livello fisico ma anche psicologico: lo stato di sonnolenza in cui ero metteva seriamente a repentaglio le mie attività quotidiane e soprattutto i rapporti interpersonali".

 

"Nel corso degli anni, preso dallo sconforto mi sono informato approfonditamente sulle terapie alternative contro il dolore: ho appreso che era riconosciuto il potere antidolorifico e distensivo della cannabis".

 

Davanti al giudice ammette tutto, e spiega nel dettaglio il percorso che lo ha portato all'autoproduzione di marijuana. "Prendevo atto del fallimento della terapia che mi avevano prescritto e decidevo di assumere quindi la cannabis". 

 

Si rivolgeva agli spacciatori, spendendo una decina di euro al giorno, "a volte 6 a volte 15 euro, dipendeva dalla quantità che acquistavo e da chi la acquistavo. Ma dopo aver avuto la certezza che per curarmi avrei dovuto assumerla ogni giorno ho avuto timore: avrei dovuto continuare a rivolgermi al mercato illegale".

 

"Signor giudice - ha detto l'uomo al dottor Borrelli - non ho precedenti. Né mai ho avuto problemi con la giustizia, salvo qualche contravvenzione al codice della strada. Ogni volta che andavo a comprare la marijuana avevo paura, dovevo procurami delle scorte per non dover ricorrere al mercato ogni giorno e temevo mi fermassero con grosse quantità e di essere accusato di spaccio".

 

L'imputato racconta che si era informato, che sapeva della possibilità di accedere alla 'cannabis terapeutica' fornita dal Servizio sanitario internazionale. Ma il Trentino non si era provveduto subito a inserirla nel LEA aggiuntivi (i Livelli Essenziali di assistenza). Se si voleva, su ricetta medica, si pagava fino all'ultimo centesimo.

 

Fino all’agosto 2016 il Servizio Sanitario Provinciale non forniva preparati a base di cannabis (come invece ora avviene): "Era possibile procurarla fuori provincia affrontando costi per me improponibili (dai 22 € ai 36 € al grammo). Al tempo l'imputato era disoccupato, con l'invalidità al 60%, un arto è immobilizzato.

 

Quando ha scoperto che la legge gli riconoscerebbe l'uso di cannabis ma ad un prezzo altissimo, l'uomo si è sentito "solo e confuso". Il mercato legale era per lui impossibile, quello illegale non voleva frequentarlo: "Così ho iniziato un' auto-produzione domestica destinata puramente alla assunzione personale".

 

Poi sono arrivati i carabinieri, "Sono entrati in casa hanno trovato le piantine e un po’ di foglie e rametti secchi. In quel momento mi sono sentito crollare il mondo addosso: ero spaventato e seriamente preoccupato perché non avevo altra alternativa di cura".

 

Dopo il sequestro e la denuncia, per continuare la terapia, l'uomo si è rivolto a un neurologo che, riconoscendo per la sua patologia la cannabis terapeutica, gli ha prescritto il farmaco. In Trentino, seppur da pochi giorni l'Azienda sanitaria avesse deciso, dopo un'apposita delibera di Giunta, la gratuità del farmaco, di preparati a base di cannabis non se ne trovavano.

 

E' stato obbligato a rivolgersi fuori provincia, spendendo 330 euro per 10 grammi, il fabbisogno per 5 giorni. "Per questo acquisto sono stato aiutato economicamente dalla mia famiglia, in particolare da mio padre (su cui cerco di pesare il meno possibile)".

 

"Inizialmente ho pensato che mi avrebbero rimborsato i 330 euro spesi: come potete capire una spesa non sostenibile se pensiamo ad una utilizzazione costante e regolare nel tempo. Poi l’Azienda Sanitaria mi ha precisato che la gratuità del servizio è condizionata alla prescrizione di uno specialista dell’Azienda sanitaria trentina".

 

In Trentino si è rivolto ad un medico che di cannabis non ne ha voluto sentir parlare: la prescrizione era ancora di oppioidi, di farmaci della stessa classe della morfina, per capirsi. "Il mio medico di base mi ha sconsigliato di assumere questi farmaci per evitare il sovraccarico epatico, e comunque ricadere negli stessi effetti collaterali dei farmaci che prendevo in precedenza"

 

Alla fine ce l'ha fatta, ora ha la ricetta del Bedrocan, emessa regolarmente dal medico dopo il riconoscimento anche da parte dell'Azienda sanitaria trentina che per la sua patologia sono indicati i preparati a base di cannabinoidi.

 

"Mi permetta Signor Giudice di ricordare che anche da quando ho le prescrizioni, trovare la cannabis terapeutica in farmacia è un’impresa - ha concluso l'imputato - e vorrei che questo processo fosse di incentivo a rendere più concretamente fruibile e accessibile la cannabis terapeutica".

 

Al processo in qualità di testimone anche Luca Zeni, l'assessore alla Salute che ha risposto alle domande dell'avvocato Fabio Valcanover che difende l'imputato. Ha dovuto ricostruire le fasi del procedimento amministrativo che dalla delibera hanno portato l'Apss a normare la distribuzione del farmaco. 

 

Ha poi spiegato che i farmacisti, attraverso l'Ordine, hanno paventato la possibilità di non dotarsi del farmaco se non fossero stati aiutati economicamente dalla Provincia: 9 euro al grammo rimborsati alla farmacia sono troppo pochi per coprire le spese e dunque la Provincia di Trento è l'unica che ha accettato l'integrazione. 

 

Sono poi intervenuti medici ed esperti ma la discussione proseguirà il 15 dicembre quando quasi certamente si arriverà a sentenza e il giudice dovrà decidere se quest'uomo è colpevole o innocente

 

 

 

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