A Trento torna ''l'Impact Journalism'', Liberti: ''Il mondo del giornalismo e il terzo settore si devono alleare''
In occasione del festival "Tutti nello stesso piatto" torna a Trento la seconda edizione di Impact Journalism con Fabio Ciconte, direttore di Terra! e Stefano Liberti, giornalista, regista e scrittore. Domenica ci sarà la prima nazionale del documentario "Soyalism"

TRENTO. Creare figure professionali, in grado di coniugare l’indagine sul campo con una “campagna di pressione”, per produrre cambiamento. Un'alleanza tra il mondo del giornalismo con il mondo delle associazioni, del volontariato e terzo settore, questo uno degli obiettivi dell'impact jornalism un nuovo modello che negli ultimi anni si è diffuso in Europa e anche in America e che sta muovendo i primi passi anche in Italia.
Proprio questo fine settimana, a Trento, in concomitanza con la kermesse “Tutti nello stesso piatto” e l'impegno del Centro Servizi Volontariato, si terrà la seconda edizione di Impact Journalism, il programma di formazione ideato da Terra!
Una sorta di workshop che vede la collaborazione anche dell’Ordine dei Giornalisti e la partnership del settimanale Internazionale e Non Profit Network.
Durante gli incontri saranno analizzate alcune inchieste sulle filiere alimentari condotte con il metodo dell’impact journalism, immaginando una campagna di sensibilizzazione/azione parallela all’indagine sul campo.
Le lezioni saranno tenute da Fabio Ciconte, direttore di Terra! e Stefano Liberti, giornalista, regista e scrittore. “Il futuro del giornalismo – ha spiegato Liberti a ildolomiti.it – è quello di creare alleanze con il volontariato e il terzo settore”.
Perchè è importante tenere questo workshop?
Oggi è fondamentale avere dei giornalisti che abbiano un approccio che sia orientato a trovare delle soluzioni e amplificare l'impatto dei loro lavori che non si esaurisce solo con la pubblicazione o con la semplice denuncia. Dall'altro è importante che ci siano delle associazioni, delle organizzazioni e dei gruppi della società civile che riescono ad amplificare l'impatto di questo lavoro.
L'idea è quindi quella di creare delle forme di alleanza tra questi due mondi. Fino ad oggi però in Italia questo è avvenuto poche volte. Cosa manca?
Il giornalismo è diventato un po' troppo autoreferenziale ed negli ultimi anni si è aperto poco alla società. Ha svolto il suo ruolo di “cane da guardia” ma questo non doveva esaurirsi lì. Avrebbe dovuto anche spingersi un po' oltre cercando di proporre le soluzioni ad alcuni problemi evidenziati.
Anche il terzo settore ha avuto le due colpe.
Si, forse anche le organizzazioni del terzo settore hanno troppo privilegiato solamente l'aspetto della campagna.
Perchè il giornalismo si è comportato in questo modo?
C'è sia un problema di cultura che un problema dal punto di vista economico finanziario. Oggi la cultura del giornalismo che vediamo è legata ad un vecchio metodo. Il giornalismo di inchiesta non è stato molto in voga in Italia sia per come sono fatti i giornali ma anche perchè comunque ha un costo. I media main stream quando vendono meno copie e ci sono poi problemi finanziari, vanno a tagliare proprio quel giornalismo più approfondito.
Riuscirà ad affermarmi in futuro il modello di impact journalism?
Questo modello si sta affermando un po' alla volta come è avvenuto nel resto d'Europa. Ci vuole tempo e ci vogliono risorse finanziarie che possono venire anche da altri mondi. Oggi siamo ancora in una frase embrionale. In giro per l'Europa ci sono già diverse fondazioni e centri di ricerca che decidono di sostenere questo modello per ragioni di bene comune e del giornalismo investigativo. In molti si tanno impegnando per la promozione di una società diversa.
Cosa imparerà chi frequenterà il workshop che si terrà a Trento in questo fine settimana?
Lo spirito è quello di creare e dare strumenti per immaginare un tipo di inchiesta giornalista che possa avere un impatto e capire come fare alleanze con il mondo del volontariato. Il giornalista deve avere quello scatto mentale che fa non solo fare lo scoop ma anche essere in grado di produrre un impatto.
Domenica in conclusione del festival “Tutti nello stesso piatto” ci sarà la proiezione, in anteprima per l'Italia, del suo ultimo documentario: Soyalism. Di cosa parla?
E' un lavoro portato avanti con Enrico Parenti negli ultimi 3 anni ed uscito in anteprima mondiale ad Amsterdam. A Trento ci sarà la prima proiezione in Italia. E' un documentario di giornalismo investigativo, supportato da alcune fondazioni.
Ci racconta come in un mondo sempre più sovrappopolato e in preda ai cambiamenti climatici, il controllo della produzione dei beni alimentari sia diventato un enorme business per una manciata di poche gigantesche aziende. Seguendo la filiera di produzione industriale della carne di maiale, dalla Cina al Brasile passando per Stati Uniti e Mozambico, il documentario descrive l’enorme movimento di concentrazione di potere nelle mani di queste ditte, che sta mettendo fuori mercato centinaia di migliaia di piccoli produttori e trasformando in modo permanente paesaggi interi.
In qualche modo anche questo documentario può rientrare in un modello di impact journalism perchè sostenuto da Altromercato e Terra onlus e poi può essere usato come strumento di advocacy da parte delle organizzazioni.













