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Asili nido, il Trentino-Alto Adige la regione più costosa. Dopo i tagli alle rette annunciati dalla Giunta la situazione è confusa. Grosselli (Cgil): “C'è il rischio che siano iniqui”

La situazione degli asili in nido in Trentino è piuttosto confusa, non certo solo per le scelte annunciate da Fugatti sui tagli alle rette. Se la nostra provincia rappresenta uno dei territori dove le famiglie pagano in media di più (437 euro) e la regione quello dove si paga di più (472), il sistema creato per ridurre le tariffe taglierebbe fuori chi ha un Icef più alto di 0.4 e rischierebbe di portare sanzioni ai più poveri

Di Davide Leveghi - 30 ottobre 2019 - 20:14

TRENTO. Frequentare l'asilo nido in Trentino-Alto Adige rappresenta un investimento non indifferente. Se infatti la media nazionale per un bimbo al nido in Italia nell'anno corrente 2019/2020 equivale a 303 euro, nella nostra regione una famiglia media ne paga 472. A dare questi numeri è l'Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva nell'ambito del progetto “Consapevolmente consumatore, ugualmente cittadino”, finanziato dal ministero dello Sviluppo economico.

 

La retta più bassa si paga in Molise – 169 euro – mentre le regioni settentrionali si caratterizzano per una spesa media più elevata per le famiglie, anche se in decremento rispetto all'anno precedente. Stabile la situazione al centro, con una crescita nel Meridione del 5,1%. Il capoluogo più costoso sarebbe Lecco, in Lombardia, con 515 euro di spesa media a famiglia, mentre il più economico Catanzaro, in Calabria, dove le famiglie spendono in media 100 euro al mese.

 

La copertura del complesso di bambini con la frequentazione dell'asilo nido è in tutta la penisola piuttosto bassa. Solo un bimbo su 5, infatti, frequenta l'asilo. La percentuale maggiore si trova in Umbria (34,3%) mentre la minore in Campania (6,7%). La media nazionale è del 21,7% e sono solo sei le regioni che la superano, compreso il Trentino-Alto Adige, che si attesta al 25,3%.

 

Tale ricerca, basata sulle rette applicate al servizio di asilo nido comunale in tutti i capoluoghi di provincia, fa riferimento ad una famiglia tipo composta da tre persone – due genitori e un minore tra gli 0 e i 3 anni – con un indicatore Isee pari a 19900 euro. Le rette rilevate, per il cui calcolo non sono state considerate né le eventuali agevolazioni attivate dai Comuni o dalle giunte provinciali e regionali, né quelle di derivazione nazionale, fanno a loro volta riferimento all'anno corrente e riguardano i soli asili nido a tempo pieno.

 

Informazioni a riguardo sono consultabili sul sito di Cittadinanzattiva (qui il link).

 

 

Ma la situazione nella provincia di Trento, anche alla luce delle tanto sbandierate misure di abbattimento delle tariffe da parte della giunta Fugatti, qual è? Questa estate, infatti, la giunta leghista aveva deciso di riutilizzare i fondi una volta garantiti dalla Provincia di Trento alla cooperazione internazionale ad alcune agevolazioni, tra cui quelle appunto per le rette del nido. In attesa dell'approvazione del bilancio, fissata per il dicembre 2019, le agevolazioni sono entrate in vigore basandosi sul parametro del reddito.

 

Tutte quelle famiglie che pagano tra i 250 e i 136,37 euro ricevono dalla Provincia di Trento dei dimezzamenti della retta. Un sistema di agevolazioni ereditato dalla giunta precedente e approfondito con ulteriori misure, parecchio complicato da capire e ancor da più da gestire,  come dimostrato dalle critiche avanzate dai sindacati (qui l'articolo).

 

“Il funzionamento è un vero e proprio guazzabuglio – spiega il sindacalista Cgil Andrea Grosselli – e funziona su tre livelli. Innanzitutto il singolo Comune decide una quota che ciascuna famiglia deve pagare in base a diversi parametri. In un secondo momento, quando si fa la richiesta di assegno unico provinciale la Provincia concede sulla base dell'Icef dei primi aiuti alle famiglie. In un terzo momento anche l'Inps, quindi a livello statale, si concede un bonus per il figlio al nido di 136,37 euro per 11 mensilità, a prescindere dal reddito”.

 

“La misura attuata dalla Provincia – continua – approfondisce le misure già approntate dalla giunta Rossi dimezzando le attuali tariffe per coloro che pagano una tariffa provinciale tra i 250 e i 136,37 euro. A questo punto però si crea una doppia questione: chi supera i 250 euro, cioè chi ha un indice Icef superiore allo 0.4, circa un terzo dei beneficiari del servizio, rimane escluso dalle agevolazioni. Chi sta sotto i 136,37 euro, invece, cioè le famiglie più povere, rischia di subire sanzioni laddove richiedesse il bonus statale all'Inps”.

 

Il nodo cumulabilità fra le agevolazioni provinciali e statale, infatti, pare non essere stato ancora risolto. Si è creato così un sistema in cui vige un'effettiva discriminazione per coloro, appartenenti ai ceti medi e alti, che pagano di più, e il serio rischio di ulteriori costi per chi non è in grado di sostenerli. Il sistema, per ora, appare pertanto segnato da qualche falla.

 

“La Giunta non ha risposto agli appunti fatti dai sindacati al tempo dell'annuncio della misura – conclude Grosselli – noi avevamo proposto che si chiedesse allo Stato la competenza diretta in materia, evitando così che il cittadino dovesse rivolgersi prima alla Provincia e poi all'Inps, o che si stabilisse che tutti dovessero pagare più di 136,37 euro, cifra che l'Inps avrebbe poi concesso. In sostanza la giunta Fugatti si è ritrovata un problema dal passato, ma avrebbe dovuto agire meglio o ascoltarci. Fatta così, la misura rischia di essere iniqua”.

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