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Bullismo, tra le vittime anche i giovani delle minoranze. La psicopedagogista: "E' vero, in classe serve più cultura e meno esclusione"

Bullismo e cyberbullismo tendono spesso a colpire gli stessi ragazzi: tra quanti hanno riportato di aver subìto ripetutamente azioni offensive attraverso i nuovi canali comunicativi una o più volte al mese, ben l’88% ha subìto altrettante vessazioni anche in altri contesti del vivere quotidiano.

Di G. Fin - 13 giugno 2019 - 06:01

TRENTO. Bullismo non solo tra i banchi da scuola. Anche in Trentino da ormai diversi anni il comportamento da bullo si trasferisce sempre più spesso nel virtuale, nelle chat del telefono oppure nei social network a partire da Instagram e Facebook. E' anche questo uno dei fenomeni più in aumento tra i giovani e a confermarlo sono anche le rielezioni Istat. Ed è proprio da questi dati che esce un altro indice altrettanto grave, quello riferito ad un fenomeno che colpisce duramente sempre più i giovani di cultura diversa da quella italiana. 

 

In Trentino il tema del bullismo è stato affrontato attraverso il progetto “#GenerAzione: giovani attivi contro violenza, discriminazioni e intolleranza”, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (ai sensi dell’articolo 72 del Decreto Legislativo 3 Luglio 2017, n.117), promosso sul territorio attraverso attraverso Modavi Onlus e in Trentino da Assogiovani. (Qui l'articolo)

 

Ad incontrare i giovani a scuola sono state la sociologa e formatrice Silvia Toccoli e la psicopedagogista di Centro Percorsi Isabella Chirico che ildolomiti.it ha incontrato.

 

Dottoressa Chirico, negli ultimi anni è aumentato il bullismo tra i ragazzi? Si trova solo all'interno della scuola? Può citare qualche dato?

E’ recentissima la pubblicazione dell’Istat di un'indagine conoscitiva su bullismo e cyberbullismo (Qui l'indagine completa) . Il fenomeno è in continua evoluzione: le nuove tecnologie a disposizione, Internet o telefono smartphone e ulteriori device, sono divenuti ulteriori potenziali mezzi attraverso cui compiere e subire prepotenze o soprusi: i luoghi del bullismo escono quindi dalle mura scolastiche e si espandono alla rete, costituendo una “comunità virtuale “che assume le caratteristiche emotive di quelle reali. Bullismo e cyberbullismo tendono spesso a colpire gli stessi ragazzi: tra quanti hanno riportato di aver subìto ripetutamente azioni offensive attraverso i nuovi canali comunicativi una o più volte al mese, ben l’88% ha subìto altrettante vessazioni anche in altri contesti del vivere quotidiano.

Per citare qualche dato importante: il 50% degli intervistati 11-17enni riferisce di essere rimasto vittima, nei 12 mesi precedenti l’intervista, di un qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento. Quasi uno su cinque (19,8%), dichiara di aver subìto azioni tipiche di bullismo una o più volte al mese. In circa la metà di questi casi (9,1%), si tratta di una ripetizione degli atti decisamente asfissiante, una o più volte a settimana. Le ragazze presentano una percentuale di vittimizzazione superiore rispetto ai ragazzi. Oltre il 55% delle giovani 11-17enni è stata oggetto di prepotenze qualche volta nell’anno mentre per il 20,9% le vessazioni hanno avuto almeno una cadenza mensile. La percentuale di soggetti che ha subìto prepotenze una o più volte al mese diminuisce al crescere dell’età passando dal 22,5% fra gli 11 e i 13 anni al 17,9% fra i 14 e i 17 anni.
Per quanto riguarda il cyberbullismo, questo ha colpito il 22,2% di tutte le vittime di bullismo. Nel 5,9% dei casi si è trattato di azioni ripetute (più volte al mese). La maggior propensione delle ragazze/adolescenti a utilizzare il telefono cellulare e a connettersi a Internet probabilmente le espone di più ai rischi della rete e dei nuovi strumenti di comunicazione. Tra le 11-17enni si registra, infatti, una quota più elevata di vittime. Circa il 7% dei bambini tra 11 e 13 anni è risultato vittima di prepotenze tramite cellulare o Internet una o più volte al mese, mentre la quota scende al 5,2% tra i ragazzi da 14 a 17 anni.

A livello nazionale questo fenomeno “sembra più diffuso nelle aree del Nord Italia e nelle zone maggiormente a rischio. A conferma che i ragazzi che vivono nelle zone poco disagiate hanno una più bassa quota di incidenza di bullismo e cyberbullismo”.

 

Come reagiscono i minori vittime di vessazioni?

La maggioranza, soprattutto le ragazze ritiene che confidarsi con le persone più vicine sia la strategia migliore per definire la reazione e il comportamento da tenere. Tanto che il 65% considera una strategia positiva il rivolgersi ai genitori per chiedere aiuto e il 41% ritiene opportuno parlare agli insegnanti. Un’altra elevata quota di studenti- fa sapere il presidente dell’Istat- si confida con amici, fratelli o sorelle. Quanto alla strategia con cui difendersi, un 40% ricorre all’indifferenza per non dare peso alla cosa. Il 29% fa finta di nulla e il 25% prova a riderci sopra.

 

La scuola è aperta a minori italiani ed etnie differenti: è rilevante questo dato? In cosa?

I ragazzi di culture altre subiscono in misura relativamente maggiore episodi di bullismo rispetto agli italiani: la quota di coloro che hanno sperimentato almeno un episodio offensivo non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi nell'ultimo mese è del 17 per cento più̀ elevata di quella riscontrata per il gruppo di controllo di studenti italiani.

I ragazzi che sembrano essere più̀ “esposti” a episodi di prepotenza e/o comportamenti vessatori da parte dei loro coetanei sono i filippini (42% in più̀ rispetto agli italiani), i cinesi (32% in più̀ rispetto agli italiani), e gli indiani (27% in più̀ rispetto agli italiani). Si tratta delle collettività̀ che l’indagine Istat ha individuato come meno integrate nella comunità nei confronti del paese ospitante. Le collettività maggiormente incluse sono risultate essere Ucraina e Albania.

Nelle scuole secondarie di primo grado si registra una differenza più̀ ampia tra italiani e etnie altre rispetto a quanto avviene nelle scuole di secondo grado. Le culture altre che hanno subito episodi di bullismo nelle secondarie di primo grado sono, infatti, il 18% in più̀, rispetto ai coetanei italiani; in quelle di secondo grado la differenza scende al 12%.

Per tutti gli ordini di scuola, i maschi di altre culture mettono in luce uno svantaggio rispetto ai coetanei italiani più̀ elevato di quello che si registra tra le ragazze straniere e italiane. In generale la quota di ragazze di etnia altra che subiscono episodi di bullismo è del 13% più̀ elevata rispetto a quella delle coetanee italiane. Per i maschi la differenza con gli italiani è del 20%.

Quali sono i sintomi a cui stare attenti e che possono essere segnali di qualcosa di grave?

La pre e adolescenza sono da sempre considerate periodi ad alto rischio di disagio psicologico, gli studi recenti confermano l’esistenza di un malessere significativo: in Europa, una quota tra il 10% e il 20% degli adolescenti soffre di disturbi comportamentali. Il disagio e la vulnerabilità sono talmente diffusi che sembrano assumere uno aspetto “fisiologico” dell’adolescenza, caratterizzata a volte da una scarsa soddisfazione per la propria vita. La vittimizzazione rappresenta un ostacolo rilevante al benessere sociale, emozionale e all’andamento e/o adattamento scolastico: le vittime sono affette da disturbi quali la solitudine, la depressione, l’ansietà, l’insicurezza, la bassa autostima e un’eccessiva passività nelle relazioni sociali. Inoltre, nei casi estremi la vittima può arrivare a gesti di autolesionismo fino al suicidio.

 

Perché il cyberbullismo è considerato o si può considerare una forma di bullismo?

Ciò che accade in rete attraverso il cyberbullismo è una forma di bullismo, che si manifesta nel contatto virtuale dapprima e che ha ricadute estremamente conflittuali e traumatiche nel reale.Il cyberbullismo consiste nell’invio di messaggi offensivi, insulti o foto umilianti tramite sms, e-mail, diffuse in chat o sui social network, allo scopo di molestare una persona per un periodo più̀ o meno lungo. Un aspetto che differenzia il cyberbullismo dal bullismo tradizionale consiste nella natura indiretta delle prepotenze attuate in rete: non c’è un contatto faccia a faccia tra vittima e aggressore nel momento in cui gli oltraggi vengono compiuti. Considerate le caratteristiche della comunicazione virtuale, per poter definire un atto di bullismo elettronico, la persistenza nel tempo ha un ruolo meno rilevante. Anche una singola offesa divulgata a molte persone attraverso Internet o smartphone può̀ arrecare danno alla vittima, potendo raggiungere una platea ampia di persone contemporaneamente ed essere rimbalzata dall’uno all’altro in modo illimitato, ampliando notevolmente la gravità e la natura dell’attacco.

Bullismo e incapacità di esprimere le proprie emozioni. Sono due questioni collegate?

Una chiave di lettura si può trovare nella differenza ad esempio tra bulli e vittime nella capacità di leggere le emozioni. Da uno studio di Fonzi sulle capacità che hanno i primi e i secondi di riconoscere i segnali di emozioni quali felicità, tristezza, paura, rabbia, sorpresa e disgusto, in se stessi e negli altri, risulta che le vittime presentino per tutte le emozioni una competenza inferiore, sia riguardo ai bulli, sia riguardo al gruppo di controllo. Questa difficoltà nel riconoscere le emozioni – non approfondirò qui le possibili dinamiche originarie – potrebbe essere una delle conseguenze della vittimizzazione. Appare difficile per chi subisce infatti sostenere il peso psicologico della mancanza di controllo sulla propria vita, e talvolta le vittime tendono a negare il problema, ad annullare la propria sofferenza emotiva o a colpevolizzarsi, riconoscendo a se stesse un falso potere, accusandosi di essere causa determinante di quanto accade, come se fosse normale la loro sorte: per soffrire meno bisogna sentire meno la sofferenza, per sentire meno l’infelicità occorre sentire meno il tutto.

 

Il bullo o la bulla vanno puniti? Cosa è necessario fare?

È necessario approcciarsi a questo fenomeno nell’ottica della prevenzione e con la consapevolezza di entrare a contatto con forme diverse di disagio. Quindi se vogliamo parlare di “sanzione” deve essere considerata e strutturata in quanto educativa: come tale, non deve avere carattere di natura vendicativo o di logica di “potere”, non deve altresì umiliare, né escludere, ma deve essere un mezzo per invertire la rotta. Può essere benefico assegnare un ruolo diametralmente opposto a quello del persecutore: come ad esempio, il fare da tutor ai bambini più piccoli. Oppure: “condannatelo a leggere”, come hanno fatto in Germania, per recuperare i responsabili di atti vandalici e di bullismo.

 

Si fa abbastanza a scuola?

Bisogna saper distinguere le scaramucce dalle azioni persecutorie e dalla violenza vera e propria”. Anche Anna Oliverio Ferraris, professoressa di psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma e autrice di “Piccoli bulli e cyberbulli crescono” (BUR 2017) raccomanda agli insegnanti di porsi in ascolto e osservare le interazioni dei propri alunni.

Non è da escludere infatti che un bambino oggetto di scherzi pesanti o battute denigratorie dica di divertirsi. Ma un buon osservatore si accorge che in realtà le cose stanno diversamente. Così come, se non si fa nulla, si corre il rischio che l’immagine di duro e violento si fissi come una seconda pelle su chi agisce da bullo.

Diviene necessario promuovere e favorire una alleanza scuola – famiglia e una formazione permanente e supervisione dei casi, specifica all’interno della scuola, con le Istituzioni e personale esperto: attuare programmi curriculari di intelligenza emotiva, di educazione alle differenze, di convivenza pacifica nelle e per le diversità, di cooperatività fino ai valori di altruismo e reciprocità vs la discriminazione e l’esclusione.

Apprendimento, emozioni e cultura sono profondamente connesse tra loro. Chi può dire chi si deve amare? Chi ha diritto di negare l’identità di qualcun altro/a? chi stabilisce come ci si debba mostrare, come ci si debba vestire, quale tipo di vita e di relazioni desiderare? Oltre lo stereotipo, oltre ciò che si vede, siamo molto di più.

 

 

E in famiglia cosa dovrebbero fare i genitori?

Ai genitori posso dire di che, anche se può capitare di non sentirsi in grado di dare subito le risposte “giuste” a ciò che richiedono i nostri figli, a cosa sia “normale” (cioè, della maggioranza) o del loro delicato, complesso e unico universo fatto di desideri, emozioni, sentimenti in continua e veloce evoluzione, è di imparare ad ascoltarle, quelle domande, seppur non siano dette a parole. Di affiancare i nostri figli nella fatica di cercare quelle risposte nella forma più rispettosa per ciascuno e per le persone altre che incontrano nella loro strada. È nel loro diritto, quello di crescere, accompagnati da adulti affidabili e autentici, piuttosto che da adulti spaventati o distratti. Impegnarsi a riformulare alcuni tratti della comunicazione tra genitori e figli, cercando di restare il più possibile consapevoli di sé e delle proprie reazioni. Consiglio spesso una lettura “L’età dello tsunami” di Alberto Pellai, per “apprendisti” genitori e la pre/adolescenza. Nel caso in cui la fatica dovesse acuirsi consiglio di contattare i riferimenti interni della scuola o personale specialista in adolescenza.

 

 

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