Contenuto sponsorizzato
| 21 set 2019 | 06:01

Clamorosa sentenza: il Parco di Paneveggio condannato a pagare 1 milione di euro alla famiglia dell'uomo morto dopo essere caduto in una trincea

La Corte d'Appello ha dato ragione (dopo che in primo e secondo grado l'esito era stato l'opposto) alla famiglia di Paolo Di Lena trovato morto in un pozzetto di una trincea nel 2006. L'uomo era lontano dal sentiero oltre 50 metri e c'era la neve ma per il tribunale il Parco avrebbe dovuto indicare il pericolo. Il presidente Grisotto: ''Sentenza clamorosa perché d'ora in poi chi assicurerà più enti gestori di aree naturali come le nostre. Che facciamo recintiamo tutte le migliaia di trincee che ci sono?''

Clamorosa sentenza: il Parco di Paneveggio condannato a pagare 1 milione di euro alla famiglia dell'uomo morto dopo essere

TRENTO. E' un vero e proprio terremoto quello partito dalla Corte d'Appello di Trento qualche giorno fa. Un terremoto che potrebbe investire tutto il Trentino e spingersi lungo tutto il Paese aprendo scenari inesplorati e cambiando radicalmente anche il modo di rapportarsi con la montagna e la natura in generale. Il 16 settembre, infatti, è stata depositata una sentenza clamorosa, in primis perché ha completamente ribaltato il giudizio di primo e secondo grado e poi per i risvolti politici e sociali che potrà avere.

 

E' stato deciso, infatti, che la morte del signor Paolo Di Lena, avvenuta il 6 marzo 2006, dopo essere caduto in un pozzo di una trincea della prima guerra mondiale ricoperto dalla neve e posto a oltre 50 metri dal sentiero sia ''conseguenza diretta ed immediata di (..) doverose cautele'' a carico dell'ente gestore del Parco di Paneveggio Pale di San Martino ''e non è in alcun modo collegato a comportamenti definibili come imprudenti della vittima''. E quindi ecco la condanna al Parco di Paneveggio a risarcire la famiglia di Di Lena per oltre 1 milione di euro.

 

''Il problema non è la somma in sé - spiega il presidente del parco Silvio Grisotto alla luce del fatto che comunque il parco è assicurato e quindi non dovrebbero esserci problemi nel reperire le risorse -. Il problema vero è che dopo una sentenza del genere  bisognerà vedere quali assicurazioni decideranno di coprire una qualsiasi realtà come la nostra o un qualsiasi altro ente gestore, come potrebbe essere la Sat o il Cai. Qui infatti si va a dire che qualsiasi cosa accada in un'area naturale gestita da qualcuno è di sua responsabilità, compreso l'incidente più imprevedibile. Non stiamo parlando, infatti, di un sinistro avvenuto su un sentiero o di un omissione o un errore compiuto da qualcuno. Stiamo parlando di una ghiacciaia di una trincea lontana oltre 50 metri dal sentiero, in una giornata d'inverno, con la neve che ricopre il parco. Quale sarebbe dovuta essere la nostra responsabilità? Avremmo dovuto togliere tutta la neve per rendere visibili le trincee? O dovremmo recintare e mettere cartelli di ''attenzione'' per ogni trincea, buca, apertura? Qui ce ne sono migliaia. Vorrebbe dire trasformare le nostre montagne. Qui mi sembra che si confonda un parco naturale con un parco cittadino''.

 

La vicenda, come detto, risale al 2006: Di Lena era un turista padovano di 66 anni scomparso nel parco di Paneveggio dopo una gita con le ciaspole. Fu ritrovato 20 giorni più tardi, morto assiderato, dentro una voragine di una trincea (un pozzetto profondo sei metri) sul versante sud della Cima Juribrutto a quota 2.300 metri in un punto lontano, effettivamente, 54 metri dal sentiero in una posizione più elevata rispetto allo stesso di circa 15 metri. A seguito dell'incidente la moglie e i figli dell'uomo avevano fatto causa civile contro il parco di Paneveggio (oltre al Cai che però non c'entrava nulla) chiedendo proprio un risarcimento di circa un milione di euro, sostenendo che la morte sarebbe stata evitata se vi fossero stati dei cartelli che segnalassero il pericolo.

 

In primo grado e anche in secondo i giudici avevano dato ragione al Parco spiegando che per l’ente era impossibile custodire nei modi richiesti dall'accusa un'area vastissima e non per niente definita Parco Naturale. A maggior ragione fuori dal sentiero segnalato e in periodo invernale con la neve. A marzo 2018 la sentenza della Corte di Cassazione, però, ha riaperto i giochi  I giudici hanno specificato che i precedenti tribunali si erano soffermati sull'impossibilità di controllare tutto il parco senza considerare, però, che il sentiero in questione passava vicino ai siti della Grande Guerra, luogo di attrazione specifico e quindi che la cosa sarebbe potuta capitare ad altri giunti in quota proprio per visitare tali siti.

 

La ''palla'' è quindi passata alla Corte d'Appello che si è pronunciata  il 9 maggio depositando in cancelleria le motivazioni il 16 settembre ritenendo proprio che ''quanto accaduto a Di Lena - vi è scritto nella sentenza - (non) può essere paragonato, come pretende l'appellato (il Parco di Paneveggio ndr) ai pericoli della montagna che certamente espongono a rischi di caduta ma il camino di areazione di una trincea, o ghiaccia per la conservazione dei cibi, profonda sei metri, risalente alla grande guerra in una zona in cui si trovano resti bellici, attrazione per i visitatori, integrava una vera e propria insidia non assimilabile ai pericoli, di altro genere, che il Di Lena era avvezzo ad affrontare''. 

 

Insomma, la sentenza dice che la colpa è del Parco ed ora si aprono davvero degli scenari nuovi per la gestione delle nostre montagne. Il Parco, anche con la Provincia di Trento, sta valutando il da farsi e pensando se ricorrere nuovamente in Cassazione o meno. Certo che se la sentenza passasse in giudicato potrebbe cambiare le cose e non poco e la domande del presidente del parco Grisotto diventerebbe quanto mai attuale: chi si prenderà, in futuro, la responsabilità di affrontare simili contesti? Quale compagnia deciderà di assicurare enti o strutture che si trovano a gestire situazioni che hanno a che fare con sentieri, parchi naturali, demanio provinciale e statale?

 

Risposte al momento senza risposta. E il paradosso finale potrebbe essere il seguente: che alla fine, per non rischiare niente, si decida di recintare direttamente i sentieri e le strade per limitare le escursioni e non permettere più l'accesso a prati, boschi e vallate. Tutti in fila uno dietro l'altro anche in montagna perché nessuno possa mettere a rischio l'ente gestore in alcun modo.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 09 agosto | 06:00
L'assessora provinciale alla cultura prova a spegnere la polemica, richiama "all'ordine" (perché di questo si tratta) il Consiglio [...]
Cronaca
| 09 agosto | 06:50
Sono 110 i detenuti per 88 posti in una struttura ormai fatiscente e tra le più sovraffollate del paese. E intanto gli agenti, sempre troppo [...]
Economia
| 09 agosto | 06:50
Tra le conseguenze della situazione geopolitica in atto si fa sentire per famiglie e imprese anche il caro energia. A intervenire è [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato