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Il Centro Sociale festeggia 13 anni di attività (nonostante le minacce) e appare un nuovo murales: “Pronti a resistere allo sfratto, il Bruno non si caccia”

Il Bruno come M49-Papillon sfugge alla cattura e resta libero: con il compleanno i militanti lanciano la sfida alla Provincia: “Per le scelte urbanistiche ed economiche sull’area ex Italcementi coinvolgete chi il quartiere di Piedicastello lo anima e lo vive”. Nel frattempo, mentre Moranduzzo invocava lo sgombero entro giugno (e a il Dolomiti, da buon democratico, ha detto che non risponde e non risponderà), spunta anche un nuovo murales

Di Tiziano Grottolo - 05 October 2019 - 06:01

TRENTO. Erano le 16 del 10 ottobre 2006 quando il primo gruppo di attivisti occupò l’edificio abbandonato sotto il viadotto all’ex Zuffo dando vita ufficialmente all’esperienza del Centro Sociale Bruno. Il nome venne mutuato da quello dell’orso Jj1 detto 'Bruno', un giovane esemplare di due anni alto due metri, ucciso in Baviera proprio nell'estate di quell'anno.

 

Probabilmente se il centro sociale fosse nato oggi avrebbe preso il nome di M49-Papillon, l’orso bruno catturato e subito sfuggito alla Pat che al termine di una mirabolante fuga pare essersi rifugiato nel Lagorai. Per il momento il centro sociale condivide comunque il destino dell’orso visto che come M49-Papillon rimane ancora libero.

 

Questo nonostante i proclami, le dichiarazioni di chi, come il consigliere provinciale leghista Devid Moranduzzo, invocava l’intervento delle forze dell’ordine “entro giugno”(a proposito abbiamo provato a chiamarlo per un commento ma ci ha risposto che si ''prende la responsabilità'' e a noi de il Dolomiti non dichiarerà niente “né domani, né oggi, né in futuro” il che spiace perché il consigliere leghista, come tutti gli altri consiglieri provinciali, è pagato da tutti i contribuenti, compresi noi e compresi voi che state leggendo in questo momento e la sua scelta di non parlare con qualcuno lede il diritto ad essere informati di tante persone dimostrando una preoccupante incapacità al confronto del consigliere leghista in Provincia anche per render conto di quello che fa non solo per sedersi sui comodi scranni).

 

Insomma lo spazio occupato è ancora lì e si appresta a festeggiare il suo tredicesimo compleanno e lo fa con una grande novità, già ben visibile: sulla parete che si affaccia sull'Adige è spuntato, infatti, un nuovo murales. “L’esperienza del Centro sociale Bruno supera i 10 anni – spiegano i militanti – mattoncino dopo mattoncino stiamo costruendo uno spazio libero e autonomo, una casa comune nella quale non ci sono recinti ideologici o steccati pregiudiziali, ma tanta voglia di sperimentare nuovi modelli di democrazia, di lottare per cambiare in meglio questa città e questo presente imbarbarito di guerra all’umano e alla vita, di sfruttamento e precarietà”.

 

Un anno travagliato quello che sta attraversando il centro sociale che a giugno 2018, poco prima delle elezioni provinciali, ricevette la lettera con la quale ‘Patrimonio del Trentino’, l’ente della provincia che ne gestisce gli immobili, comunicava la cessazione del contratto di ‘comodato d’uso’ e il conseguente sfratto previsto per l’8 giugno di quest’anno (QUI articolo).

 

A marzo, sempre di quest’anno, alcuni esponenti politici espressione del nuovo governo provinciale avevano chiesto con forza l’attuazione dello sgombero chiedendo di mettere in campo: “Tutti i mezzi giuridici a disposizione”, compreso l’uso della forza.

 

Il Bruno ha risposto lanciando un’importante mobilitazione contro lo sgombero alla quale hanno risposto centinaia di persone e decine di associazioni che hanno espresso la loro solidarietà a quelli che sono diventati a tutti gli effetti degli occupanti (QUI articolo).

 

“Rimandiamo questa disdetta al mittente – affermavano gli attivisti – da oggi parte ufficialmente la campagna ‘Il Bruno non si caccia’ e basta questo a spiegare quelle che saranno le nostre iniziative e il nostro percorso da qui in avanti”, e così è stato.

 

Detto fatto, finora hanno avuto ragione, anzi a ben vedere hanno già resistito più dell’ex ministro dell’interno Matteo Salvini che aveva redatto la ‘black-list’ dei centri sociali italiani da sgombrare (risparmiando però gli spazi presidiati dai neofascisti), tra questi c’era anche il Bruno di Trento.

 

Al netto delle diverse opinioni, partendo dai progetti culturali, all'impegno per i diritti di tutte e tutti, sono tantissime le attività che si sono alternate o hanno trovato spazio all’interno dell’edificio di Piedicastello. Si va dalla ciclofficina, ai progetti per imparare l'uso di software liberi e della lingua italiana, ma anche rassegne cinematografiche, progetti per valorizzare i prodotti locali e l'uso sostenibile delle risorse naturali.

 

Ma non solo al Bruno si discute, “perché tutto è politico” e allora spazio a convegni, conferenze, rassegne musicali e momenti di confronto per parlare di accoglienza, inclusione e socialità.

 

Queste sono solo una parte delle attività messe in campo dai militanti ma che ora devono fare i conti con le decisioni della politica istituzionale che ha deciso che lì non possono più stare.

 

Piaccia o meno le iniziative del Bruno sono sempre state molto partecipate e probabilmente anche il compleanno che si appresta a festeggiare non sarà da meno e dal 9 al 13 ottobre ci sarà una rassegna di eventi “per festeggiare un altro anno di resistenza, lotta e autogestione” (QUI il programma completo).

 

Da parte loro gli attivisti incalzano la Provincia chiedendo dove verranno trovati i soldi per portare avanti una progettualità che per il momento rimane molto vaga e fumosa sull’area ex Italcementi. Per ora si è parlato solo dell’abbattimento dell’edificio che ospita il centro sociale, unica certezza all’interno del progetto visto che anche le idee avanzate a titolo gratuito dagli architetti dello studio Campomarzio sembrano essere state accantonate in qualche cassetto.

 

“Vogliamo lanciare una sfida alla politica urbanistica ed economica della città – ribadiscono i militanti del Bruno – qualsiasi scelta sull’area ex Italcementi deve vedere coinvolto il territorio e tutti coloro che vivono nel quartiere di Piedicastello. Qualsiasi riqualificazione di aree dismesse ed abbandonate, per divenire pratica vera di rigenerazione urbana ha bisogno dell’ingegno collettivo e non può essere relegata ad un mero esercizio di tecnocrazia”.

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