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| 19 feb 2019 | 13:20

Sfruttati da tre cinesi nel ristorante di sushi, dovevano lavorare anche se malati e vivere in 14 in un appartamento

In pochi mesi si registra il secondo caso in regione di sfruttamento del lavoro e estorsione ai danni di 14 lavoratori pachistani regolarmente residenti in Italia. La prima operazione della guardia di finanza è avvenuta a Riva del Garda a fine novembre, mentre in questa indagine i finanzieri sono entrati in azione a Bolzano

Sfruttati da tre cinesi nel ristorante di sushi, dovevano lavorare anche se malati e vivere in 14 in un appartamento
di Redazione

BOLZANO. Ancora guai per un noto marchio legato alla ristorazione orientale. In pochi mesi si registra il secondo caso in regione di sfruttamento del lavoro e estorsione ai danni di 14 lavoratori pachistani regolarmente residenti in Italia. La prima operazione della guardia di finanza è avvenuta a Riva del Garda a fine novembre (Qui articolo), mentre questa volta le fiamme gialle sono entrare in azione a Bolzano.

 

Arrestati tre cinesi, due uomini di 30 e 39 anni e una donna di 29 anni, rispettivamente amministratore unico e soci della società che gestiva in franchising un ristorante della catena "Sushiko". Le indagini dei finanzieri, anche in collaborazione con i sindacati, hanno messo in luce un quadro simile a quanto rilevato a Riva del Garda. 

 

I militari hanno ricostruito un sistema criminoso per reclutare manodopera in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, mediante la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o comunque sproporzionato rispetto alla quantità del lavoro prestato. A questo si aggiungono anche le condizioni lavorative e alloggiative degradanti.

 

I lavoratori, tutti di nazionalità pachistana e impiegati in varie mansioni, come camerieri, aiuto cuoco e lavapiatti venivano "arruolati" mediante il passaparola o contatti diretti. Gli imprenditori cinesi erano alla ricerca di personale regolarmente presenti in Italia e che versavano in stato di bisogno, economico e logistico.

 

 

Praticamente spalle al muro, i malcapitati sottoscrivevano contratti a tempo determinato o indeterminato, anche part time, per 40 ore settimanali (sette ore al giorno per cinque giorni e una giornata da cinque ore), che includevano vitto e alloggio. Gli stessi contratti riportavano spesso mansioni inferiori rispetto a quelle realmente svolte. Ma la realtà dei fatti si è rivelata completamente diversa.

 

Alcuni lavoratori erano stati obbligati e firmare alcuni fogli in bianco in via preventiva, questi venivano successivamente utilizzati per far risultare le eventuali dimissioni. I dipendenti erano poi costretti a lavorare 11-12 ore al giorno, non godevano di ferie (anche se i congedi risultavano comunque inseriti nelle buste paga) e potevano effettuare una sola pausa pranzo, che, spesso il sabato e la domenica, veniva negata per il maggiore afflusso di clienti al ristorante.

 

La busta paga veniva decurtata di 150 euro al mese per pagare il vitto, una modica quantità di pollo e verdura o riso, mentre se un dipendente veniva sorpreso a mangiare altro, rischiava una sorta di "sanzione" di 50 euro.

 

Non solo. In caso di assenza per malattia, i dipendenti subivano una significativa trattenuta dallo stipendio, calcolata in base al periodo d’assenza. Nell’ipotesi di infortuni certificati da strutture ospedaliere, i lavoratori venivano costretti a lavorare pur in presenza di evidenti ferite da taglio o gonfiori. In alcuni casi non potevano nemmeno recarsi al pronto soccorso, ma dovevano continuare a lavorare.

I lavoratori erano inoltre costretti ad alloggiare in un appartamento a Bolzano: lì era vietato l’uso della cucina (chiusa a chiave e utilizzata come stanza privata da uno degli arrestati), mentre i bagni erano malfunzionanti e in condizioni igienico sanitarie precarie.

 

I pachistani avevano a disposizione un posto letto e spesso erano stipati all'interno dei vani dell'alloggio, il tutto per una trattenuta in busta paga di altri 200 euro al mese. Una decurtazione che veniva effettuata nonostante l'interessato dimorasse al Centro di accoglienza in via Gobetti a Bolzano.

 

I tre cinesi sono stati arrestati, ma i dipendenti sfruttati non perderanno il posto di lavoro. Il giudice per le indagini preliminari si è, infatti, avvalso della normativa del 2016 per disporre il controllo giudiziario del ristorante. 

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