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Coronavirus: i medici del lavoro: ''Siamo un presidio fondamentale per il controllo e la gestione dell’epidemia nella fase 2''

Azelio De Santa, segretario del Trentino Alto Adige dell'associazione nazionale medici d’azienda e competenti: "I governi nazionali e locali hanno emanato numerosi, forse troppi, provvedimenti di indirizzo per le aziende, i lavoratori e i medici del lavoro"

Di Luca Andreazza - 01 maggio 2020 - 22:54

TRENTO. A poche ore dalla fine del “lockdown”, le istituzioni, le aziende i lavoratori e i loro famigliari si interrogano con qualche apprensione sugli sviluppi che la ripresa delle attività produttive potrà avere sull’andamento dell’epidemia coronavirus.

 

"Per contenere i rischi di un riavvio dei contagi - commenta Azelio De Santa, segretario del Trentino Alto Adige dell'associazione nazionale medici d’azienda e competenti - i governi nazionali e locali hanno emanato numerosi, forse troppiprovvedimenti di indirizzo per le aziende, i lavoratori e i medici del lavoro. In questi indirizzi, viene dato grande risalto al ruolo dei medico del lavoro (definito “medico competente” dal Decreto legislativo 81/08, che lo rende obbligatorio in molti luoghi di lavoro) come figura di riferimento per la gestione del rischio da Covid-19 all’interno delle aziende".

  

In questo momento così delicato,  i medici del lavoro sono così chiamati a un intenso ma stimolante impegno che si articola su vari fronti: "Un continuo aggiornamento - prosegue il segretario del Trentino Alto Adige dell'associazione nazionale medici d’azienda e competenti - su provvedimenti legislativi e regolamentari; su periodici indirizzi di istituzioni, enti di ricerca, associazioni scientifiche nazionali e internazionali; la redazione e valutazione di documenti e riunioni in videoconferenza con la gerarchia aziendale, la partecipazione ai 'Comitati aziendali Covid-19'; l’informazione a tutti i livelli;  pareri su casi dubbi o sospetti di coronavirus; cura dei rapporti con il Dipartimento prevenzione (che gestisce le politiche pubbliche sull’epidemia) e con i medici di medicina generale (che dispongono l’isolamento e la riammissione al lavoro delle persone infette o sospette)".

 

A questo si aggiunge che a livello provinciale, un rappresentante dei medici del lavoro è stato inserito nei gruppi tecnici che hanno dato alla luce i protocolli aziendali di indirizzo sulle iniziative minime da adottare nei vari comparti produttivi (industria e artigianato, edilizia, ristorazione, trasporti e logistica e così via).

 

"Il medico del lavoro - spiega De Santa - è chiamato ad assistere il datore di lavoro nell’individuazione delle misure organizzative che possono incidere sul rischio di contagio come ad esempio la modifica degli orari di lavoro e di accesso ai luoghi comuni dove possono crearsi assembramenti (come gli spogliatoi o le zone ristoro) e sull’uso dei dispositivi di protezione collettiva e individuale. D’altra parte,  il medico del lavoro è chiamato a gestire un altro aspetto molto delicato che riguarda i lavoratori 'fragili' e cioè coloro che per condizioni fisiche o psichiche siano maggiormente a rischio di contagio".

 

Recentemente, la medicina del lavoro ha acquisito uno strumento ulteriore per dare il proprio supporto: "I test sierologici per la ricerca di anticorpi anti-coronavirus. In diversi casi - conclude De Santa - questi test hanno permesso di individuare casi di infezione asintomatica riducendo così le occasioni di contagio sia lavorativo che domiciliare. La medicina del lavoro si propone quindi come un presidio fondamentale per il controllo e la gestione di un’epidemia dirompente come quella che ci affligge. Una rilevanza particolare che lo colloca tra le figure che svolgono, in modo spesso volontaristico e non retribuito, un ruolo non più limitato solo alla prevenzione dei rischi lavorativi e ma anche di grande utilità pubblica". 

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