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Coronavirus, lettera dei medici: “Il nemico invisibile è tornato in Rsa, molti operatori soffrono di disturbi post traumatici dobbiamo aiutare anche loro”

L’appello dei medici delle Rsa che chiedono di istituire una “Task force psicologica” per aiutare i sanitari ad affrontare stress e disturbi post traumatici: “Rischiamo di perdere per la seconda volta la battaglia contro il coronavirus, ora abbiamo le munizioni ma abbiamo perso i soldati in grado di sparare perché il ‘morale’ è basso e lo stress può menomare la competenza a procedere con ordine ed efficienza”

Di Tiziano Grottolo - 07 novembre 2020 - 13:11

TRENTO. Il sibilo prodotto dal flusso di ossigeno, a sua volta generato da sofisticati macchinari, è diventato un suono molto famigliare per i sanitari che si sono trovati ad affrontare il coronavirus. Per molti pazienti invece, l’ossigeno ha fatto la differenza fra la vita e la morte. La pandemia ha messo tutti di fronte a una situazione nuova, fino a poco tempo prima quasi inimmaginabile. Il contesto è cambiato, ma è ancora in evoluzione e come ogni sistema, anche quello sanitario ha bisogno di tempo per ricalibrare i nuovi protocolli. Tempo che non sempre è sufficiente perché l’epidemia corre veloce e dopo la breve tregua estiva la seconda ondata è alle porte.

 

Se una prima linea è rappresentata dai reparti Covid degli ospedali, una battaglia non meno importante si combatte quotidianamente all’interno delle case di riposo, già duramente colpite durante la prima fase della pandemia. “Il nemico invisibile è tornato, facendo ripiombare nell’angoscia tutti gli operatori delle Rsa, gli ospiti, i famigliari e non solo”, spiegano quattro coordinatori sanitari di sette strutture. Si tratta di Lorenzo Brandolani dirigente sanitario dell’Apsp Civica di Trento, Alessandro Greco alla guida dell’Rsa di Cles, Jennifer Vedruccio che segue le strutture di Predazzo e Vigo di Fassa, e Bruno Bolognani per Mezzolombardo, Mezzocorona e Borgo D’Anaunia. Quattro medici che hanno già affrontato la prima ondata (QUI la lettera di giugno) e più di altri conoscono la situazione attuale perché possono toccarla con mano tutti i giorni. Proprio per questo hanno sottoscritto una nuova lettera per sollevare questioni dirimenti e della massima urgenza.

 

“La prima ondata ha picchiato molto duro in termini di anziani che ci hanno lasciato – ricordano – molti operatori ammalati, alcuni con strascichi importanti e assenza prolungate dal lavoro. Ora con la ripresa della battaglia autunnale ci troviamo con numeri ulteriormente ridotti di personale rispetto alle necessità”. La carenza di personale però è solo una delle facce delle medaglia. “La battaglia della primavera scorsa l’abbiamo in parte persa perché non eravamo preparati all’emergenza, ci mancavano i dispositivi di protezione individuali”.

 

Mascherine, guanti, camici, visiere, tute impermeabili al virus ora sono arrivati, o perlomeno i sanitari non sono più “nudi” di fronte al Covid. Eppure ci sono aspetti per i quali le protezioni fisiche non bastano, il coronavirus non si fa strada solo nei polmoni ma aggredisce anche le menti. “Ci siamo chiesti come stavamo noi e i nostri collaboratori – ricostruiscono i medici di Rsa – abbiamo fatto un rapido cheek e ci siamo accorti che eravamo in arretrato di riposi, di ferie e, alzando le spalle, abbiamo concluso che le avremmo fatte a pandemia finita. Ora che il ritmo di lavoro e gli impegni si sono nuovamente infittiti e ci siamo accorti di alcuni elementi, che non avevamo valutato con attenzione”. Molti sanitari soffrono di stress, disturbi post traumatici fino ad arrivare a sviluppare la sindrome da burnout, aspetti che incidono sul lavoro e potenzialmente anche sulla tenuta del sistema.

 

“Abbiamo avanzato l’ipotesi che potevamo perdere per la seconda volta la battaglia nella guerra al virus e non per il motivo della primavera scorsa. Abbiamo le munizioni – sintetizzano i medici nella lettera – ma abbiamo perso i soldati in grado di sparare perché il ‘morale’ è basso e lo stress aveva menomato la competenza a procedere con ordine ed efficienza”. Gli operatori delle Rsa devono fare i conti con paura, lutti, dolore, facendosi carico della solitudine degli ospiti, fardelli che sono difficili da sopportare. Per questo i quattro coordinatori sanitari si sono fatti portavoce di questo malessere e chiedono l’intervento della Provincia, affinché accanto alla Task Force tecnica ne venga costituita una “psicologica” che possa monitorare il profondo disagio e offrire un supporto competente ai tanti sanitari provati dalla lotta contro il nemico invisibile.

 

 

 

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