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La protesta degli allevatori, bestiame riportato a valle per paura di M49: “Così non si può andare avanti”

Gli allevatori del Lagorai hanno riportato parte del bestiame a valle: una protesta, spiegano, per la presenza di M49-Papillon in zona. Il presidente degli allevatori della val di Fiemme: “In questi giorni è stata uccisa una manza mentre un’altra è stata ferita, siamo di fronte a un problema che è più grande di noi”

Nella foto a destra i segni dell'attacco di M49-Papillon ai danni di una manza
Di Tiziano Grottolo - 17 agosto 2020 - 05:01

TELVE. Non sappiamo più cosa fare” è un grido d’aiuto quello lanciato dagli allevatori del Lagorai che in questi giorni sono tornati, loro malgrado, a fare i conti con M49-Papillon, l’orso più ricercato d’Italia, fuggito per ben due volte dal Casteller e ora tornato nella zona compresa tra la val di Fiemme e la val di Fassa. La settimana scorsa il plantigrado, nonostante sia dotato di radiocollare, aveva colpito malga Agnelezza, mentre in questi giorni (manca l’ufficialità, ma in merito ci sono pochi dubbi) avrebbe ucciso una manza ferendone un’altra a Malga Cazorga (QUI articolo).

 

Ora gli allevatori esasperati hanno deciso di protestare riportando a valle i loro animali: “Oggi un allevatore è venuto a riprendersi i suoi capi – racconta Mauro Varesco presidente degli allevatori della val di Fiemme che assieme al fratello gestisce malga Cazorga e la vicina malga Stellune – io ho riportato a valle la manza che è stata uccisa e l’altra ferita”. All’appello mancano altri due capi che secondo Varesco sono stati spaventati da M49-Papillon: “Non ne ho la certezza ma è molto probabile che siano fuggiti per colpa dell’orso”.

 

È una situazione già vista per i malgari dal momento che nel 2019 lo stesso esemplare (dopo la prima fuga dal Casteller) arrivò nel Lagorai: “L’anno scorso siamo scesi dalla malghe il 5 settembre, in anticipo. Questa volta però non possiamo permetterci di scendere con tutte le bestie, abbiamo bisogno di aiuto”. Il messaggio che Varesco vuole mandare è chiaro: “Noi allevatori non siamo contro tutti gli orsi ma per questo esemplare in particolare bisogna fare qualcosa e in fretta perché noi non possiamo difenderci”.

 

Le malghe si trovano in una zona impervia, circa 250 ettari a 2000 metri di quota, sorvegliare il bestiame su un territorio così esteso è difficile: “L’altro giorno siamo stati avvisati dai forestali che l’orso si trovava in una determinata forcella, dicevano di stare attenti, ma nel frattempo avevamo già subito una predazione”. Gli allevatori sono preoccupati per il loro bestiame: “Anche noi ci affezioniamo agli animali, siamo di fronte a un problema che è più grande di noi, così non si può andare avanti”.

 

Eppure qualcosa potrebbe essere fatto, anche se la Provincia non sembra essere in grado di mettere in campo una strategia efficace per contrastare le predazioni. In buona sostanza, benché gli spostamenti dell’orso siano costantemente monitorati dai forestali, non si è ancora riusciti a dotarsi di strumenti per dissuadere l’orso dall’avvicianrsi al bestiame o avvisare i malgari per tempo. In questo modo però non si fa altro che aumentare le divisioni e i motivi di contrasto fra allevatori e ambientalisti, fra chi vuole l’orso sulle montagne e chi chiede di difendere le proprie attività. Il problema esiste ma per essere risolto serve la volontà politica di affrontarlo. 

 

 

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