''Ancora falsità sul Museo degli usi e costumi e il suo passato, dire che 'nasce il Fondo Morelli' oggi fa sorridere''
Ancora un attacco al ''passato'' del Museo degli Usi e Costumi di San Michele ma chi per anni ci ha lavorato (e lo ha diretto come Giovanni Kezich per 30 anni) non ci sta e difende il proprio lavoro: ''Anche in questo caso, negare la realtà dei fatti nuoce a tutti coloro che nel corso degli anni hanno dedicato tempo, lavoro e passione all’Archivio Provinciale della Tradizione Orale, il cui acronimo è “APTO”

SAN MICHELE ALL'ADIGE. ''Sono nuovamente a segnalare che purtroppo a mezzo stampa vengono diffuse informazioni relative al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina che non corrispondono al vero''. A scrivere è Antonella Mott, conservatrice del Museo di San Michele dal 1995 e sul tema interviene anche l'ex direttore del museo Giovanni Kezich che sempre tramite il Dolomiti vuole sottolineare che ''a onor del vero, tuttavia, vien da sorridere quando leggiamo “Nasce il Fondo Morelli” a titoli di scatola, visto che lo stesso “Fondo” è stato negli anni già più volte acquisito in blocco, a fronte di un sostegno anche materiale declinatosi via via in varie forme, da Rai, Istituto Ladino di Fassa, Istituto Mòcheno, PAT e dallo stesso Museo di San Michele, che attraverso APTO ne è da sempre titolare''.
Il riferimento di entrambi è all'articolo dell'Adige di una settimana fa dal titolo “Tradizione orale locale, nasce il Fondo Morelli”, in cui si dice che il Museo “punta a recuperare percorsi culturali accantonati qualche lustro fa”. E la questione si allarga a quanto abbiamo già scritto qualche settimana fa e quindi al martellante tentativo di far passare il dopo Kezich come qualcosa di straordinariamente innovativo e rivoluzionario in contrasto con i suoi trent'anni di direzione del museo. Un tentativo, forse, di giustificare il suo ''licenziamento'' ancora oggi rimasto per i più un mistero incomprensibile. Si ricorderà, in proposito, la lunga intervista, sempre sull'Adige, del presidente del museo Ezio Amistadi che dell'epoca Kezich ha detto: ''Siamo rimasti fermi all'epoca di Šebesta'' e poi ''Oggi dobbiamo aggiornarci'' e ancora ''Chi entra oggi nel nostro Museo si tuffa nel passato, in tutti i sensi''. Addirittura il presidente ha detto che uscendo il visitatore si porterebbe a casa una fotografia generale ''di innumerevoli oggetti disposti e affastellati in mostra senza adeguato ''racconto'', senza interazione e stimoli alla conoscenza'' concludendo che ''a queste condizioni, difficilmente la visita può essere ripetuta''.
Nell'intervista non gli veniva chiesto cosa ha fatto lui in questi due anni e mezzo da presidente (la nomina è di metà maggio 2019 e ormai è più vicino alla scadenza del mandato, fissata nel 2023, che dal via dello stesso) ma la risposta, evidentemente, stava proprio nelle sue parole se davvero tutto era fermo al 1968 quando Giuseppe Šebesta dichiarò: ''Ho creato la cassaforte dei trentini, la carta d'identità dei loro valori'', fondando il più importante museo etnografico italiano di ambito regionale''. Anche in quel caso sia Mott che Kezich erano intervenuti per ribadire come quanto contenuto in quella intervista non corrispondesse al vero. Oggi torniamo a dar spazio alle loro posizioni per chiarezza e completezza di informazione.
Sono nuovamente a segnalare che purtroppo a mezzo stampa vengono diffuse informazioni relative al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina che non corrispondono al vero. Faccio riferimento all’articolo pubblicato su l’Adige di venerdì 3 dicembre u.s. intitolato “Tradizione orale locale, nasce il Fondo Morelli”, in cui si dice che il Museo “punta a recuperare percorsi culturali accantonati qualche lustro fa”.
Anche in questo caso, negare la realtà dei fatti nuoce a tutti coloro che nel corso degli anni hanno dedicato tempo, lavoro e passione all’Archivio Provinciale della Tradizione Orale, il cui acronimo è “APTO”. A cominciare da Giovanni Kezich che, appena giunto APTO al Museo, ha voluto l’Archivio online e ha progettato la scheda consultabile oggi su internet. Ricordo, per citare solo alcune esperienze, anche Chiara Grillo, etnomusicologa, impegnata nella trascrizione dei brani musicali, che con grande scrupolo mi chiedeva aiuto per i casi in cui i versi sono in dialetto, e Michele Trentini, funzionario del Museo, che nel periodo delle registrazioni per la candidatura UNESCO della Coralità Alpina del Trentino riportava a Giovanni Kezich e alla sottoscritta le sue impressioni al termine delle sessioni di ricerca.
Ma anche Barbara Kostner e Paolo Vinati, che hanno curato il CD “Da la cuna al nar de là” la cui supervisione scientifica è del professor Ignazio Macchiarella, responsabile in quel periodo del Laboratorio di etnomusicologia dell’Università di Trento, che coordinava un gruppo di ricercatori tra cui, oltre ai sopracitati, anche Boris Ferrari, Michele Mossa, Sandra Matuella e altri, che per APTO hanno condotto tre campagne di ricerca. Il CD è nato grazie anche al proposito dell’etnomusicologo Maurizio Agamennone, dell’Università di Firenze, che era membro del Comitato Scientifico del Museo.
Che APTO, nel corso degli anni sia sempre stato oggetto di cura da parte del Museo è testimoniato per esempio dalla realizzazione del sito www.museosanmichele.it/apto reso possibile anche grazie a un finanziamento Caritro, dai fondi che via via sono confluiti e sono stati schedati, dalle trascrizioni musicali realizzate appositamente, dalle presentazioni pubbliche del database etnomusicologico, dal coinvolgimento di cori nella realizzazione dell’evento ''Canto corale e canto popolare - sei cori a confronto con l’Archivio Provinciale della Tradizione Orale”, e dal coinvolgimento del mondo della scuola, con il corso di aggiornamento per insegnanti “Musica tradizionale. Dal campo alla scuola”, ma anche con il percorso didattico che nel periodo di Natale, dal 2006 a oggi, porta maestre e alunni a realizzare la grande stella di carta che viene poi portata in processione dai novelli stellari negli spazi del Museo.
Solo nel 2020 le attività relative alla valorizzazione di APTO sono state le seguenti: conclusione della schedatura del Fondo Filippi di Faedo 1993 (40 schede) da parte di Lorenza Corradini, funzionaria del Museo responsabile di APTO succeduta a Michele Trentini; la partecipazione di Lorenza Corradini, Giovanni Kezich, Luca Faoro e Viviana Odorizzi ai Webinar organizzati dall’etnomusicologo Guido Raschieri dell’Università di Trento; il podcast ideato da Gigi Zoppello “Na bela canta de Nadàl”, con Giovanni Kezich e Lorenza Corradini, le cui puntate sono scaricabili da internet.
Anche per quanto riguarda APTO avremmo potuto fare di più, ma le risorse attribuite al Museo non ci hanno consentito di realizzare progetti che avevamo in serbo. Desidero precisare, infine, che il fondo Morelli non “nasce” nel 2021. Questo è palesemente dimostrato dalle campagne di ricerca condotte da Renato Morelli che sono già in APTO: Canti della stella; Canti popolari del Tesino; Stelle, Gelindi, tre re; canti raccolti in “Dolce felice notte”; canti della val dei Mòcheni e della val di Fassa, insieme ad altri canti, per un totale, se non sbaglio, di 515 schede, a fronte delle 1838 che fanno parte del database etnomusicologico.
Le informazioni relative a quanto specificato si trovano sul sito di APTO e su quello del Museo, pubblicate nelle pagine del tabloid “www.museosanmichele.it” e nelle news. Ci chiediamo, anche in questa circostanza, perché non riconoscere il lavoro di tante e tante persone che si sono dedicate ad APTO e perché non riconoscerne le competenze e le professionalità? Perché cancellare con un colpo di spugna ore e ore di lavoro? Si tratta, tra l’altro, ma cosa di non poco conto, di lavoro pagato con soldi pubblici, pochi ma spesi bene, per la valorizzazione di un Archivio apprezzato in tutta Italia per quello che è oggi, grazie alle ricerche e all’attenzione di tutti coloro che in APTO hanno profuso le proprie energie, tra i quali anche tutti i maestri di coro e tutti i coristi che con quanto conservato in APTO sono anni che si cimentano.
Antonella Mott














