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| 14 nov 2021 | 16:54

Il presidente del Museo Usi e Costumi ''piccona'' il suo stesso museo, l'ex direttore Kezich: ''Affermazioni ingiuriose e prive di fondamento''

In un'intervista di qualche giorno fa il numero uno del museo di San Michele, Amistadi, ha descritto il suo museo con parole piuttosto mortificanti. Ecco la replica di chi quel museo lo ha diretto per 30 anni prima di essere scaricato all'improvviso dall'assessore Bisesti: ''Ora davanti agli allestimenti permanenti viene sovrapposta una mostra di fotografie itinerante. Di solito, quando questo accade è il campanello d’allarme di quando, a condurre il Museo, nella sala dei bottoni, è entrato qualcuno che di musei non capisce niente, e che al museo neppure vuole bene, visto che non è in grado di capire che cos’è, in un museo, l’esposizione permanente''

TRENTO. ''Dispiace e avvilisce, quando questi cambiamenti vengano accompagnati, oltreché da una dose fisiologica di trionfalismo, anche da farneticazioni offensive. Perché indulgere nel borioso avvilimento di quello che è stato, e non procedere tranquillamente, a due anni e mezzo dal proprio insediarsi come Consiglio di Amministrazione, e a sei mesi dalla cacciata piuttosto ignominiosa del sottoscritto, con il famoso “rilancio” troppe volte annunciato, e con i nuovi progetti, se ve ne sono, le nuove prospettive, le nuove strategie?''. La domanda se la pone l'ex direttore del Museo Usi e Costumi di San Michele all'Adige Giovanni Kezich silurato, sei mesi fa, dal giorno alla notte dalla Giunta Fugatti, con una lettera che pubblichiamo integralmente qui sotto e che rappresenta una risposta a una lunga intervista realizzata dal presidente del Museo, Ezio Amistadi, all'Adige qualche giorno fa.

 

Un'intervista dove di fatto l'attuale numero uno del Museo di San Michele ha picconato pezzo per pezzo il suo stesso museo e l'era Kezich usando frasi come: ''Siamo rimasti fermi all'epoca di Šebesta'' e poi ''Oggi dobbiamo aggiornarci'' e ancora ''Chi entra oggi nel nostro Museo si tuffa nel passato, in tutti i sensi''. Un'intervista che a leggerla non poteva non far scaturire in chiunque la domanda cruciale: ma lei, Amistadi, che è presidente già da due anni e mezzo cosa ha fatto per non arrivare ad essere oggi ''fermi all'epoca di Šebesta''? Un'intervista che ha scatenato già la reazione di Antonella Mott stimata conservatrice del Museo dal 1995 che ha replicato al presidente dichiarando che buona parte delle sue considerazioni non corrispondono al vero (QUI L'ARTICOLO). 

 

Oggi interviene lo stesso ex direttore che spiega, passo passo, quante e quali cose sono state fatte negli anni e rispedendo al mittente quelle ''affermazioni prive di fondamento, e gratuitamente ingiuriose - scrive Kezich - nei confronti di chi, al miglioramento del Museo, alla qualità dell’esperienza della visita, e al propalarsi del suo buon nome in Italia e nel mondo, ha dedicato trent’anni di lavoro e di vita''. E ribadendo ''che il Museo possa conservare ancora l’impronta del fondatore, io lo riterrei un titolo di merito, così come il British Museum reca l’impronta di Lord Elgin e i Musei Vaticani quella di Giulio II, soprattutto quando il fondatore è un maestro riconosciuto della museografia etnografica del calibro di Giuseppe Šebesta''.

 

Poi la stoccata: ''So solo che al Museo, davanti agli allestimenti permanenti, vengono ora sovrapposte le strutture ingombranti di una mostra itinerante, di fotografie o di non so cos’altro, che stazioneranno fino a marzo inoltrato. Nulla di tanto terribile, ovvio. Ma di solito, quando questo accade – e accade prima o poi in tutti i musei del mondo – è il campanello d’allarme di quando, a condurre il Museo, nella sala dei bottoni, è entrato qualcuno che di musei non capisce niente, e che al museo neppure vuole bene, visto che non è in grado di capire che cos’è, in un museo, l’esposizione permanente''.

 

E la conclusione di Kezich: ''Ricordiamo, a questo proposito, che a Trento ha insegnato per anni un grande museologo valtellinese e poi milanese, che qui ha lasciato il segno, un tipo estroso e bonario, che però di musei se ne intendeva per davvero, e che si chiamava – qualcuno l’avrà già capito – Roberto Togni. Io con lui ho litigato tante volte, non andavamo quasi mai d’accordo, ma una cosa almeno me l’ha insegnata: che la museografia è una cultura in proprio, e che ogni museo ha una sua anima fragile e sottile, come tutte le cose, come un giornale, come una squadra di calcio, come una scuderia di F1, e che quest’anima, per continuare a esistere e a dare i suoi frutti nel tempo, deve essere soprattutto rispettata''.

 

Ecco la lettera integrale

 

Gentile Luca Pianesi,

ho letto con molto disappunto sul giornale l’Adige di giovedì 10 novembre il resoconto di un “forum” tenutosi presso la sede del giornale stesso che contiene alcune dichiarazioni poco responsabili del Presidente Amistadi secondo cui il Museo, che avuto l’onore e soprattutto l’onere di dirigere per trent’anni, sarebbe rimasto “fermo all’epoca del fondatore Šebesta”, “lasciato alle ingiurie del tempo e all’incuria dell’uomo” (sic!), affermazioni prive di fondamento, e gratuitamente ingiuriose nei confronti di chi, al miglioramento del Museo, alla qualità dell’esperienza della visita, e al propalarsi del suo buon nome in Italia e nel mondo, ha dedicato trent’anni di lavoro e di vita. Veniamo al dunque. Che il Museo possa conservare ancora l’impronta del fondatore, io lo riterrei un titolo di merito, così come il British Museum reca l’impronta di Lord Elgin e i Musei Vaticani quella di Giulio II, soprattutto quando il fondatore è un maestro riconosciuto della museografia etnografica del calibro di Giuseppe Šebesta.

 

Con tutto ciò, a partire dal 1991, il Museo iniziava una prudente rivisitazione dei propri allestimenti, che risultavano, in capo a un trentennio, quasi tutti sapientemente rinnovati, con gusto e con mano leggera, senza mai permettere che il visitatore potesse sentirsi spiazzato, nel percorrere il Museo, da un qualche salto percepibile tra vecchio e nuovo. Così, anche sotto gli strali implacabili del fondatore, che a poco a poco però si convinse, venivano rivisitate molte delle vecchie sale, ogni volta con l’ausilio di specialisti esperti del settore (Alpicoltura, con Gianni Rigoni Stern, 1992;  Filatura e tessitura, con Daniela Perco, 1992; Agricoltura, primo intervento, con Alessandro Mancabelli dello IASMA, 1993; secondo intervento 2013; Viticultura ed enologia, con la càneva, primo intervento, con Francesco Spagnolli, IASMA, 1994; secondo intervento 2015); e create alcune sale su argomenti nuovi (Devozione popolare, con Rosanna Cavallini, 1991; Usi venatori, con Sergio Dalla Bernardina, 1993; Mascalcia e zootecnia, con Fulvio Bonatti e Tarcisio Corradini, 1994; Usi nuziali, con Lorenzo Brutti, 1994; Musica popolare e di banda, con Antonio Carlini, 1994; Apicoltura, con Maurizio Valentinotti, 1995; Carnevale e riti dell’anno, con il gruppo di Carnival King of Europe, 2017): l’ultima dei quali realizzatasi con l’ausilio della fotografia 3D,  e che risulta a tutt’oggi, una realizzazione di avanguardia assoluta, a livello mondiale.

 

Parallelamente, si procedeva all’apertura di spazi originali, interamente concepiti dal sottoscritto, coadiuvato da un bravo architetto, lo stesso del Museo Archeologico dell’Alto Adige, per intendersi, e cioè le Due sale per Šebesta (1999); l’aula didattica multimediale (2003-8); e la grande Biblioteca Šebesta (2008) e poi, particolarmente apprezzata dalla gente di San Michele, la Cripta di San Michele Arcangelo (2009), con la sua raccolta di cimeli del culto micaelico che risulta seconda, nel mondo, solo a quella di Monte Sant’Angelo sul Gargano. Insieme, veniva ricomposto il giardino, con un filare di gelsi, la fontana, la grande nòria solandra, rimessi in ordine la corte e il chiostro triangolare, ricostruito il percorso di visita “elicoidale” che Šebesta aveva sempre sognato.

 

Un lavoro immane, portato avanti per tanti anni con una schiera di collaboratori interni ed esterni motivati e molto ben affiatati, condotto in economia, anzi con risorse sempre periclitanti, ma con certezza di prospettive, avendo molto ben chiaro in testa il disegno del fondatore, che veniva non solo puntualmente rispettato, ma anche arricchito e in qualche modo ingentilito. Una creatura coerente, che riusciva a combinare l’esperienza basilare della visita con le altre in offerta: didattica, spettacoli, proiezioni, convegni e seminari, eventi.

 

 

Certo, è nella natura delle istituzioni il rinnovarsi, e infatti in modo più o meno cruento si rinnovano stati e parlamenti, università e aziende private, e naturalmente anche i musei: niente di male. Dispiace, tuttavia, e avvilisce, quando questi cambiamenti vengano accompagnati, oltreché da una dose fisiologica di trionfalismo, anche da farneticazioni offensive. Perché indulgere nel borioso avvilimento di quello che è stato, e non procedere tranquillamente, a due anni e mezzo dal proprio insediarsi come Consiglio di Amministrazione, e a sei mesi dalla cacciata piuttosto ignominiosa del sottoscritto, con il famoso “rilancio” troppe volte annunciato, e con i nuovi progetti, se ve ne sono, le nuove prospettive, le nuove strategie?

 

Di queste non so nulla, e non dirò nulla (e cosa mai sarà, ci si chiede, l’”antropologia dell’arrampicata”?). So solo che al Museo, davanti agli allestimenti permanenti, vengono ora sovrapposte le strutture ingombranti di una mostra itinerante, di fotografie o di non so cos’altro, che stazioneranno fino a marzo inoltrato. Nulla di tanto terribile, ovvio. Ma di solito, quando questo accade – e accade prima o poi in tutti i musei del mondo – è il campanello d’allarme di quando, a condurre il Museo, nella sala dei bottoni, è entrato qualcuno che di musei non capisce niente, e che al museo neppure vuole bene, visto che non è in grado di capire che cos’è, in un museo, l’esposizione permanente.

 

Ricordiamo, a questo proposito, che a Trento ha insegnato per anni un grande museologo valtellinese e poi milanese, che qui ha lasciato il segno, un tipo estroso e bonario, che però di musei se ne intendeva per davvero, e che si chiamava – qualcuno l’avrà già capito – Roberto Togni. Io con lui ho litigato tante volte, non andavamo quasi mai d’accordo, ma una cosa almeno me l’ha insegnata: che la museografia è una cultura in proprio, e che ogni museo ha una sua anima fragile e sottile, come tutte le cose, come un giornale, come una squadra di calcio, come una scuderia di F1, e che quest’anima, per continuare a esistere e a dare i suoi frutti nel tempo, deve essere soprattutto rispettata.

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