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Covid, Remuzzi: “I virologi e le opinioni in contrasto? Vi spiego perché è normale, la scienza non è un insieme di principi monolitici”

La pandemia ha acceso un grande dibattito pubblico alimentato anche da alcuni esperti che si sono datti battaglia in Tv, dove si è sentito dire tutto il contrario di tutto ma il dubbio e l’errore sono componenti fondamentali della scienza e non contraddizioni. Remuzzi: “È normale essere divisi quando si sanno così poche cose sul coronavirus, ma i politici non dovrebbero fare meno degli scienziati per prendere le decisioni”

Di Tiziano Grottolo - 28 January 2021 - 21:24

TRENTO. Da dove viene? Quando è comparso per la prima volta? Perché colpisce di più gli uomini rispetto alle donne? Gli asintomatici trasmettono la malattia? Il richiamo al vaccino va posticipato? I lockdown servono veramente? Queste sono solo una minima parte delle domande (tante delle quali ancora senza risposta) che dominano il dibattito pubblico che ruota attorno al coronavirus. In tempi di pandemia gli italiani hanno imparato a memoria i nomi di Zangrillo, Bassetti, Palù, Crisanti e Remuzzi, alcuni degli esperti che intervengono spesso in televisione e sui giornali con opinioni talvolta in contrasto fra loro che danno origine a degli scontri mediatici. E l’Italia si divide in tifoserie.

 

Anche di questo si è parlato durante l’incontro online “Covid-19: ‘esperti’ divisi (o no)? La scienza va in televisione e forse i cittadini cominciano a capire che è tutto molto complicato”. Un evento organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler e l’Ordine dei medici e dove l’ospite principale è stato proprio Giuseppe Remuzzi direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano, nonché nefrologo di fama internazionale. Per chi non lo sapesse la nefrologia si occupa principalmente delle malattie renali che sono in vari modi legate al coronavirus.

 

“È normale essere divisi quando si sanno così poche cose sul virus – dice Remuzzi – perché in realtà non sappiamo con certezza nemmeno da dove è arrivato”. Infatti se per il momento le evidenze indicano la Provincia cinese di Hubei come l’epicentro della pandemia e i pipistrelli quali primi portatori del virus non è ancora chiaro né dove sia avvenuto il passaggio all’uomo, il cosiddetto spillover (forse nel mercato umido di Wuhan) né come, se attraverso un ospite intermedio (forse il pangolino) o meno.

 

Il punto principale però, secondo il direttore dell’Istituto “Mario Negri” è che la letteratura scientifica è in continua evoluzione, “il grosso equivoco è che la gente spesso immagina la scienza come un insieme di fatti monolitici, fissati per sempre come nella Bibbia, ma non è così”. Anche per questo Remuzzi è convinto che sia importante che la scienza vada in televisione ma senza un eccessivo presenzialismo degli esperti “altrimenti arrivano le estremizzazioni delle posizioni e si è portati a difendere a spada tratta ciò che si sostiene”. Il dato di fatto è che il dubbio e l’errore sono componenti fondamentali della scienza e non contraddizioni. 

 

Come ammette candidamente lo stesso Remuzzi anche esperti del suo calibro possono cadere vittime di errori, ma le persone dovrebbero comprendere che è normale. “Anche a me è capitato di dire che il coronavirus non era mutato, perché non avevamo le prove, poi scoprimmo che nello stesso periodo solo in Lombardia erano presenti 6 ceppi diversi. La letteratura scientifica cambia di giorno in giorno”. Questo però non significa che la scienza non sia affidabile, anzi, “penso che i politici non dovrebbero fare meno degli scienziati, nessuna decisione andrebbe presa se non in base ai dati scientifici raccolti. Dobbiamo continuare a concentrarci sul fare bene il nostro lavoro ma senza per questo allontanarci dal dibattito politico”.

 

Insomma ‘del doman non v'è certezza’ ma per vivere il presente è bene continuare ad affidarsi alla scienza che è vero, può sbagliare, può contraddirsi (e quasi sempre sono altri scienziati a dimostrarne le contraddizioni) ma quando ascoltata è determinante per elaborare le strategie migliori che poi in certi casi dovranno essere tradotte in decisioni politiche. “Forse fra qualche anno faremo in modo che il Covid diventi come un raffreddore ma dovremmo essere più preparati perché ne arriveranno altri virus, anche se ritengo che questa pandemia qualcosa ci abbia insegnato”.

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