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Omicidio Agitu, Canestrini: ''La gogna mediatica non è civiltà: gli indifendibili non esistono, la presunzione di innocenza è condizione essenziale di una società democratica''

Fin da subito l'opinione pubblica si è schierata, naturalmente verso Agitu Ideo Gudeta; il presunto assassino è stato oggetto di attacchi e di messaggi molto violenti, soprattutto sui social. Pubblichiamo in forma integrale un contributo di Nicola Canestrini, avvocato penalista, referente nazionale degli esperti di Fair trials international e responsabile osservatorio avvocati minacciati dell'Unione camere penali italiane

Di Luca Andreazza - 04 gennaio 2021 - 05:01

TRENTO. La raccolta fondi per "far vivere il sogno di Agitu" ha già ottenuto un grandissimo risultato; l'iniziativa di Zebenay Jabe Dakapresidente dell'associazione Amici dell'Etiopia e rappresentante della comunità etiope in Trentino, è decollata in poche ore (Qui link), mentre continuano le testimonianze di affetto e commozione verso la pastora uccisa a Frassilongo nella notte tra martedì 29 e mercoledì 30 dicembre scorso. 

 

Anche +Europa è intervenuta con Emma Bonino per rassicurare sulla destinazione di queste risorse e per spingere affinché i progetti di Agitu Ideo Gudeta possano continuare in quanto sono quelli della comunità in cui ha piantato radici. In quella stessa notte è stato arrestato anche il presunto assassino dell'allevatrice: un suo dipendente di 32 anni di origini ghanesi. Una vicenda rimbalzata anche a livello internazionale tra le pagine del The Guardian (Qui articolo), del Telegraph (Qui articolo), del New York Times (Qui articolo) e di Al Jazeera (Qui articolo), per citare alcuni esempi.

 

Fin da subito l'opinione pubblica si è schierata, naturalmente verso Agitu Ideo Gudeta; il presunto assassino è stato oggetto di attacchi e di messaggi molto violenti, soprattutto sui social. Pubblichiamo in forma integrale un contributo di Nicola Canestriniavvocato penalista, referente nazionale degli esperti di Fair trials international e responsabile osservatorio avvocati minacciati dell'Unione camere penali italiane.

 

"A morte costui!", "Crocifiggilo, crocifiggilo!", ululava oltre 2000 anni la folla assetata di sangue, facendo liberare Barabba.

 

I duemila anni passati, purtroppo sembrano passati invano ogni volta che le cronache riportano crimini più o meno efferati e puntualmente la folla continua a pretendere giustizia (?) sommaria, pena di morte, tortura: e ciò molto prima dell’inizio del processo, già a poche ore dai fatti. E si tratta di rischio grave per ogni democrazia, sotto più aspetti.

 

Innanzitutto: la gogna mediatica, che è una vergogna per ogni stato di diritto. Da un parte le cosiddette fughe di notizie a pochissimi minuti o ore dai fatti, che sembrano pilotate per creare un colpevole prima e indipendentemente da un processo, per vanità o - peggio - per demolire o aggirare i diritti fondamentali di chi del crimine è accusato.

 

Qual è il problema, qualcuno si chiederà? "Non può tacersi che nell'attuale società mediatica l'opinione pubblica tende ad assumere come veri i fatti rappresentati dai media, se non immediatamente contestati: la verità mediatica, cioè quella raccontata dai media, si sovrappone, infatti, alla verità storica e si fissa nella memoria collettiva" (Cassazione civile a Sezioni Unite nel 2014), e "Oggi lo scarto tra processo mediatico e penale sta creando fratture gravi. L'accusa apre un dialogo tra con la stampa e la cosiddetta 'gente'. Fino a che il Pm, anziché intessere il dialogo con i protagonisti del processo e lo fa con i media e con la gente, si allargherà sempre di più un nucleo opaco. Non si può approfittare della lunghezza delle indagini preliminari e dell’ipotesi di accusa che si incista nella pubblica opinione" (Giovanni Canzio, Primo presidente della Corte di Cassazione).

 

Dall’altra, il problema è acuito dalla pubblicazione indiscriminata di qualsiasi notizia, anche relativa a macabri particolari del delitto, invocando il diritto di cronaca: ma non andrebbe dimenticato che i cani da guardia della democrazia non sono né cani da riporto né cani di compagnia. Il diritto-dovere di raccontare e diffondere a mezzo stampa notizie e commenti, quale essenziale estrinsecazione del diritto di libertà di informazione e di pensiero, incontra infatti limiti in altri diritti e interessi fondamentali della persona, come l'onore e la reputazione, anch'essi costituzionalmente protetti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione, dovendo peraltro, in materia di cronaca giudiziaria, confrontarsi anche con il presidio costituzionale della presunzione di non colpevolezza di cui all'articolo 27 della Costituzione.

 

In breve: il sacrificio della presunzione di innocenza richiede che non si esorbiti da ciò che è strettamente necessario ai fini informativi, tenuto conto dell’obbligo deontologico per i giornalisti che imporrebbe (titolisti compresi) di rispettare sempre e comunque tale diritto alla presunzione di non colpevolezza.

 

Il fenomeno del trial by media, del processo sui mezzi di informazione e sui social, è ormai purtroppo fuori controllo, e a nulla sono valse le normative costituzionali o internazionali: la presunzione di innocenza e il diritto a un equo processo sono sanciti nella nostra Costituzione, negli articoli 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, nell'articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nell'articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e nell'articolo 11 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, oltre a essere oggetto di una direttiva europea non ancora recepita in Italia dopo 4 anni (!).

 

Da decenni la Corte europea dei diritti ha affermato il principio che la stampa può naturalmente dare informazioni sui procedimenti pendenti, purché siano rispettate talune condizioni, in particolare la presunzione d'innocenza (sentenza Sunday Times, 1979). Se in una società democratica i commenti critici da parte dei media nei casi di pubblico interesse siano inevitabili, una campagna mediatica intensa (“virulent press campaign”) può compromettere l’imparzialità del giudice quindi l’equità del processo, in misura maggiore se siano coinvolte giurie popolari.

 

E infatti la stessa Corte europea più volte ha preteso come l'attività di informazione dei mezzi di comunicazione di massa debba essere svolta "con tutta la discrezione e con tutto il riserbo imposti dalla presunzione di innocenza" (sentenza Allenet de Ribemont, 1995).

 

Il  processo è infatti un insieme molto complesso e molto sofisticato, caratterizzato da precise regole che l'azione indiscriminata dei mezzi di informazione sovente fa andare in frantumi. E: nel processo virtuale condotto sui mezzi di informazione, l'accusato è costretto a discolparsi se vuole contrastare la deriva giustizialista. In dubio contra reum, dunque: e la disparità fra accusa e difesa nelle fasi iniziali dell’indagine, ma anche durante l’intera fase d’indagine, non consente al difensore per quanto agguerrito di contrastare gli effetti nefasti appena descritti.

 

Oltre alla (ver)gogna mediatica relativa all’accusato, immediatamente diventato presunto colpevole e del quale puntualmente si invoca morte, tortura, la legge del taglione immedesimandosi nella vittima (che ha tutto il diritto di volere vendetta, che però non va confusa con la giustizia), il fenomeno del trial by media travolge e minaccia anche la funzione difensiva.

 

Viene infatti messo in dubbio l’inviolabile diritto di difesa, il difensore che ha osato assumere la difesa - persino se d’ufficio - viene immediatamente identificato con l’assistito, e anche il difensore viene sottoposto al linciaggio (intanto mediatico, poi non si sa); naturalmente nell’indifferenza di quelle autorità che dovrebbero garantire, anche per obbligo sovranazionale, il rispetto della funzione professionale del difensore e l’effettività del diritto alla difesa.

 

E allora va ribadito - per quanto sia impopolare - che "tale è l'importanza annessa ai diritti della difesa in una società democratica, che il diritto ad una assistenza legale effettiva deve essere garantito in tutte le circostanze" (Corte EDU, Sakhnovskiy contro Russia, 2010); difendere un imputato non significa identificarsi con esso, "lawyers shall not be identified with their clients or their clients' causes as a result of discharging their functions" (United Nations Basic Principles on the Role of Lawyers, 1990).

 

Il rispetto della funzione professionale dell’avvocato è infatti una condizione essenziale dello Stato di diritto e di una società democratica, come ci ricorda il Codice Deontologico degli Avvocati Europei, redatto dal C.C.B.E., organismo che riunisce le associazioni forensi europee.

 

Un avvocato penalista, infatti non difende il crimine o il criminale, ma i diritti (di tutti). La legge italiana riconosce che l'avvocato è  soggetto necessario e insostituibile per l'attuazione concreta della giustizia nella società e nell'esercizio della giurisdizione, ed ha la funzione indispensabile di garantire al cittadino l'effettività della tutela dei diritti in ogni sede. Del resto, ogni avvocata o avvocato che voglia esercitare la professione deve impegnarsi solennemente di osservare i relativi doveri, secondo la formula: <Consapevole della dignità della professione  forense e della sua funzione sociale, mi impegno solennemente ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini della giustizia>.

 

Non stupisca che la nostra Costituzione all'articolo 24 affermi in maniera perentoria che il diritto di difesa è un diritto inviolabile: ed è talmente sensibile la nostra Carta costituzionale circa l'esigenza di assicurare una difesa tecnica in giudizio alle parti, che lo stesso articolo 24 impone allo Stato di prevedere per l'assistenza giudiziaria dei non abbienti, cioè delle persone economicamente svantaggiate, istituti che assicurino il patrocinio in giudizio a spese dello Stato.  

 

Ciascuno ha dunque il diritto ad essere difeso, nell'interesse della stessa collettività (che ripugna o dovrebbe ripugnare processi sommarie, caccia alle streghe, condanne emesse a poche ore dai fatti via social o a mezzo stampa) e per la piena attuazione dello Stato di diritto, presupposto di ogni società democratica. Del resto, la presunzione di innocenza impone di considerare innocenti gli accusati fino a condanna irrevocabile: come potrebbe dunque l'avvocato rifiutare una difesa sulla base solo dell'accusa che è cosa diversa dalla sentenza?

 

E non va dimenticato che molte avvocate e avvocati nel mondo sono stati minacciati, torturati, ammazzati a causa della loro funzione professionale: le dittature e il potere temono infatti le avvocate e gli avvocati perché sentinelle dei diritti.

 

E non è l’approvazione della maggioranza a guidare le azioni del difensore: Clarence Darrow, un insigne penalista statunitense, già un secolo fa prendeva atto che per essere un efficace avvocato penalista, un avvocato deve essere preparato a essere esigente, oltraggioso, irriverente, blasfemo, un mascalzone, un rinnegato e una persona odiata, isolata e solitaria, perché pochi amano un portavoce per i disprezzati e i dannati.

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