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Lettera di solidarietà alla famiglia di Agitu dai membri della comunità etiopica in Italia: ''L'assassino non deve avere uno sconto di pena''

Pubblichiamo una lettera di alcuni membri della comunità etiopica in Italia preoccupati dall'appello presentato dai legali dell'assassino di Agitu Gudeta e in sostegno alla famiglia della donna barbaramente uccisa il 28 dicembre 2020

Pubblicato il - 28 November 2022 - 10:57

TRENTO. ''Giustizia per Agitu Gudeta''. Si intitola così la lettera inviata a il Dolomiti da alcuni membri della comunità etiopica in Italia e indirizzata al Tribunale di Trento e alla società. La notizia, infatti, che Suleiman Adams, l'assassino reo confesso di Ideo Gudeta Agitu che il 14 febbraio scorso è stato condannato a 20 anni di carcere per omicidio e per violenza sessuale, ha deciso di fare ricorso ha creato indignazione in molti. Pur nel pieno dei propri diritti, ovviamente, e delle procedure che fortunatamente prevedono processi di appello, revisioni, e in Italia sono comunque al servizio di un modello che mira alla rieducazione del reo e non a ''gettare la chiave'' o annientare il condannato, i membri della comunità etiope chiedono che ''la legge punisca questi criminali''. 

 

''Facciamo nostra la preoccupazione della famiglia di Agitu - scrivono - che ritiene profondamente ingiusta una eventuale revisione al ribasso della pena. Per questo motivo abbiamo sentito il dovere di rivolgere la presenta lettera al Tribunale di Trento. Affidiamo l’appello della Famiglia Gudeta anche a tutta la Società Italiana in generale ed in particolare a quelle persone delle istituzioni, della cultura, dell’informazione, dell’imprenditoria, del terzo settore e di tutti gli altri che hanno avuto l’opportunità  di conoscere in vita Agitu, chiediamo loro di esprimere un cenno di  vicinanza ai familiari in questo delicato momento''.

 

Ideo Gudeta Agitu è morta nella mattina del 28 dicembre 2020 ma solo in serata era stato ritrovato il corpo. La donna era stata colpita diverse volte e  riportava gravi ferite alla testa. Successivamente l'allora  32enne, Suleiman Adams, aiutante di Agitu si era cambiato i vestiti sporchi di sangue e non si era più mosso dalla stalla fino a quando sono arrivati i carabinieri. L'uomo, portato in caserma a Borgo Valsugana, ha subito confessato l'omicidio. Il movente sarebbe di tipo economico, per “l'incontenibile ira di non vedere accolte le sue richieste che egli sentiva come particolarmente impellenti in quanto destinate a far pervenire denaro alla sua famiglia d'origine”. Vi è poi stata la contestazione aggiuntiva del reato di violenza sessuale. L’imputato si sarebbe masturbato fino a raggiungere l’orgasmo in presenza di Agitu mentre la stessa era agonizzante a terra. Un reato punito dall’art. 609bis del codice penale, ritenuto reato autonomo e non collegato direttamente e causalmente con l’omicidio.

 

Nell'appello presentato dalla difesa di Suleiman Adams si punta a discutere sulla qualificazione giuridica del fatto. Se la violenza sessuale si può considerare tale visto che dagli atti delle indagini portate avanti, quasi certamente Agitu era morta nel momento in cui l'uomo ha iniziato a masturbarsi. Un gesto che come qualificazione giuridica visti i diversi aspetti, secondo la difesa potrebbe configurarsi come vilipendio di cadavere e non violenza sessuale. Oltre a questo, vista anche la pena massima che è stata inflitta a Suleiman Adams, nella richiesta di appello si vorrebbero evidenziare una serie di elementi riferiti anche al comportamento dell'imputato sia prima che dopo i terribili fatti anche relativamente alla massima collaborazione che possono portare ad una pena comunque elevata ma non nei suoi massimi come invece stabilito. 

 

Proprio questo non va giù ai tanti che hanno voluto bene ad Agitu e che ritengono che Suleiman Adams vada punito in maniera esemplare con il massimo della pena. Consci del fatto che i magistrati, come sempre accade in casi di giustizia, sono gli unici ad avere voce in capitolo e decidono, appunto, secondo giustizia e che le pressioni esterne non servono a far cambiare le sentenze o a lasciarle come sono, pubblichiamo la lettera di chi non dimentica Agitu e chiede alla società di fare altrettanto ''chiedendo di esprimere un cenno di vicinanza ai familiari''. 

 

Iniziamo la nostra lettera con le parole di Bethlehem Gudeta sorella maggiore di Agitu, fatteci pervenire a nome della Famiglia Gudeta:

‘’Cari amici di Agitu, 

sappiamo quanto ciascuno di noi è rimasto colpito per la sua tragica orribile morte, quanta sofferenza ha arrecato alla sua famiglia, agli amici in giro per il mondo e a tutte le donne del mondo di ogni età.

Questo assassino è ricorso in appello per stare meno tempo in prigione e la data del processo è fissata per il 5 dicembre 2022. Ricorre come se non avesse fatto nulla a lei, alla sua famiglia e ai suoi amati amici italiani. Chiede di ridurre il tempo di permanenza in carcere, in realtà, merita più anni di prigione, affinché prenda lezione del suo brutale atto. Inoltre chi può garantire  che non faccia su altre donne lo stesso atto che ha compiuto su mia sorella? Vi prego di stare con la sua famiglia e di opporsi all'appello previsto per il 5 dicembre. Grazie a tutti’’

 

Siamo un gruppo di persone appartenenti alla Comunità Etiopica in Italia ai quali, come una moltitudine di italiani, sta a cuore la vicenda della compianta Agitu Gudeta. Il prossimo 5 Dicembre 2022 il Tribunale di Trento deciderà in appello sulla richiesta di mitigazione della pena avanzata dall’ imputato, già condannato in prima istanza a 20 anni di carcere

 

Facciamo nostra la preoccupazione della famiglia di Agitu che ritiene profondamente ingiusta una eventuale revisione al ribasso della pena. Per questo motivo abbiamo sentito il dovere di rivolgere la presenta lettera al Tribunale di Trento. Affidiamo l’appello della Famiglia Gudeta anche a tutta la Società Italiana in generale ed in particolare a quelle persone delle istituzioni, della cultura, dell’informazione, dell’imprenditoria, del terzo settore e di tutti gli altri che hanno avuto l’opportunità  di conoscere in vita Agitu, chiediamo loro di esprimere un cenno di  vicinanza ai familiari in questo delicato momento.

 

Seppur rammaricata per la non congrua durata della pena, la Famiglia Gudeta ha accolto la sentenza di primo grado, prendendo atto che è stata inflitta la massima pena prevista dalla legge per lo specifico reato: quindici anni e otto mesi per l’omicidio e solo quattro anni e quattro mesi per la violenza sessuale. La legge deve punire questi crimini in modo che l’omicida comprenda l’irreversibilità del dolore e della sofferenza che ha causato ad altri e prenda anche piena consapevolezza delle conseguenze arrecate dalle proprie azioni anche su sé stesso, la strada da percorrere non può essere quella della riduzione della pena mentre è ancora vivo e presente il dolore e l’angoscia per la perdita di questa cara sorella.

 

Nutriamo un grande rispetto per la Magistratura Italiana e attendiamo con fiducia il giudizio che sarà emesso all'udienza del 5 dicembre prossimo. In occasione della giornata mondiale contro le violenze sulle donne, che si celebra oggi, chiediamo di unirvi a noi in segno di solidarietà alla famiglia di Agitu

 

Comunità Etiopica in Italia

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