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Residenza Fersina, tra associazioni e Pat un nuovo canale di dialogo: l'obiettivo è riprendere i trasferimenti sul territorio e chiudere la struttura

Lo scorso marzo la dura lettera dei religiosi nel quale criticavano la decisione della Pat di aver bloccato il ridimensionamento della struttura che stava permettendo di avviare finalmente percorsi individualizzati di integrazione a tutela dei diritti dei migranti e della comunità che li accoglie

Di G. Fin - 01 maggio 2021 - 13:23

TRENTO. Sembra esserci un'apertura da parte della Provincia di Trento sulla tanto discussa residenza Fersina. “Stiamo avviando un dialogo e già nei prossimi giorni l'auspicio è che possa partire un tavolo con tutte le realtà del territorio per fare passi in avanti” ci spiega Stefano Canestrini del Centro Astalli di Trento, una delle realtà che si sta occupando dei migranti in Trentino.

 

La questione non è semplice e negli scorsi mesi ha visto la nascita di numerose polemiche sfociate in un dura lettera indirizzata alla Provincia di Trento e sottoscritta dalla Fondazione sant’Ignazio e dall’Opera dei Gesuiti, assieme a diversi ordini religiosi trentini, fra cui Gesuiti, Dehoniani, Comboniani, Cappuccini e le suore Canossiane.

 

Per capire bene la questione bisogna fare un passo indietro. Nel 2020 da parte della Pat era arrivata la conferma di voler gradualmente svuotare la struttura che si trova in via Fersina. Lo scorso settembre, infatti, era stato spiegato che negli ultimi due anni le strutture utilizzate dalla Provincia per l’accoglienza straordinaria dei richiedenti protezione internazionale erano passate da 196 a 77 e i territori comunali interessati erano passati da 72 a 22. “In questo contesto – veniva spiegato in una nota della Pat (QUI IL TESTO)- si inserisce la delibera adottata dalla Giunta provinciale con la quale viene avviata la chiusura graduale della residenza Fersina di Trento, dove al momento sono ospitate 184 persone. Il provvedimento è motivato dal fatto che la struttura è molto grande, può accogliere fino a 250 richiedenti asilo, e comporta, quindi, sia per il gestore, sia per gli stessi ospiti, un significativo impegno nella gestione della convivenza interna, considerata la necessità di evitare situazioni di assembramento al fine di prevenire la diffusione del Covid-19”. Si era ritenuto, quindi, necessario procedere prioritariamente alla riduzione delle presenze all'interno della residenza fino alla chiusura della stessa, compatibilmente con la disponibilità di posti che si renderanno fruibili nel progetto di accoglienza straordinaria.

 

Un processo questo molto importante letto anche dal punto di vista di una maggiore inclusività sul territorio. Ad un certo punto, però, la delibera adottata dalla Pat è stata in qualche modo “congelata”. La gestione è stata affidata alla Croce Rossa fino al 30 settembre 2021 diventando l'unica struttura di prima accoglienza presente e utilizzabile in Provincia di Trento per i nuovi ingressi nel progetto di accoglienza. Inoltre nessun beneficiario può essere trasferito ad altre strutture e appartamenti, salvo residenza Brennero.

 

Lo scorso marzo la dura lettera dei religiosi nel quale criticavano la decisione della Pat di aver bloccato il ridimensionamento della struttura che stava permettendo non solo di ridurre il rischio di contagio (pochi giorni fa la notizia di un primo focolaio) e le conseguenti difficoltà di gestione della convivenza in struttura, ma anche di avviare finalmente percorsi individualizzati di integrazione a tutela dei diritti dei migranti e della comunità che li accoglie.

 

Ora la situazione sembra sia stia però, un po' alla volta, sbloccando. “Abbiamo avviato un dialogo – ha spiegato Canestrini del Centro Astalli – e ci è stato assicurato l'impegno da parte della Pat l'attivazione di un tavolo con tutte le realtà interessate. L'obiettivo è scongelare la delibera di settembre e già nei prossimi giorni potrebbero arrivare delle novità”.

 

Proprio nei giorni scorsi l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi, insieme a una delegazione diocesana e del Centro Astalli (il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati), si è recato in visita alle cinque strutture religiose del capoluogo che da ormai cinque anni (d’intesa con la Diocesi e con la regia di Astalli) accolgono richiedenti protezione internazionale, un centinaio complessivamente nel

tempo.

 

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