Migranti, tra Cpr e richiesta di lavoratori: “Tutto parte dall’integrazione, ma da anni è assente (in particolare in Trentino). E la responsabilità non è solo della politica"
L’intervento del direttore del dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale all’Università di Trento, Giuseppe Sciortino: “Dobbiamo fare un ragionamento semplice, vogliamo integrare le persone in arrivo o vogliamo che si ‘integrino’ da sole?”

TRENTO. Al 22 settembre il numero di migranti sbarcati dall’inizio del 2023 in Italia era pari a 132.867 persone, rispetto ad un totale di 69.498 nel 2022 e a 43.756 nel 2021. Si tratta di un dato, fornito dal cruscotto del Viminale, che si è impennato in particolare nelle ultime settimane e che ha portato il Paese a parlare di vera e propria emergenza, con tutte le conseguenze politiche del caso a livello tanto nazionale quanto europeo. Sul tema è intervenuto ieri addirittura il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando di un “fenomeno epocale che va affrontato non con provvedimenti tampone, ma con una visione del futuro”. Una visione che, però, attualmente sembra arenata in Italia in un presente di discussioni sui Centri di permanenza per il rimpatrio piuttosto che sulle scelte da prendere fin da subito per incanalare un fenomeno ormai strutturale su binari virtuosi, lavorando magari per creare opportunità sul fronte dell’integrazione e, in particolare, del lavoro. In che direzione muoversi, quindi, guardando al presente (ad un Paese nel quale sembrano sempre più mancare lavoratori in ogni settore), e al futuro (mentre le conseguenze dell’inverno demografico non sono che agli inizi)?
Per dare una risposta il Dolomiti ha contattato il professore Giuseppe Sciortino, direttore del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale all’Università di Trento ed esperto di migrazioni. “L’immigrazione, piaccia o meno, è un ottimo indicatore di condizione economica – spiega –. Attualmente la domanda di lavoro nel nostro Paese non manca, le difficoltà risiedono piuttosto nella natura dei flussi migratori che stiamo osservando: non sono controllati, non conosciamo quindi i soggetti in ingresso né le loro competenze eventualmente spendibili nel mercato del lavoro”. Il potenziale, insomma, rimane nascosto e l’incontro tra domanda e offerta, difficile in questa fase anche per quanto riguarda i disoccupati italiani, è estremamente complicato. Questo non vuol però dire che la possibilità di favorire l’inserimento lavorativo delle persone in arrivo non esista, né che gli sforzi in questa direzione (quando presenti) siano sufficienti.
“È chiaro – continua il professore – che se nessuno insegna alle persone in ingresso l’italiano e i processi più basilari con i quali integrarsi, la situazione si fa molto più difficile. Ci si aspetta forse che imparino da soli la lingua, magari rinchiusi per 18 mesi in un ambiente sconosciuto? Questi sforzi negli ultimi anni in Italia non sono assolutamente stati sistematici, anzi, e se confrontiamo il sistema italiano con quello di altri Paesi europei scopriamo che è stato estremamente fragile e negli ultimi anni quasi inesistente, soprattutto tra l’altro in Trentino”. In poche parole, dice Sciortino: “E’ passata una linea che vede questi processi, l’accoglienza, l’integrazione, l’inserimento sociale e lavorativo, come una sorta di ‘magnete’ per altri arrivi. Non sono certo però un corso d’italiano e un posto letto i fattori in grado di dare il via ad una situazione come quella che stiamo osservando”. Il ragionamento da fare, insomma, è semplice: “Vogliamo integrare le persone in ingresso nel nostro Paese o vogliamo che si ‘integrino’ da sole? Quando si parla del ‘costo’ di migranti e rifugiati in Italia spesso non si fa riferimento al fatto che quel costo è tanto inferiore quanto più velocemente il sistema riesce a integrare nel modo migliore, dal punto di vista lavorativo, rifugiati e migranti stessi”.
E l'offerta di lavoro, come visto, sta tornando a crescere nel nostro Paese. Al di là delle considerazioni politiche (negli scorsi giorni Matteo Renzi ha riassunto, parlando della discussione sui Centri di permanenza per il rimpatrio: “Più che Cpr servono Cpi, centri per l’impiego”), il tema negli scorsi giorni è stato toccato anche dal presidente di Confapi (la Confederazione italiana piccola e media industria privata) Cristian Camisa, che ha dichiarato: “Gli imprenditori della piccola e media industria sono pronti a offrire opportunità di lavoro e a promuovere l’inclusione sociale attraverso l’occupazione”. La proposta di Confapi si concentra in particolare sull’organizzazione di percorsi formativi “direttamente in loco” che prevedano poi “un secondo step formativo nel Paese richiedente, per verificare competenze e per favorire reale integrazione”. Una ‘visione di futuro’ (che in questo caso non punta a fornire una risposta alla situazione contingente ma a tracciare piuttosto una direzione da seguire) che si basa “sul concetto di opportunità reciproca in cui le competenze e le esigenze del territorio vengono messe in relazione con quelle dei migranti”. Un discorso che nelle scorse settimane il Dolomiti aveva affrontato anche insieme agli agricoltori trentini (Qui Articolo), che hanno ribadito in sostanza come, parlando di accoglienza e integrazione, il lavoro sia in grado di offrire “dignità ma anche inclusione sociale”.
L’intero processo infatti, conclude Sciortino, non può essere lasciato in mano solo alla politica: “In Trentino per esempio c’è un silenzio assordante anche di ampia parte della società civile, del mondo del lavoro. Spesso vediamo una sorta di scaricabarile, per quanto riguarda l’integrazione, nei confronti della classe politica ma questo ‘fischiettare’ e girarsi dall’altra parte quando si parla di immigrazione riguarda tutti. L’integrazione è anche impegnarsi nelle scuole per far sì che i figli dei migranti possano frequentare con successo, creare rete sociali. Ci vogliono anche imprenditori disponibili a ‘rischiare’, enti di informazione pronti a fare accoglienza: se di questo si occupa solo la politica, l’accoglienza stessa si riduce a un fatto puramente burocratico. Imparare una lingua non è sufficiente: servono anche persone con cui parlarla”.














