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| 26 ago 2023 | 19:56

Stupro a Palermo, la psicologa: “Pubblicare quei messaggi? Un'altra forma di violenza. Dal maschilismo nascono odio e misoginia (e la pornografia può peggiorare le cose)”

L'analisi di Roberta Bommassar, presidente dell'Ordine degli psicologi del Trentino, dopo i terribili fatti di Palermo: “Bisogna lavorare a fondo nelle scuole, non basta la singola lezione di educazione all'affettività”

Foto Askanews

TRENTO. “Siamo un branco di falliti”. Lo ha detto senza mezzi termini negli scorsi giorni la professoressa siciliana Giovanna Corrao, dopo lo stupro di gruppo che ha visto vittima, a Palermo, una ragazza di 19 anni a luglio. “I nostri figli violentano le ragazzine, è chiaro che qualcosa è andato male” ha aggiunto, parlando di un'emergenza sociale dal punto di vista educativo. Ed è proprio nel mondo della scuola che la presidente dell'Ordine degli psicologi del Trentino, Roberta Bommassar, vede il contesto principale nel quale impegnarsi a fondo per affrontare questa emergenza: non è certo sufficiente una singola lezione di educazione all'affettività, dice, per toccare tematiche che vanno dalla violenza come manifestazione di potere al terreno di coltura (e cultura) rappresentato dal maschilismo per l'insorgere della misoginia fino all'impatto che la pornografia (e le rappresentazioni brutalizzate e brutalizzanti della donna che spesso mette in mostra) può avere sui più giovani. Una forma di sopraffazione in definitiva che, come emerso solo pochi giorni fa, ha visto vittime anche due giovani cugine di 11 e 12 anni a Cavaino, nel Napoletano. Ma procediamo con ordine.

 

“Affrontando il discorso da un punto di vista più generale – dice Bommassar –, bisogna distinguere il maschilismo dalla misoginia. Spesso si usano come sinonimi ma l'uno è, per così dire, il terreno di coltura dell'altro. Il maschilista colloca le donne all'interno di determinati ruoli, decide che la donna deve essere sottomessa, che ha bisogno della tutela e della difesa del maschio 'potente', ma di fatto non rifiuta in toto la figura femminile. La misoginia invece rappresenta un odio profondo per le donne e proprio qui, a livello psicologico, spesso si trova il nucleo della violenza, dello stupro: un comportamento violento di potere dell'uomo nei confronti di ciò che viene visto puramente come oggetto che deve subire, non come un soggetto dotato di emozioni, di una vita”. Si tratta, insomma, di due espressioni di sopraffazione (che spesso, tra l'altro, non vengono riconosciute da chi le mette in atto), ma che dalla svalutazione della donna passano alla violenza psicologica, allo stalking per culminare poi nella violenza fisica e sessuale come atto di potere.

 

“Nell'azione dello stupro – continua Bommassar analizzando quanto avvenuto nel capoluogo siciliano – c'è un sentire erotizzato da parte di chi compie l'atto. In un rapporto sessuale consenziente, nella maggior parte dei casi l'eccitamento è reciproco: in questo contesto invece è il contrario. Anzi, il fatto che la vittima dica 'no' rafforza il piacere. E dai messaggi e dalle intercettazioni relative al caso di Palermo è proprio questo che sembra emergere: uno stupro di gruppo come un'esibizione, una manifestazione di misoginia”. Proprio quei messaggi e quelle intercettazioni, aggiunge poi l'esperta, rappresentano in questo caso quasi “una seconda forma di violenza” ai danni della vittima: “Non c'era alcun bisogno di riportare parola per parola i discorsi dei carnefici – sottolinea –. La notizia, il contesto e l'accaduto potevano essere riportati in altro modo per proteggere la giovane vittima. La maggioranza delle persone tra l'altro, leggendo quelle frasi si sente ovviamente schifata, si distanzia. Ma non per tutti è così: pensate solo ai gruppi nati su Telegram per chiedere di vedere il filmato della violenza”.

 

Guardando a quanto accaduto la notte del 7 luglio, precisa ancora la presidente dell'Ordine degli psicologi del Trentino, sono poi diverse le considerazioni da fare: “Un altro elemento da tenere in considerazione è la dimensione del gruppo, che ha una funzione regressiva, crea un contesto nel quale le persone compiono scelte e azioni che, tendenzialmente, da sole magari non farebbero. All'interno del gruppo si sminuiscono gli interrogativi, si scioglie la conflittualità interiore”. Alle spalle di quanto accaduto, in definitiva, c'è sicuramente un contesto culturale, uno ambientale e, possibilmente, anche uno familiare: “Dobbiamo evitare di ragionare pensando di trovare un unico colpevole – aggiunge Bommassar – si tratta, a livello generale, di una situazione troppo complessa nella quale una serie di fattori si rinforzano l'uno con l'altro”. E tra questi fattori, come più volte riportato da esperti (e da addetti ai lavori) c'è anche il grande consumo, da parte di giovani e meno giovani, di una pornografia nella quale violenza e sopraffazione sono spesso parti integranti della scena.

 

“La pornografia – ribadisce l'esperta – è consumata moltissimo da giovani e adulti. Come per i film o i videogiochi violenti però, è chiaro che in individui con una situazione già, per così dire, deteriorata, l'effetto può essere nettamente peggiorativo. Spesso nei materiali pornografici la donna viene regolarmente violentata, brutalizzata, inscenando tra l'altro un atto di godimento. È un modello assolutamente distorto e stiamo affrontando il tema all'interno del Gruppo di lavoro su infanzia e adolescenza dell'Ordine nazionale degli psicologi”. Parlando però di giovani, come anticipato in apertura, per Bommassar gli sforzi dovrebbero essere maggiori in particolare nelle scuole: “Al di là, ovviamente, del sostegno assoluto e del lavoro di recupero da portare avanti con le povere vittime, per quanto riguarda gli autori della violenza non è sufficiente rinchiuderli in una cella. Ora devono essere utilizzate tutte le risorse della giustizia minorile per permettere loro di uscire dal girone infernale nel quale la donna viene considerata solo un pezzo di carne di cui usufruire. L'impegno maggiore, però, deve essere messo nella prevenzione, ed in questo ambito credo che la scuola possa fare molto di più di quanto non stia facendo”.

 

Non sono infatti sufficienti brevi corsi di educazione all'affettività, dice Bommassar, in particolare in un mondo nel quale gli esempi di sopraffazione e di violenza di genere sono purtroppo all'ordine del giorno (“pensiamo al recente caso che ha coinvolto la Federcalcio spagnola: in molti banalizzano il 'semplice' bacio dato alla giocatrice, ma si è trattato di un episodio nel quale un uomo si è preso la libertà di accedere a suo piacere al corpo di un'altra persona”). “Bisogna ragionare su queste tematiche forti con i ragazzi – conclude l'esperta –. Porto come esempio un progetto portato avanti all'interno di alcune scuole romane, nelle quali in un vero e proprio 'psico-dramma' è stato recitato dagli studenti un episodio di violenza, isolando i diversi 'personaggi': dalla vittima al carnefice fino ai rispettivi familiari. Il particolare, però, è che alle ragazze non può essere assegnato il ruolo della vittima. Si tratta di una situazione nella quale, forzatamente, è richiesto di mettersi nei panni degli altri: proprio per questo, ripeto, non è sufficiente una lezione per rafforzare l'idea che il principio alla base delle relazioni con gli altri deve sempre essere il rispetto”.

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