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Vallagarina
11 agosto | 13:38

Femminicidi, l'appello della ricercatrice roveretana: “Serve più formazione sulla violenza di genere, anche per magistratura e forze dell'ordine”

L'intervento inviato a il Dolomiti da Gaia Giongo, laureata in Scienze criminologiche all'Università di Bologna e dottoranda in Studi di genere, dopo i femminicidi a Rovereto

Femminicidi, l'appello della ricercatrice roveretana: “Serve più formazione sulla violenza di genere

ROVERETO. “La comprensione della violenza di genere, attraverso una formazione strutturale e capillare, è una condizione sine qua non per affrontarla”. Sono queste le parole con cui Gaia Giongo, ricercatrice roveretana laureata in Scienze criminologiche all'Università di Bologna e dottoranda in Studi di Genere all'Università Statale di Milano-Università di Palermo, conclude un lungo intervento inviato a il Dolomiti dopo i due recenti femminicidi di Rovereto, dove in poco più di una settimana sono state uccise la 63enne Mara Fait e la 61enne Iris Setti.

 

In particolare nel suo contributo (che riportiamo integralmente sotto), Giongo mette l'accento sull'importanza della formazione in tema di violenza di genere, anche per quanto riguarda le autorità, mentre le discussioni sul tema continuano arrivando a toccare anche il Consiglio superiore della magistratura (Qui Articolo). Ecco le sue parole.

 

I recenti femminicidi di Mara Fait e Iris Setti hanno sconvolto la comunità trentina, ma si inseriscono in una serie di crimini, su base di genere, che travalica geografie e culture. In Italia nel 2022, sono 124 le donne uccise. Non è un'emergenza, è una violenza strutturale e capillare. Strutturale perché affonda le proprie radici in una storica disparità di potere tra generi; capillare perché se è vero che il reato è sempre in capo al singolo, è nella cultura collettiva che trae forza e validazione.

 

I femminicidi sono la punto di un ecosistema patriarcale distorto e asimmetrico, che legittima quotidianamente una certa maschilità alle discriminazioni e che intesta, nell'immaginario di molti uomini (troppi per pensare a mele marce di una società giusta ed egualitaria) il diritto alla prevaricazione.

 

Le donne non hanno bisogno di 'aiuto', ma di vedere il proprio diritto di persone libere essere garantito. Occorrono operator* della giustizia, esponenti delle forze dell'ordine e magistrat* che sappiano riconoscere, senza se e senza ma, la pericolosità sociale dei futuri assassini e che abbiano ampie capacità di analisi del rischio. Incertezze, valutazioni parziali, mancata cooperazione tra livelli: le falle nel sistema giudiziario si giocano sulla pelle delle singole donne.

 

Se di fronte a un caso di femminicidio la risposta dello Stato è “E' stato fatto tutto il possibile” o “Più di così non si poteva fare”, allora lo Stato suggerisce che tale violenza è una dimensione che va accettata. Al contrario, bisognerebbe triplicare gli interventi su più piani, anche quello formativo e anche verso magistratura e forze dell'ordine. A Milano, l'Università Bicocca e l'Università Statale organizzano specifici corsi di formazione sulla violenza di genere aperti a magistratura e/o forze dell'ordine. Anche in Trentino, la Trentino School of Management ha avviato un percorso di formazione per le/gli operatori di settore. Il problema è che la formazione è su base volontaria, lasciata allo slancio deontologico di singol* professionist*.

 

A livello internazionale, invece, alcuni contesti stanno tentando di lavorare in modo più stringente. In Canada, per esempio, è stata approvata una legislazione che prevede l'istituzione di seminari per la formazione continua dei giudici, in materia di violenza sessuale, violenza nei rapporti intimi con i partner, di controllo coercitivo nei rapporti intimi e nelle relazioni familiari e nel contesto sociale.

 

Formare le/gli operatori della giustizia parte dal presupposto che magistratura e forze dell'ordine siano immersi nella stessa arena culturale comune, da cui emergono gli episodi di violenza: il rischio, dunque, è che l'operato risenta non solo di una mancanza di conoscenza empirica, ma anche di pregiudizi e stereotipi di genere che possono portare gli operatori della giustizia a non inquadrare correttamente i casi, e a non rispondere con gli strumenti più idonei.

 

Va da sé che la formazione, insieme agli strumenti di contrasto, è un punto chiave per eradicare la violenza di genere e per garantire efficaci percorsi di giustizia. Una giustizia che lo Stato italiano si è impegnato a garantire anche attraverso la firma e la rettifica della Convenzione di Istanbul nel 2012, al cui articolo 49 è esplicitato: “Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le indagini e i procedimenti penali relativi a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione siano avviati senza indugio ingiustificato, prendendo in considerazione i diritti della vittima in tutte le fasi del procedimento penale. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo, in conformità con i principi fondamentali in materia di diritti umani e tenendo conto della comprensione della violenza di genere, per garantire indagini e procedimenti efficaci nei confronti dei reati stabiliti conformemente alla presente Convenzione”. La comprensione della violenza di genere, attraverso una formazione altrettanto strutturale e capillare, è quindi una condizione sine qua non per affrontarla”.

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