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Trento
14 gennaio | 09:28

''Il femminicidio non è una questione privata ma ci riguarda tutti. Le radici del problema in dinamiche complesse di potere, controllo e disuguaglianza di genere''

Dopo il femminicidio di Ester Palmieri interviene l'Ordine degli Assistenti sociali con la presidente Angela Rosignoli: ''Creiamo una cultura del rispetto che incoraggi le donne a parlare, a non avere paura e a sentirsi libere e veramente protette e lavoriamo anche sullo stigma del rivolgersi ai servizi''

Il femminicidio non è una questione privata ma ci riguarda tutti
di Redazione

TRENTO. ''Il femminicidio, lo ripetiamo, è un problema sociale e di salute pubblica perché le conseguenze per i figli, gli orfani dei femminicidi, le famiglie della vittima e di chi ha commesso il reato, la comunità, sono enormi''. Così Angela Rosignoli, presidente dell'Ordine degli Assistenti sociali del Trentino Alto Adige dopo il terribile femminicidio di Ester Palmieri. Una vicenda drammatica che vede tre bambini rimasti orfani di padre e di madre in tenerissima età (hanno tra i 5 e i 10 anni) dopo che il loro papà, Igor Moser, ha deciso di uccidere la loro mamma per poi togliersi la vita.

 

Qualcosa di inconcepibile, terrificante, eppure, da quanto risulta, compiuto con una lucida follia e premeditato visto che l'uomo avrebbe scelto l'orario ''migliore'' per compiere il delitto e si è recato alla casa dell'ex compagna armato di coltello da caccia. La comunità è scossa e ci si interroga su cosa si sarebbe potuto fare per evitare questo terribile delitto. L'Ordine degli Assistenti sociali interviene spiegando che ''la morte di Ester Palmieri ci impone di riflettere profondamente su come definiamo e affrontiamo questi orrori''. ''Non possiamo più permetterci di restare in silenzio - spiega Angela Rosignoli -, dobbiamo alzare la voce contro la violenza di genere. L'utilizzo delle parole giuste è il primo passo per sensibilizzare la società e combattere questa piaga. Perché in questi giorni ne abbiamo lette fin troppe che fanno rabbrividire e che non mettono a fuoco una semplice questione. Non siamo di fronte a un affare privato, ma a un fenomeno sociale allarmante, pericoloso che richiede provvedimenti mirati e urgenti''.

 

Ma quanto dovremmo aspettare ancora, si chiede la presidente dell'Ordine degli Assistenti sociali? ''È nostra esperienza come assistenti sociali, che una donna può esitare nel denunciare la violenza per diverse ragioni. Spesso ha paura di ritorsioni, di quello che penserà la gente, della dipendenza economica o della mancanza di supporto. Anche la vergogna e purtroppo la mancanza di fiducia nelle istituzioni possono giocare un triste ruolo''. E allora è necessario ''cambiare le parole della violenza''. ''Dal nostro osservatorio che è quello dove i fenomeni nascono, esistono e accadono, abbiamo maturato la convinzione che la violenza alle donne non si affronta solo con la logica della repressione come il disegno di legge proposto dal Governo per il rafforzamento delle misure di ammonimento, ma potenziando le risorse umane, finanziarie e strumentali per interventi e prevenzione''. 

 

''La repressione - prosegue - potrebbe scoraggiare alcuni aggressori, ma non affronta le cause profonde del problema che hanno radici in dinamiche complesse di potere, controllo e disuguaglianza di genere. E non affronta le conseguenze. Il femminicidio, lo ripetiamo, è un problema sociale e di salute pubblica perché le conseguenze per i figli, gli orfani dei femminicidi, le famiglie della vittima e di chi ha commesso il reato, la comunità, sono enormi.

Continuiamo a dircelo. Prevenzione, educazione, protezione e sostegno. Creiamo una cultura del rispetto che incoraggi le donne a parlare, a non avere paura e a sentirsi libere e veramente protette e lavoriamo anche sullo stigma del rivolgersi ai servizi. Noi assistenti sociali, più di tutti, sappiamo come ci sono episodi che possono mettere in crisi chiunque. La separazione è uno di questi. Ma farsi aiutare non è sintomo di debolezza, ma di crescita''.

                   

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