Peste suina, la caccia non basta: arrivano divieti e limiti per le doppiette nelle zone di espansione virale
Fino a qualche tempo fa vista come unica soluzione al problema che sta sempre più attanagliando le regioni italiane e mettendo in difficoltà gli allevamenti di suini, la caccia viene ora vietata o limitata

TORINO. La Peste Suina Africana (Psa) fa sempre più paura tanto da spingere il commissario straordinario competente per la Psa, Giovanni Filippini, ad introdurre nuove, drastiche, misure per limitare la caccia. Addirittura, si legge nel documento, nella ''zona CEV è vietata l’attività venatoria e di controllo faunistico verso la specie cinghiale indipendentemente dalle zone soggette a restrizione ricadenti nella Zona CEV. L’attività venatoria verso le altre specie è consentita sulla base delle regole vigenti nelle zone soggette a restrizione e nel rispetto dei protocolli di biosicurezza''.
Le zone Cev sono quelle di Controllo dell'Espansione Virale. Ogni territorio ha i suoi problemi e le sue aree che sono così classificate, sempre da ordinanza:
Divieti di caccia nelle zone infette:
Nelle zone infette (soggette a restrizioni II e III), è vietata la caccia collettiva a qualsiasi specie e ogni tipo di caccia al cinghiale, compresi allenamenti e gare cinofile. La caccia individuale e il controllo faunistico del cinghiale sono consentiti con girate limitate a 3 cani e un massimo di 15 persone.
Divieti nelle zone soggette a restrizione I:
In queste aree, è vietata la caccia al cinghiale, con possibili deroghe valutate caso per caso. Sono comunque autorizzate forme di controllo faunistico con girate limitate a 1 cane e un massimo di 6 persone.
Divieti nelle zone soggette a restrizione II e III:
Nelle zone infette e nelle zone soggette a restrizione II e III di cui al regolamento di esecuzione (UE) 594/2023, non ricadenti nella Zona CEV, è vietata l’attività venatoria collettiva (caccia collettiva effettuata con più di 3 operatori e con più di 3 cani in totale) verso qualsiasi specie e l’attività venatoria nei confronti della specie cinghiale di qualsiasi tipologia, comprese le gare, le prove cinofile e l’attività di addestramento cani nei confronti della specie cinghiale.
Questo un esempio di suddivisione del territorio in base alle zone, nella Lombardia Occidentale:


Insomma la caccia rientra sempre più tra i fattori che contribuiscono, in qualche modo, alla diffusione del problema se si arriva addirittura a proibirla o limitarla. D'altronde, come spiegava l'Azienda tutela salute Brianza ''gli uomini e soprattutto i cacciatori – benché non siano colpiti dalla malattia – possono contribuire a diffonderla tramite: qualsiasi contatto con animali infetti e carcasse; contatto con qualsiasi materiale contaminato dal virus (ad es. abbigliamento, veicoli, altre attrezzature); alimentazione degli animali (suini domestici) con carne o prodotti a base di carne proveniente da animali infetti (ad esempio salsicce o carne non cotta) o con rifiuti contenenti carne infetta (ad esempio rifiuti di cucina, mangimi, comprese le frattaglie)''.
Viene a crollare il ''mito'' promosso da più parti (Coldiretti in testa) che sarebbe stata proprio la caccia a risolvere il problema promuovendo gli abbattimenti in massa dei cinghiali (tra l'altro cinghiali per buona parte reimmessi in massa proprio a fini venatori qualche decennio fa). Il problema non è stato limitato ma anzi è continuato a crescere e ora a tremare è l'industria della carne dei maiali, gli allevatori e le imprese artigiane. D'altronde quando si manifesta al grido di ''basta con la fauna selvatica'' e si racconta la favola di essere quelli che si occupano di animali e natura il cortocircuito è totale.


















