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Trento
17 luglio | 06:00

"Scena muta alla maturità? Atto civile che va compreso" la psicoterapeuta Bommassar: "Se Valditara opta per la repressione, significa non saper gestire il problema"

Dopo i casi di studenti che hanno scelto di fare scena muta alla maturità per protestare contro il sistema scolastico, lo sguardo della psicoterapeuta Roberta Bommassar: "Serve ascoltare le istanze di chi solleva un problema e capire che la scuola non deve essere solo trasmissione di nozioni, ma un luogo dove le nuove generazioni fanno delle esperienze di vita e di apprendimento"

TRENTO. "Considero la protesta degli studenti alla maturità un atto civile e che non lede i diritti di nessuno, dal momento che arriva da alcuni giovani che si sono impegnati per raggiungere un buon risultato che permette loro di essere promossi anche senza sostenere orale, ma che scelgono di penalizzarsi per lanciare un messaggio forte e mettere in evidenza alcune problematiche che riguardano il sistema scolastico".

 

Ad affermarlo è la psicologa e psicoterapeuta Roberta Bommassar – già presidente dell’Ordine degli Psicologi della Provincia di Trento, nonché referente del Gruppo di Lavoro Infanzia e Adolescenza per il Consiglio Nazionale dell’Ordine – a cui abbiamo chiesto di approfondire quello che è diventato a tutti gli effetti un "caso": diversi studenti e studentesse, infatti, all'esame di maturità 2025 hanno deciso di presentarsi all'esame orale e di non proferire parola, per protestare contro un sistema che a loro avviso è incentrato solamente sul voto, sulla competitività e sulla poca empatia nei confronti dei giovani.

 

Sul tema si era già espresso, sulla stessa lunghezza d'onda, anche il pedagogista Dario Ianes (QUI ARTICOLO), dichiarando di ammirare molto gli studenti che si sono ribellati "al sistema competitivo e ipervalutante della scuola secondaria di secondo grado", sfoderando quella che a tutti gli effetti si è  "una bella protesta non violenta ed efficace". 

 

Roberta Bommassar, prima di entrare negli anfratti della questione, specifica come quanto accaduto debba portare il sistema a chiedersi se i giovani vogliano semplicemente "una scuola più semplice e meno esigente" oppure una profonda modifica del sistema basato su una sostanziale rigidità dal punto di vista nozionistico e nella sfera delle valutazioni.

 

"Nel primo caso sarebbe una protesta senza senso - continua - dal momento che la vita, a cui la scuola dovrebbe preparare, è fatta di difficoltà e di ostacoli da superare. Se invece il caso è il secondo, ed è evidentemente così, è necessario ascoltare le istanze di chi solleva un problema".

 

E poi l'affondo nei confronti dell'approccio del Ministero dell'Istruzione alla situazione: "Se la reazione del Ministro Valditara, analoga a quella di molti dirigenti scolatici, va nella direzione della repressione, significa che la società che questi rappresenta non è in grado di gestire la complessità e le difficoltà degli studenti: avrebbe potuto esprimere sì un dissenso nei confronti della protesta, aprendo però a degli interrogativi e dei confronti per comprenderla".

 

La psicoterapeuta, entrando "dentro alle mura" scolastiche e trasversalmente anche dentro quelle della protesta, osserva poi come alcune criticità siano evidenti: su tutte il fatto che il corpo docenti, senza naturalmente generalizzare, sia in linea di massima poco preparato "a causa dell'assenza di formazioni specifiche" a gestire l'evoluzione che le nuove generazioni stanno vivendo, questo sia dal punto di vista relazionale ma anche per quanto riguarda le sfide imposte dalle nuove tecnologie. "Capita spesso - spiega - che gli insegnanti si trovino a gestire gruppi classe senza avere gli strumenti necessari per farlo in modo consapevole, e questo porta al sorgere di certi disagi".

 

"Viviamo un'era in cui le nuove generazioni, per quanto riguarda la dimensione della stima e della valorizzazione di sé, sono molto fragilizzate - spiega Bommassar - e questo è evidentemente connesso anche alle nuove forme di comunicazione che rendono più difficile, dal momento che tutto è 'esposto', tollerare giudizi e anche fallimenti: a differenza del passato, il successo diventa qualcosa da esibire e questa sovrastruttura, che coinvolge anche le famiglie, porta al rischio di perdere il senso profondo delle cose. E questo il sistema scuola non può ignorarlo".

 

Ma quali soluzioni dunque per ridurre lo "scollamento" tra le esigenze delle nuove generazioni ed un mondo dell'istruzione che appare non in grado di stare al passo con l'evoluzione della società contemporanea?

 

"Partiamo da un punto cardinale: la scuola ha un ruolo centrale nella vita dei giovani, perché è a tutti gli effetti uno dei rari luoghi di socializzazione al giorno d'oggi" specifica Roberta Bommassar, che rimarca come ci sia bisogno di "intervenire" partendo anche dalla valorizzazione della professione dell'insegnante e valutando inoltre collaborazioni con altri ambiti, in primis quello psicologico, che possano contribuire a fornire degli strumenti utili per cifrare la situazione.

 

"Se l'istituzione scolastica comprendesse che la scuola non è semplicemente un luogo di trasmissione di nozioni  - conclude Bommassar - ma un luogo dove le nuove generazioni fanno delle esperienze di vita e di apprendimento, a quel punto sarebbe possibile pensare ad una  concreta cooperazione per trovare delle soluzioni efficaci, e anche nuove strategie per comprendere le difficoltà che si registrano. Bisogna, in sintesi, porsi delle domande e provare a darsi delle risposte. Non certo smorzando la voce di chi solleva il problema".

 

 

 

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