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Belluno
11 agosto | 18:32

Tra crisi climatica e rinascita, la sfida di un piccolo comprensorio per coniugare neve e tecnologia: ecco l'impegno di "We love Nevegal”

Riccardo Ravagnan, cofondatore di Nevegal Life Srl, interviene sul futuro del progetto in Nevegal di fronte alle sfide del cambiamento climatico. Uso di algoritmi predittivi e riduzione del 40% dello spreco d’acqua: così, secondo la società, il colle dei bellunesi “è la prova che un futuro per la montagna, anche in un clima che cambia, può essere più sostenibile e autentico”

BELLUNO. Inverni miti, il calo della neve sempre più marcato e gli sport invernali sempre più difficili da portare avanti come modello di sviluppo e futuro per molte località turistiche, soprattutto alle quote più basse. Tra di esse, il Nevegal, dove si parla di resilienza e futuro davanti alla montagna che cambia. “Il clima sta mettendo alla prova la vitalità di molti territori, in particolare dei piccoli comprensori, che per decenni hanno rappresentato il cuore di intere comunità. Il dibattito si fa acceso, contrapponendo spesso la natura incontaminata a un'industria del turismo che cerca di riprodurla artificialmente”.

 

A parlare è Riccardo Ravagnan, geologo e meteorologo sportivo, cofondatore di Nevegal Life Srl (Gruppo We Love Nevegal), che interviene sul futuro del colle dei bellunesi. L’obiettivo di “We love Nevegal” è infatti rilanciare l’area anche tramite la realizzazione di impianti di innevamento: ma come impatta il clima sul progetto? Già l’ultima stagione invernale ha chiuso i battenti in anticipo per condizioni meteorologiche caratterizzate da piogge in quota e assenza di neve. “In Nevegal, la sfida del cambiamento climatico - ribadisce ora Ravagnan - è stata accolta con una visione di resilienza e un profondo rispetto per il territorio. Il nostro obiettivo non è mai stato creare un ‘acquario’ o una copia artificiale della montagna che fu, ma far rivivere un luogo che, negli ultimi vent'anni, ha rischiato di essere dimenticato”.

 

Conciliare sci e clima è quindi possibile secondo la società attraverso un uso della tecnologia “non contro, ma con la natura”. Comprensibile, scrive Ravagnan, sentir parlare di accuse sul voler snaturare la montagna con interventi artificiali, ma si tratterebbe di una visione definita come superata della tecnologia, perché oggi l’innovazione permette di gestire al meglio l’ambiente. In che modo? “Utilizziamo un algoritmo predittivo - prosegue - per intercettare le condizioni ideali per una nevicata, imparando dai dati per prevedere i momenti più propizi. Non si tratta di forzare la natura, ma di collaborare con essa, massimizzando le risorse che ci offre e ottimizzando l'intervento umano. Parallelamente, abbiamo rivoluzionato l'innevamento programmato poiché il nostro sistema riduce lo spreco d'acqua del 40% rispetto alle tecniche tradizionali: un passo concreto verso la sostenibilità, che dimostra come sia possibile ridurre l'impatto idrico ed energetico di un'attività che molti ritengono insostenibile”.

 

In realtà, non sono genericamente “molti” a ritenere l’innevamento artificiale insostenibile, ma studi scientifici, ricercatori, climatologi ed esperti del settore. Ultimo in ordine di tempo il report Nevediversa 2025 di Legambiente, che ha evidenziato un ulteriore aumento sia degli impianti dismessi sia dei bacini di innevamento, con conseguenti costi in crescita: nel Bellunese, ad esempio, a metà febbraio si è registrata una spesa di 2 milioni di euro per l’innevamento artificiale dall’inizio della stagione (qui i dati).

 

Certamente, va valutato anche l’impatto economico e sociale del cambiamento climatico. “La progressiva chiusura di queste località - sottolinea Ravagnan - ha innescato un circolo vizioso: meno turismo, meno posti di lavoro, meno servizi e un impoverimento del tessuto sociale. Il nostro progetto non si limita a ridare le piste agli sciatori, ma punta a ridare una prospettiva a tutta la comunità del Nevegal”. Anche contro l’overtourism, visto che il comprensorio punta a essere “un rifugio accessibile e sostenibile - si legge ancora - una porta d'ingresso alla montagna che permette di vivere la neve lontano dalle folle. In questo modo, non solo diamo nuova vita a un'area storica, ma contribuiamo anche a distribuire il flusso turistico in modo più equilibrato”.

 

Insomma, il Nevegal diventa ora “la prova che un futuro per la montagna, anche in un clima che cambia, non solo è possibile, ma può essere anche più sostenibile e autentico. Il nostro lavoro è una dimostrazione concreta che la resilienza non è un'illusione, ma una strategia basata su innovazione, efficienza e profondo rispetto per l'ambiente e la comunità che ci circonda” conclude Ravagnan.

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