Vivere nel bosco con tre bambini, una famiglia divide il web ma fioccano i consensi. L'esperta: ''E' giusto? Dico di 'si' e spiego perché. Ma attenzione a parlare di libertà''
La vicenda della famiglia abruzzese che vive nel bosco e dei tre figli che vengono cresciuti in modo "non convenzionale" continua a far discutere. Ad analizzare la situazione è la professoressa Teresa Bertotti associata di Servizio Sociale nel Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento

TRENTO. Molti si sono interrogati sul tema della libertà altri hanno sfruttato l'occasione come pretesto per urlare sui social. La vicenda della famiglia abruzzese, che ha scelto di vivere e crescere i propri figli in modo “non convenzionale”, è diventata l’ennesimo caso.
A muoversi è stata anche la procura minori de L'Aquila che ha chiesto un intervento urgente per tre bambini tra i 6 e gli 8 anni che vivono con i loro genitori senza acqua corrente e luce, facendo l'home-schooling.
Un caso che nei giorni scorsi è stato raccontato da un articolo pubblicato dal quotidiano il Centro nel quale si parla di un rigetto totale del sistema formativo occidentale e dell'isolamento in cui ha deciso di vivere questa famiglia. Tutto è iniziato lo scorso anno quando padre, madre e figli sono stati ricoverati in ospedale per una intossicazione di funghi. Da quel momento si erano mosse anche le forze dell'ordine.
La storia di questa famiglia è stata pubblicata sui social venendo completamente sommersa di commenti perlopiù a sostegno della famiglia da chi invoca la libertà educativa assoluta e chi grida contro le istituzioni e i servizi sociali.
L'ennesimo esempio di come la discussione pubblica abbia smesso di interrogarsi preferendo dividersi. “Si sta diffondendo una tendenza collettiva verso l’annullamento della complessità” ci spiega la professoressa Teresa Bertotti associata di Servizio Sociale nel Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento, che parla quasi di una “regressione” la malattia di un’epoca che non sopporta più le sfumature. L’esperta invita a diffidare delle semplificazioni, a “non polarizzare”.
La vicenda avvenuta in Abruzzo ci mette davanti a diversi interrogativi. È giusto che una famiglia possa decidere liberamente i modi in cui vivere?
Lasciatemi fare una breve premessa: uno dei rischi più frequenti in queste vicende è di ‘polarizzare’ le questioni, metterle in un modo tale per cui ci si trova a prendere una posizione rigida: come dire se una cosa è ‘giusta’ o sbagliata. Senza spazio per considerare le alternative o le sfumature. Direi di più: il porre le questioni in modo così dicotomico, spesso contribuisce a creare il problema.
Venendo alla sua domanda: se sia giusto o no che una famiglia decida ‘liberamente’ come vivere, la risposta è sì, è ‘giusto’ – ed è una questione fondante come dirò – ma occorre guardare a cosa vuol dire “liberamente”, cosa si intende e come si vuole declinare questo concetto. Nessuno di noi è totalmente ‘libero’ e la mia libertà ha il limite dove incontra o lede quella degli altri. Nessuno di noi – e tantomeno una famiglia – vive in un deserto ma siamo tutti parte di comunità, in una collettività interdipendente.
I genitori sono liberi oppure no di decidere come crescere i propri figli?
Questo è un tema particolarmente complesso ed è centrale nella vita democratica. Le democrazie occidentali si basano sul principio importante della tutela della vita intima e privata. Ognuno di noi ha diritto di poter essere se stesso e nutrire i propri affetti senza interventi esterni. Quindi, specialmente su un tema così delicato come crescere i propri figli, la risposta alla sua domanda è – ancora – sì, ogni genitore è ‘libero’ di decidere che educazione dare ai propri figli, ma questa ‘liberta’ va esercitata prima di tutto tenendo considerazione delle attitudini e inclinazioni dei figli (così prevede il nostro codice civile) e, secondo, sapendo che i genitori sono due, e che possono avere idee diverse e si confrontano con le aspettative sociali.
Un tema collegato è quindi al ‘fino a che punto’ i genitori sono ‘liberi’?
Qual è il limite della libertà nella sfera intima delle relazioni familiari. È noto che proprio in questa sfera, caratterizzata da bisogni di cura, vulnerabilità e asimmetrie di potere, possono verificarsi situazioni di abusi e violenze (tra partner, verso le persone anziane o i bambini). Così il punto diventa il capire il confine, cosa fare e come gestire le situazioni in cui tali abusi si verificano. Non credo affatto che la situazione della famiglia abruzzese sia da considerare in questa cornice, ma il tema va posto. Si tratta di quello che ho chiamato un “dilemma strutturale”, in cui non è facile scegliere la strada migliore perché ci sono in tensione due ‘beni’ ugualmente importanti (il rispetto della volontà dei genitori e della vita familiare da un lato e la tutela dei diritti del bambino, nel nostro caso, ad essere rispettato, sostenuto e protetto). Un dilemma strutturale, in cui il nostro sistema, così come altri, prevede diversi ambiti e meccanismi per giungere ad una decisione in merito a quale dei due corni del dilemma far prevalere e per gestire con attenzione tale complessità. Affinché questi funzionino però è indispensabile che si abbandonino – a tutti i livelli - le prese di posizione ideologiche e si cerchi di stare sul contenuto. Abbandonare le posizioni ideologiche vuole dire, avvicinarci con umiltà e rispetto alla vita delle persone, grandi o piccole che siano, cercando di capire cosa sta succedendo e, possibilmente insieme alle persone, cercare la strada migliore, riconoscendo che siamo in un terreno delicato che richiede con rispetto e attenzione.
La storia è stata pubblicata sui social. Tantissime persone si sono espresse dalla parte della famiglia. Cosa sta accadendo e perché?
E' una domanda interessante e importante. A mio avviso, ciò che sta accadendo qui, ma anche in altri campi, è che si sta diffondendo una tendenza collettiva verso l’annullamento della complessità. Come se - di fronte ad un aumento della complessità e delle sfide che si affacciano sul nostro vivere, - prevalesse il bisogno non vedere, e ci si ritiri dalla capacità di pensare. a volte sembra di assistere ad una sorta di ‘regressione del pensiero, che cede al bisogno/desiderio di avere soluzioni pronte, lineari, semplici, possibilmente certe e sicure. Così il rischio è di trovarsi in un mondo in cui si perde la consapevolezza della complessità, si cercano soluzioni facili e si va verso la riduzione e la semplificazione. Ciò che si perde è il valore della diversità, che abbiamo imparato a riconoscere ed apprezzare come una delle strade più promettenti per capire come muoversi e per continuare a costruire un mondo giusto e inclusivo. Ridurre i problemi ad uno scontro sui social, tra posizioni contrapposte, spesso espresse con aggressività è sintomo di una regressione primitiva. Che non fa parte della nostra storia culturale, ed è difensiva, dettata dalla paura dei cambiamenti e dall’illusione che si possano risolvere le questioni complesse con le polarizzazione e le dicotomie del bianco e nero, del ‘giusto e sbagliato. Quando questo accade, abdichiamo alla nostra intelligenza e alla capacità di guardare quello che succede. Quando questo accade, segnaliamo il nostro scarso coraggio nel guardare, con attenzione e umiltà, ai problemi.
E sul perché sta accadendo?
Occorre guardare alla progressiva e crescente sfiducia verso le istituzioni. I commenti sui social su questa vicenda sembrano alimentare la sfiducia nelle istituzioni e verso il sistema dei servizi. Questa sfiducia può essere in parte basata su dati reali: la progressiva trasformazione e burocratizzazione del sistema di welfare cosi come la riduzione delle risorse hanno effettivamente peggiorato alcune cose, dalla scuola agli ospedali. Dal punto di vista culturale ed economico, si assiste ad una svalutazione del ruolo del sistema di welfare. Dall’altra parte però abbiamo una narrazione pubblica molto aggressiva, spesso basata su falsità, su dati non verificati, o costruiti e manipolati ad hoc, laddove apertamente inventati. L’effetto è veicolare una rappresentazione dei servizi falsa: la vicenda di Bibbiano ne è una prova schiacciante.
Quello che non si capisce, non si coglie, è che è un danno alla fiducia che le persone possono avere verso le istituzioni che vogliamo e paghiamo.
Voglia di escludersi dalla società: quali rischi ci sono?
Io cercherei di ‘leggere’ e capire questa voglia di escludersi. Cosa ci dice? Consideriamo che la tendenza prevalente oggi nel discorso pubblico è verso una richiesta di omologazione. C’è una tendenza a dire che la persona “va bene” se rispetta determinati standard e regole. La voglia di ‘escludersi potrebbe allora essere vista come bisogno di resistere a tale processo di omologazione. Perché non considerare questo come un segnale di ‘diversità’ che forse ci permette di vedere altri modi di stare al mondo? Anche qui il rischio è di rinunciare alla possibilità di riconoscere e valorizzare la ricchezza delle differenze. Il riconoscimento del valore della diversità come strada maestra dell’inclusione (Diversity & Inclusion,) è stato centrale nella nostra cultura degli ultimi due decenni. Questo approccio ora pesantemente minacciato e messo sotto attacco, da Trump in poi. Allora, a me sembra che bisogna guardiamo a quale messaggio queste persone ci stanno portando. Da cosa vogliono escludersi? Forse ci segnalano qualcosa del nostro modo di vivere, che può aiutare a migliorare.
In che misura l’educazione “non convenzionale” (come quella che avviene in questa famiglia) può essere compatibile con il diritto all’istruzione riconosciuto per tutti i bambini?
Anche qui, a mio avviso, la strada è decostruire questi concetti: cosa intendiamo per educazione non convenzionale? Da quello che è stato scritto su questa vicenda, la famiglia è alla ricerca di valori che sono importanti, non stanno educando i loro figli a essere violenti o oppressivi. I valori e la dimensione valoriale sono importanti. Se poi parliamo di educazione, possiamo anche guardare alla scuola ‘convenzionale’. è un posto dove ci sono insegnanti che accompagnano i ragazzi in processi importanti, ma anche insegnanti che, per tanti motivi, rischiano di essere oppressivi. Altrettando mi colpisce tirare in ballo, qui il tema al diritto all’istruzione. Perché ci interroghiamo su questa specifica situazione mentre è totalmente trascurato il fatto che nel nostro paese – o anche in altri - il diritto all’istruzione di migliaia di bambini in povertà è leso o minacciato dai tagli delle risorse e da condizioni sociali strutturali di svantaggio?
Quali conseguenze sociali può avere per un bambino crescere isolato da amici e contesti associativi?
È famoso un proverbio africano che dice: “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. Ma quale villaggio, mi chiedo io. Se pensiamo alla vita di oggi delle famiglie, la sensazione — e anche gli studi che stiamo facendo — ci dice che i genitori sono sempre più soli, iper-responsabilizzati e colpevolizzati quando le cose non vanno. Parliamo di “genitorialità intensiva”, in cui la società pone degli standard ma si ritira da considerare le condizioni della loro realizzabilità.. Un’individualizzazione della responsabilità genitoriale che è impressionante. Della vicenda specifica non conosciamo molti aspetti. Occorre essere molto attenti a guardare: nessuno ci ha detto se qualcuno ha parlato con questi bambini. Sempre più diffusamente si afferma la necessità di dare loro voce è davvero importante. Sappiamo se hanno oppure no amici? Sappiamo cosa pensano? Possono essere coinvolti nel pensare, insieme ai genitori alle strade possibili? Si citano i contesti associativi. Ma anche in questo caso, quali sono le abilità che i bambini sviluppano nelle relazioni con gli altri? Ritorno sul concetto originario: ciò che serve ( serviva, in questa vicenda, è un’ottica di minor contrapposizione. E la messa in campo di un assetto di confronto e dialogo. I servizi sociali, se ben equipaggiati e non svalorizzati, sono uno dei luoghi principe in cui tale dialogo può avvenire.
Questa storia può essere interpretata come un segnale di un più ampio “disagio” nei confronti delle istituzioni tradizionali?
Secondo me è un disagio verso un modello sociale che è sempre più tendente all’omologazione e che ha sempre meno rispetto delle diversità. Specialmente fatica a raccogliere, guardare e considerare il punto di vista dell’altro per trovare soluzioni condivise su dei temi che noi non conosciamo.














