Anziani a rischio con l’emergenza caldo: intervengono gli infermieri di comunità. “Andiamo a casa della persona per prevenire complicanze e accessi ai pronto soccorso”
Con l’apertura delle quattro Case della comunità, si arricchisce anche il percorso di definizione dell’infermiere di famiglia o di comunità all’interno dell’Ulss 1 Dolomiti. Di fronte all’emergenza caldo (ma non solo) l’azienda sanitaria fa quindi sapere qual è il ruolo di queste figure, che possono essere attivate in ogni situazione di potenziale rischio

FELTRE. “L’infermiere di famiglia non è una figura isolata, ma interagisce con la medicina generale e territoriale ed entra nella rete assistenziale. Inoltre, poiché le voci sociali non ascoltate diventano prima o poi bisogni sanitari, che a loro volta possono trasformarsi in bisogni di ospedale, assume anche un ruolo educativo e culturale fondamentale”.
L’infermiere di famiglia è ormai una figura di riferimento per il territorio. L’Ulss 1 Dolomiti ne ha dunque presentato le funzioni per diffondere tra i cittadini maggiore consapevolezza, affinché possano sempre più affidarsi alla medicina cosiddetta di prossimità.
“L’obiettivo - spiega Roberto Meneghini, infermiere di famiglia alla Casa della comunità di Feltre - è anticipare sempre più bisogni e complicanze, anziché intervenire solo quando la persona sta male. In questo momento, ad esempio, va gestita l’emergenza caldo, in particolare in persone con età avanzata, presenza di patologie croniche, magari non autosufficienti e in situazioni di isolamento sociale”.
Si tratta di fattori non secondari in una provincia ad alto tasso di invecchiamento. Nel territorio dell’Ulss 1 Dolomiti, infatti, 1 residente su 4 è over 65 e circa la metà degli anziani vive da sola. A livello regionale, inoltre, una persona su tre ha almeno una malattia cronica e, tra gli over 65, uno su 15 non è autosufficiente.
Il caso studio è il signor Giovanni: 82 anni, vive da solo, ha problemi cardiaci e ipertensione e assume diversi farmaci al giorno. Il suo medico di base lo ha segnalato all’infermieristica di comunità di fronte all’arrivo del caldo estivo: cosa accade a questo punto? “Anzitutto - spiega Meneghini - si fa una ricognizione della terapia. Dobbiamo capire se assume i farmaci in modo corretto e prevenire complicanze legate alle temperature elevate. Perciò andiamo a casa sua, monitoriamo i parametri vitali e moduliamo la terapia assieme al medico. Inoltre, educhiamo il signor Giovanni a un corretto stile di vita e ai rischi legati a ipertensione, sudorazione, disidratazione: in questo modo potrà passare l’estate a casa, senza complicazioni né accessi inappropriati in pronto soccorso”.
Una procedura che vale per qualsiasi situazione di rischio. Presso la Casa della comunità di Feltre (un infermiere di famiglia più sei territoriali nel distretto), al 30 giugno c’erano infatti 1.232 utenti in carico, dei quali circa la metà assume oltre cinque farmaci al giorno. Questo conferma il dato territoriale, secondo cui circa la metà degli over 75 segue una terapia farmacologica multipla - percentuale che cala tra il 36 e il 39% per gli over 65.
“Si tratta - spiega il direttore generale Achille Di Falco - di un tema particolare, quello dello sviluppo delle professioni sanitarie: una delle rivoluzioni del dm 77 (il decreto che ridisegna l'assistenza sanitaria territoriale in Italia) e che soprattutto in un territorio come quello dell’Ulss 1 vale la pena sviluppare, trattandosi di una realtà che necessita molto di domiciliarità. Quest’ultima infatti fa la differenza, perché prevale la sensazione di avere i servizi vicino alla popolazione e si riesce a far sentire le persone parte di una comunità accogliente”.
“Il percorso dell’infermiere di famiglia - aggiunge Lucia Dalla Torre, direttrice sanitaria - è stato avviato già nel post-Covid, con un lavoro nel Feltrino e nelle sedi distrettuali dove ci sono medici di famiglia e assistente sociale. L’evoluzione con le Case della comunità è stata naturale, perché ogni territorio ha la necessità di avere una regia, un’analisi del bisogno di salute e una programmazione delle risposte da fornire”.
Resta però la carenza di medici di medicina generale, un tramite tra il paziente e l’infermiere di famiglia. “Non neghiamo - risponde Dalla Torre - una certa fatica a coprire il territorio, ma non possono esserci assistiti di serie A o B in base all’avere o meno il medico di base. Per questo l’infermiere di famiglia è anche una leva organizzativa: permette di tenere la popolazione più fragile sempre monitorata. Anche nei periodi senza medico di base, le persone non sono quindi state lasciate a se stesse”.
“Inoltre - conclude Di Falco - buona parte dei pazienti dei medici di base sono oggi il signor Giovanni: anziani, con patologie croniche e che assumono più farmaci. Anche in prospettiva, c’è quindi bisogno di rileggere la giusta risposta al tipo di bisogno. La sfida è far capire quanto siano importanti queste figure: serve consapevolezza che esistono e che permettono alla persona di rimanere dove vive meglio”.


















