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Trento
28 settembre | 10:06

Crisi dei bar: in 6 anni chiuso il 9% dei locali. Tra spese di gestione e personale introvabile: "Costi esplosi, tutti ci dicono che siamo cari ma non sappiamo più come andare avanti"

I dati che fotografano la situazione dei bar in  Trentino non sono per nulla incoraggianti: in sei anni il numero di locali è sceso da 1591 a 1448, una riduzione del 9% che ha portato a un impoverimento di circa 43 milioni di euro. A Trento l'ultima chiusura è quella del Momi in piazza Battisti. Federico Rigotti, presidente Fiepet del Trentino: "Trend allarmante". Botto (Pubblici Esercizi): "Oltre il 50% dei bar non supera i 5 anni di gestione".  Paolo Crocetti dello storico Porteghet: "Costi insostenibili"

Crisi dei bar: in 6 anni chiuso il 9% dei locali

TRENTO. Costi di gestione elevatissimi, difficoltà sempre più pesanti nel trovare personale a cui si uniscono i cambiamenti nelle abitudini di lavoro e un calo della clientela. La crisi dei servizi di prossimità non riguarda soltanto i negozi e il commercio al dettaglio, ma anche i bar. Dietro le saracinesche che si abbassano non ci sono soltanto attività commerciali che scompaiono, ma pezzi di vita quotidiana che si spengono. Il caffè davanti ad un bancone, la chiacchiera con un amico, il luogo di ritrovo in paese.

 

“Negli ultimi anni il mondo è cambiato. Veniamo incolpati dell'aumento dei prezzi ma i costi delle materie prime sono esplosi” spiegano alcuni baristi del centro di Trento. L'ultima chiusura è quella avvenuta in una delle piazze centrali della città. Stiamo parlando del bar pasticceria Momi in piazza Cesare Battisti. “I costi di gestione hanno raggiunto livelli troppo alti per andare avanti” ci spiega la titolare Angela Ochner a cui si aggiunge anche la difficoltà nel trovare forza lavoro. Un problema, quest'ultimo, che si sta portando avanti nel tempo e che ha un impatto molto forte nelle attività.

 

Ma a fotografare la situazione sono i dati che emergono dallo studio di Confesercenti sui dati InfoCamere che mostrano come a livello nazionale, dal 2019 al 2025 il numero di imprese del settore è calato da 169.839 a 145.766: una perdita di ben 24.073 attività, il 14,2% del totale. Una media di quasi 11 chiusure al giorno.

 

Dati che anche per il Trentino non sono per nulla incoraggianti basta pensare che in sei anni il numero di bar presenti sul territorio provinciale è sceso da 1591 a 1448, una riduzione del 9% che ha portato a un impoverimento di circa 43 milioni di euro.

 

“Anche il nostro territorio è colpito da questo trend allarmante” ha spiegato Federico Rigotti, presidente Fiepet del Trentino. “Quando un bar chiude, il danno non è solo a livello economico: le città e i centri storici perdono di attrattività, e la comunità perde un punto di incontro, un luogo in cui le persone possono fermarsi e mantenere vive le relazioni quotidiane”

 

Le difficoltà si fanno sentire con intensità maggiore nei grandi centri abitati, dove i numeri sono superiori alle medie provinciali. Trento non fa eccezione: nel capoluogo dal 2019 sono chiusi 31 bar (da 319 a 288), un calo del 9,7% e una perdita economica quantificabile in 9 milioni, quasi un quarto del totale provinciale. I costi dell'energia, delle materie prime, degli affitti e del lavoro hanno soffocato diverse attività ne hanno compresso i margini di attività caratterizzate da scontrini medi sempre più bassi e da un’elevata intensità di manodopera.

 

“Oltre il 50% dei bar non supera i 5 anni di gestione” spiega Walter Botto. “Le marginalità nella vendita dei prodotti si sono assottigliate. Tutti ci dicono che siamo cari ma i costi della gestione generali sono esplosi” continua il titolare dei bar Pasi, Tridente, Verdi e Bar Spiaggia alle Foci del Sarca a Torbole oltre ad essere presidente dell'Associazione pubblici esercizi trentini di Confcommercio.

 

“A Trento – ci dice – abbiamo lottato per avere un plateatico tutto l'anno per allungare la stagionalità. Anche l'amministrazione in una situazione del genere di crisi deve darci la mano. Siamo davanti ad un aumento spaventoso dei costi. Io

stesso sto cercando per i miei locali dei nuovi contratti per riuscire a bloccare il prezzo delle utenze almeno per 6 mesi perché non sappiamo fino a quanto aumenteranno”. Ma a pesare ci sono anche costi spesso poco conosciuti basta pensare all'acquisto delle attrezzature che un bar deve avere, l'assistenza continua e tanto altro. “Oggi qualsiasi piccola attrezzatura costa tantissimo – spiega ancora Botto – un tempo duravano anni e oggi invece non è più così”.

 

A ciò si sono aggiunti gli effetti della pandemia e il successivo cambiamento delle abitudini: lavoro da remoto, minori flussi quotidiani nei centri urbani e una diversa distribuzione dei consumi nell’arco della giornata hanno indebolito soprattutto i bar legati a uffici, pendolarismo e commercio di prossimità.

 

A parlare di “costi di gestione insostenibili” è anche Paolo Crocetti che a partire dal 1995 gestisce locali a Trento e che oggi, assieme ad Andrea Margoni, porta avanti lo storico “Porteghet” una delle principali porte d'ingresso al centro storico della città. “C'è l'energia che è aumentata, gli affitti che crescono – spiega Crocetti – per non parlare dei prezzi dei prodotti al supermercato che sono saliti in media del 20% nell'arco di un anno con altri rincari che vanno poi ad avere un impatto non di poco conto sull'attività che portiamo avanti. Gli aumenti dei bar si aggirano sul 15% e sono di molto inferiori rispetto a quello che sta avvenendo tutto attorno”.

 

Sono davvero poche le attività che riescono a passare indenni da questa crisi. “Riesce a farcela chi ha sempre avuto una gestione oculata – ha spiegato Paolo Crocetti - chi ha pochi dipendenti e nonostante i margini ridotti va avanti”.

A cambiare in questi anni è stata la clientela. “C'è meno gente in giro – ci spiega il titolare – le nuove generazioni hanno una concezione diversa del bar, gli universitari hanno dinamiche tutte loro, ma questo calo è stato compensato dal flusso di turisti”.

 

Dall'analisi portata avanti da Confesercenti a pesare è ovviamente anche la perdita di potere d’acquisto delle famiglie, la maggiore selettività della domanda e la concorrenza di formule alternative, dalle catene organizzate alla distribuzione moderna e ai servizi di consegna. La carenza di manodopera e il forte turn over che impedisce una formazione completa e che va ad incidere anche sulla qualità dell'offerta.

 

Confesercenti sta raccogliendo le firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”. La raccolta continua sino al 25 novembre, data entro cui andrà raggiunta la soglia delle 50mila firme perché il testo a sostegno di negozi, bar e pubblici esercizi venga discusso in Parlamento: “Con questa raccolta chiediamo risposte alle difficoltà incontrate da tutta la rete dei servizi di prossimità – ha concluso Rigotti – Il disegno di legge fornisce alle amministrazioni di tutti i livelli, sia comunali che provinciali, gli strumenti adatti per contrastare il fenomeno ormai consolidato delle chiusure”.

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