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Trento
09 febbraio | 06:00

Febbraio tragico in montagna: in otto giorno dieci vittime a causa delle valanghe. Bolza (Cnsas): "Sottovalutate le allerte o sopravvalutate le capacità di lettura"

"I bollettini e le allerte sono fondamentali e, invece, siamo di fronte ad un' "over confidence" nei confronti di un ambiente, la montagna, che non è sicuro, che può "cambiare" da un momento all'altro dove - lo ripeteremo all'infinito - variabili e rischi sono tanti ed elevati. Noi continuiamo a ripetere di stare attenti, di consultare i bollettini, di affidarsi ai consigli degli esperti, di chi quelle zone le "vive" quotidianamente, guide alpine, maestri di sci, soccorritori"

TRENTO. Dieci morti in appena otto giorni. Tutti in montagna, tutti sull'arco alpino - tra Trentino, Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia, tutti travolti da una valanga e sepolti sotto la neve. Tutti mentre stavano praticando, in solitaria o con amici, sci alpinismo o snowboard fuori pista.

 

E' un bilancio tragico quello aggiornato a ieri sera - domenica 8 febbraio - considerando solamente il mese di febbraio: l'ultimo a perdere la vita in montagna è stato un 19enne altoatesino, originario di Scena, travolto da un distacco verificatosi in val Sarentino mentre, assieme ad un amico, stava praticando sci alpinismo (Qui articolo).

 

Il primo di questa tristissima e troppo lunga lista è stato il 29enne bolognese (ma trasferito a Trieste per motivi lavorativi) Carlo Notari, che domenica 1 febbraio ha perso la vita al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, sopra Casera Tragonia ed è stato ritrovato dopo quattro ore, quando ormai era troppo tardi (Qui articolo).

 

Mercoledì 4 febbraio il 33enne di Tarvisio Simone de Cillia stava scendendo con lo snowboard, quando è stato sepolto sotto un distacco verificatosi sulla spalla compresa tra la pista che sfiora Malga Lussari e il Monte Prasnig. Estratto dai soccorritori in condizioni disperate, è spirato in serata in ospedale dove ogni tentativo dei medici è risultato vano. (Qui articolo

 

Il giorno successivo una valanga si è staccata a quota 3.325 metri, sulla Cima Beltovo Posteriore, travolgendo un gruppo di scialpinisti di nazionalità finlandese, che sono stati investiti dalla massa nevosa: per due di loro non c'è stato nulla da fare, mentre un terzo è rimasto ferito. (Qui articolo)

 

Sabato 7 febbraio verrà ricordata come una giornata particolarmente tragica visto che, in poche ore, hanno perso la vita ben quattro persone (Qui articolo). Il 40enne primierotto Ettore Turra è stato travolto mentre scendeva lungo il canale che scende da Forcella Ceremana verso il lago di Paneveggio, al confine tra la Val di Fiemme e San Martino. E' stato estratto dopo 40 minuti ed il suo cuore ha cessato di battere nel tardo pomeriggio all'ospedale Santa Chiara di Trento, dove era giunto in condizioni gravissime. (Qui articolo).

 

Sul Pizzo Meriggio, in Valtellina, a quota 2.348 metri, sono invece morti il 46enne Alfio Muscetti, originario di Sondalo, che stava salendo assieme ad un amico e Sebastiano Erba, 35enne di Sondrio che, accortosi che i due scialpinisti erano stati sepolti dal distacco, è intervenuto per prestare aiuto, finendo a sua volta travolto. Muscetti è stato recuperato quasi subito dai soccorritori intervenuti, mentre Erba - inizialmente disperso - è stato estratto dopo lunghe ricerche, quando per lui non vi era più nulla da fare (Qui articolo).

 

E, nel pomeriggio, il 41enne di Romano d'Ezzelino Alex Farronato è deceduto dopo essere rimasto sotto una valanga che si è staccata sul versante trentino della Marmolada, nella zona di Punta Serauta (Qui articolo). Gli amici che erano con lui e altri sciatori hanno iniziato subito le ricerche ma, quando i tecnici soccorritori lo hanno estratto dalla neve, era già morto.

 

E, domenica sera, dopo la morte del 19enne deceduto in Alto Adige, il "popolo" della montagna si è ritrovato a piangere anche la scomparsa di Erik Pettavino, finanziere del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza, che venerdì 6 febbraio era stato travolto da una valanga mentre era impegnato in un'esercitazione sopra la diga di Montespluga (Qui articolo). Trasportato all'ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo, nella serata di ieri - 8 febbraio - ne è stata dichiarata la morte cerebrale.

 

Una serie incredibile e lunghissima di vittime. E attenzione, perché il bilancio finale avrebbe potuto essere ancora più "pesante", visto che le persone rimaste illese o coinvolte, senza però conseguenze letali, sono state numerose.

 

Da ormai una decina di giorni, i bollettini dell'allerta valanghe indicano rischi elevati per la presenza di accumuli di neve fresca, caduta o trasportata dal vento. Gli "allarmi" sono stati dunque ignorati o si è trattato di tragiche fatalità che non potevano essere previste?

 

"Noi continuiamo a ripetere - spiega a Il Dolomiti Roberto Bolza, vice presidente del Soccoro Alpino Nazionale - di stare attenti, di consultare i bollettini, di affidarsi ai consigli degli esperti, di chi quelle zone le "vive" quotidianamente, guide alpine, maestri di sci, soccorritori. Il bilancio dell'ultimo periodo è terribile, perché dieci morti in sette - otto giorni sono tantissimi, troppi. Stiamo parlando di dieci persone che non faranno rientro a casa, di dieci famiglie che piangono la scomparsa di un figlio, un marito, un fratello, un amico che non c'è più. I bollettini e le allerte sono fondamentali e, invece, siamo di fronte ad un' "over confidence" nei confronti di un ambiente, la montagna, che non è sicuro, che può "cambiare" da un momento all'altro dove - lo ripeteremo all'infinito - variabili e rischi sono tanti ed elevati".

 

Dunque c'è una sottovalutazione delle allerte che, negli ultimi giorni, parlavano di un elevato rischio valanghe praticamente su tutto l'arco alpino viste le condizioni meteo.

"O una sottovalutazione o una sopravvalutazione delle proprie capacità di analisi. Non basta conoscere "a menadito" una zona, un percorso, una cima per poterla affrontare in tranquillità. Basta una nevicata, qualche ora di forte vento per far sì che me condizioni mutino in maniera considerevole. E, allora, si pensa si trovarsi su di una cresta quando, magari, si è spostati di tre metri e quel percorso non è quello che si credeva di affrontare. E, attenzione, tra chi ha perso tragicamente la vita non vi era nessuno che fosse inesperto, che non conoscesse la montagna: da quello che ho potuto constatare si trattava di persone che avevano grande preparazione ed esperienza. Ma, a maggior ragione con queste condizioni meteo, la conoscenze non bastano".

 

Quale è la situazione sull'arco alpino?

"Sui versanti esposti a Nord le nevicate e, soprattutto, gli accumuli da vento hanno fatto sì che, al di sopra dello strato "duro", si sia formato uno strato soffice, fantastico per chi vuole praticare fuori pista. Il problema è che, viste le temperature, tale strato di neve si poggia su di una "brina" che lo rende instabile, come se fosse adagiato su di un fondo scivoloso. Che, se sollecitato, può distaccarsi, causando la valanga. Non bisogna pensare che, visto che non c'è stata una nevicata, allora il rischio è minore: il vento porta una "marea" di neve, che spesso modifica la conformazione di pendii e creste".

 

I bollettini parlavano chiaro.

"In Trentino, ma anche nelle regioni limitrofe, c'era allarme marcato sopra il limite del bosco. E il rischio non è solamente legato alle valanghe, perché la neve accumulata, quando modifica la fisionomia della montagna, può nascondere anche altre insidie, come piante, salti, rocce, buchi, che possono provocare traumi letali. Bisogna parlare con gli esperti e saper rinunciare. Capisco che, dal punto di vista dell'appassionato, le ultime giornate fossero perfette per lo sci alpinismo: neve soffice, sole, cielo sereno, il massimo insomma, ma si deve fermarsi, raccogliere tutte le informazioni e se, qualcosa non è chiaro, chiedere. Continueremo a ripeterlo all'infinito. Ogni vittima in montagna è un lutto enorme anche per il Soccorso Alpino e Speleologico, ad ogni angolo d'Italia".

 

Recentemente ha perso la vita anche un "ghiacciatore", precipitato da una cascata in Valle d'Aosta.

"Anche quello è un capitolo particolare. Io capisco che, magari, la salita sia stata preparata con settimane d'anticipo, che per raggiungere la cascata vengano percorsi tanti chilometri e che il ghiaccio ci sia solamente in quel determinato periodo dell'anno ma, anche in questo caso, bisogna saper dire "no" in maniera consapevole".

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