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Trento
12 aprile | 06:00

Infermieri, tra pensionamenti e dimissioni, il Trentino ne perderà oltre 2 mila. Pedrotti: "Continuano le dimissioni volontarie verso i territori più attrattivi come l’Alto Adige"

È significativo anche l’aumento dei liberi professionisti, passati da 166 nel 2020 a 229 nel 2025, con un incremento del 38%. Per quanto riguarda le valli, la carenza di infermieri non è solo un problema sanitario, ma un problema di sistema. “Senza politiche abitative e di attrattività dei territori, il rischio è quello di non riuscire a garantire servizi essenziali”

TRENTO. I numeri fotografano una situazione che attraversa tutto il sistema sanitario trentino e che rischia di peggiorare nel prossimo futuro con l'aumento del fabbisogno richiesto dall'assistenza territoriale. Stiamo parlando degli infermieri. Secondo gli ultimi dati forniti a il Dolomiti dall'Ordine delle Professioni Infermieristiche, oggi in Trentino  ne mancano tra i 430 e i 450, e all’orizzonte si profila un’uscita massiccia di professionisti che rischia di mettere ulteriore pressione a reparti, Rsa e assistenza sul  territorio

 

Il sistema si trova in un equilibrio sempre più fragile. “Il vero nodo resta l’invecchiamento della professione. Il 41% degli infermieri trentini ha tra i 46 e i 60 anni e questo significa che nei prossimi 15 anni circa 2.000 professionisti usciranno dalla professione, di cui circa 700 nei prossimi 5 anni, con una media di 130 uscite all’anno” ha spiegato il presidente dell'Ordine Daniel  Pedrotti

 

E la carenza sta toccando in modo fortissimo le valli dove non è solo un problema sanitario, ma un problema di sistema. Senza politiche abitative e di attrattività dei territori, il rischio è quello di non riuscire a garantire servizi essenziali.

 

Presidente, partiamo dai numeri: quanti infermieri mancano oggi in Trentino?

Oggi la carenza di infermieri negli organici in Provincia di Trento è stimata in circa 430–450 infermieri. Di questi, circa 250 rappresentano una carenza strutturale già oggi presente nel nostro sistema sanitario provinciale. A questi si aggiunge un ulteriore fabbisogno di 180–200 infermieri di famiglia e comunità, previsto dal DM 77/2022 per sostenere la riforma dell’assistenza territoriale.
In Italia la carenza è stimata in almeno 65.000 unità, secondo la Corte dei conti. 
Se guardiamo al confronto internazionale, l’Italia è fanalino di coda tra i Paesi OCSE per numero di infermieri ogni 1.000 abitanti, con 6,9 rispetto una media di 9,2. La Provincia di Trento si attesta a 7,9 infermieri per 1.000 abitanti, un dato migliore rispetto alla media nazionale, ma ancora distante dagli standard internazionali.

 

Ci sono giovani infermieri che si iscrivono all’Ordine? Com’è il trend in Provincia? E quali sono le prospettive rispetto alle uscite dalla professione?

Negli ultimi anni il trend delle iscrizioni all’Ordine delle professioni infermieristiche della Provincia di Trento è positivo, ed è un segnale incoraggiante. Al 31 dicembre 2025 gli iscritti hanno raggiunto quota 4.648, con un saldo positivo anche nell’ultimo anno: 199 nuove iscrizioni a fronte di 112 cancellazioni. Il dato cresce in modo costante: 4.498 iscritti nel 2023, 4.561 nel 2024 e 4.648 nel 2025. È significativa anche la presenza di giovani, con 1.507 infermieri tra i 21 e i 35 anni, pari al 32,4% del totale.

Questo risultato deriva da più fattori, tra cui l’attrattività del sistema formativo universitario provinciale, gli interventi messi in campo a livello locale sul piano contrattuale, giuridico ed economico, le campagne informative. È interessante notare che, mentre a livello nazionale si registra un calo delle domande di accesso ai corsi di laurea in infermieristica (-11,1% nell’anno accademico 2025-2026), la sede di Trento ha visto un aumento significativo delle candidature in prima scelta.

Tuttavia, questo dato positivo non deve farci abbassare la guardia. Il vero nodo resta l’invecchiamento della professione. Il 41% degli infermieri trentini ha tra i 46 e i 60 anni e questo significa che nei prossimi 15 anni circa 2.000 professionisti usciranno dalla professione, di cui circa 700 nei prossimi 5 anni, con una media di 130 uscite all’anno.
A ciò si aggiungono le dimissioni volontarie verso il settore privato o verso territori limitrofi più attrattivi, come l’Alto Adige. È significativo anche l’aumento dei liberi professionisti, passati da 166 nel 2020 a 229 nel 2025, con un incremento del 38%.

 

Quali sono le cause e le relative priorità che proponete come Ordine per affrontare la carenza di infermieri?

Come affermato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la carenza di infermieri rappresenta oggi una delle principali criticità per la tenuta dei sistemi sanitari, sottolineando che un adeguato numero di infermieri costituisce “un investimento per l’intero sistema sanitario”. Senza infermieri non c’è salute e non c’è assistenza, soprattutto per una popolazione sempre più anziana, fragile e sola. I bisogni di salute stanno diventando sempre più complessi e la necessità di investire nella prevenzione e nel potenziamento dei servizi implica inevitabilmente un fabbisogno crescente di infermieri nei prossimi anni.

Il fenomeno della carenza è complesso e multifattoriale. Sarebbe riduttivo e inefficace pensare di affrontarlo con un singolo intervento.
Le priorità sono chiare. In primo luogo, è necessario creare condizioni di lavoro che favoriscano il benessere e la soddisfazione professionale degli infermieri. Questo significa garantire condizioni organizzative che consentano loro di esercitare pienamente le proprie competenze e livelli di autonomia, operando in contesti in grado di generare cure di valore e liberi da attività improprie. Servono ambienti di lavoro sicuri, flessibili e capaci di conciliare vita professionale e privata. È fondamentale riequilibrare gli organici e ampliare le opportunità di sviluppo di carriera, soprattutto in ambito clinico, valorizzando le competenze specialistiche e avanzate acquisite attraverso lauree magistrali, master e percorsi di perfezionamento. Oggi il riconoscimento formale di queste competenze è ancora limitato, in particolare nelle RSA e nel privato convenzionato, e sottodimensionato nel comparto sanità pubblico. Occorre inoltre proseguire nel percorso di adeguamento delle retribuzioni, che devono essere coerenti con i livelli di responsabilità e con gli standard dei Paesi OCSE, e favorire l’introduzione di modelli professionali e assistenziali innovativi ad alta autonomia.
Va ricordato che la formazione infermieristica è universitaria da oltre trent’anni e che molti professionisti del sistema sanitario trentino hanno conseguito titoli avanzati, tra cui master, laurea magistrale e dottorato di ricerca. Dal 2025 sono presenti anche i primi laureati magistrali specialisti in cure primarie e in infermieristica di famiglia e comunità. Possiamo quindi affermare con orgoglio che il sistema sanitario trentino dispone di infermieri altamente qualificati.
Tuttavia, i cambiamenti organizzativi e l’innovazione nei modelli assistenziali procedono ancora troppo lentamente e in modo disomogeneo. Questo rappresenta un limite per il sistema, che rischia di non valorizzare appieno queste competenze, con conseguente frustrazione per i professionisti e perdita di opportunità per i cittadini.
In questa prospettiva, l’Ordine sostiene anche un percorso di evoluzione della professione infermieristica che includa, in via sperimentale, la possibilità di prescrizione infermieristica di ausili e presidi sanitari utili nella pratica assistenziale. Si tratta di una proposta coerente con quanto già avviene in molti Paesi europei e con la necessità di sviluppare modelli avanzati di responsabilità professionale, in grado di migliorare l’efficienza del sistema e la risposta ai bisogni dei cittadini.
Affrontare la carenza di infermieri, quindi, non significa semplicemente aumentare i numeri.

 

Quali sono oggi i contesti più in difficoltà per la carenza di infermieri?

La letteratura scientifica ha dimostrato in modo inequivocabile che una presenza adeguata di infermieri, sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo, è direttamente associata a migliori esiti di salute dei cittadini. Garantire standard assistenziali adeguati è quindi una precisa responsabilità istituzionale. Le maggiori criticità si riscontrano nei contesti a più elevata complessità assistenziale come ad esempio nei reparti ospedalieri ad alta intensità, nei servizi territoriali e nelle RSA, dove la presa in carico e la continuità assistenziale sono spesso messe a dura prova.

Per quanto riguarda le valli, la carenza di infermieri non è solo un problema sanitario, ma un problema di sistema. Senza politiche abitative e di attrattività dei territori, il rischio è quello di non riuscire a garantire servizi essenziali. In alcune aree, oggi, la difficoltà non è solo assumere professionisti, ma trattenerli. 

Lo stesso principio vale per la formazione. Per garantire professionisti competenti è indispensabile assicurare, sia nella formazione universitaria sia in quella continua, adeguati standard di tutor e di formatori qualificati, in linea con le evidenze della letteratura nazionale e internazionale. Investire nella formazione significa investire direttamente nella sicurezza e qualità delle cure.

 

Parliamo di Case di Comunità: quanti infermieri serviranno? E c’è il rischio di spostare personale dagli ospedali?

È difficile fare una stima precisa, perché molto dipende dai modelli organizzativi che verranno adottati. Un riferimento normativo, tuttavia, esiste ed è quello del DM 77/2022, che prevede uno standard di un infermiere di famiglia e comunità ogni 3.000 abitanti.

La priorità deve essere quella di potenziare realmente l’assistenza territoriale. Le strutture sono importanti, ma senza professionisti adeguati per numero e competenze rischiano di restare “cattedrali nel deserto”.

È quindi necessario agire su più fronti. Nel medio-lungo periodo lavorare sull’attrattività e sulla capacità di trattenere gli infermieri nel sistema. Nel breve periodo è fondamentale mappare i fabbisogni e garantire la presenza di infermieri nei contesti assistenziali appropriati, dove possano generare cure di valore e massimizzare l’impatto delle competenze infermieristiche.
Non è solo una questione numerica. La sfida è culturale e organizzativa e richiede di spostare il baricentro del sistema socio-sanitario dall’ospedale al territorio, garantendo una presa in carico continuativa, competente e coordinata dei bisogni dei cittadini, in particolare per le cronicità, le fragilità e le disabilità, e rafforzando in modo strutturato e diffuso le azioni di prevenzione.

Oggi il sistema è ancora prevalentemente orientato verso pazienti ad alta complessità e non autosufficienti con livelli di eccellenza nella nostra provincia.  Il DM 77/2022  integra questo modello includendo anche la presa in carico della popolazione sana o a rischio e delle persone con patologie croniche a bassa e media complessità e con un approccio orientato alla famiglia e alla comunità. 
In questo contesto, l’infermiere di famiglia e comunità ha un ruolo centrale, come dimostrato anche da esperienze già avviate nella nostra Provincia, ad esempio nel Progetto Aree Interne della Val di Sole e del Tesino concluso nel 2025. È quindi urgente declinare in modo diffuso questa riforma, valorizzando professionisti con competenze specialistiche, come previsto anche dalla delibera provinciale n. 1911 del 13 ottobre 2023.

 

Siete coinvolti nelle decisioni politiche?
L’Ordine delle professioni infermieristiche della Provincia di Trento è un ente sussidiario dello Stato e mantiene un dialogo costante e costruttivo con le istituzioni, in particolare con l’Assessorato provinciale alla salute. Siamo riconosciuti come interlocutore qualificato per le tematiche legate alla professione infermieristica e partecipiamo attivamente ai processi di confronto e programmazione. È tuttavia necessario un coinvolgimento reale dei professionisti nei processi decisionali a tutti i livelli, sia per valorizzare il contributo che possono offrire sia per rafforzare il senso di ingaggio e di appartenenza al sistema.

 

Qual è l’intervento più urgente da adottare per migliorare la situazione?
Ribadiamo come Ordine che il fenomeno della carenza di infermieri è complesso e multicausale e non esistono soluzioni immediate o semplici. Sono già state citate le linee di azione prioritarie che proponiamo come Ordine e che riteniamo debbano essere concretizzate e messe a sistema. È necessario capitalizzare le azioni messe in atto negli ultimi anni dalla politica e integrarle in un piano provinciale volto a contrastare la carenza infermieristica e a rilanciare il valore della professione, con interventi strutturali di breve, medio e lungo termine elaborati in modo condiviso con tutti gli attori coinvolti, approccio già adottato in altre Regioni, come il Veneto. Per questo proponiamo con urgenza l’istituzione di un tavolo dedicato.

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