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Trento
27 gennaio | 18:10

Infermieri tra turni massacranti e fughe nel privato, archiviate le richieste di dimissioni di Ferro e Tonina, rimangono i problemi: "Serve una strategia e una diversa gestione"

Secondo i dati diffusi nei mesi scorsi, in Provincia di Trento si contano 7,7 infermieri ogni mille abitanti, un dato superiore alla media nazionale (6,9 per mille), ma ancora lontano dalla media Ocse di 9,2. A livello nazionale mancano circa 65.000 infermieri; in Provincia di Trento la carenza è stimata in circa 450 unità. La consigliera Demagri: "Una comunità si misura da come tratta chi si prende cura degli altri e una politica che non protegge i suoi professionisti non costruisce futuro"

Infermieri tra turni massacranti e fughe nel privato, archiviate le richieste di dimissioni di Ferro e Tonina

TRENTO. Dai turni di 12 ore, l’assenza di asili nido aziendali fino agli spostamenti continui per coprire vuoti improvvisi. Se le possibili dimissioni offerte dall'assessore alla salute Mario Tonina e quelle richieste da più parti al direttore dell'Asuit Antonio Ferro, sembrano essere ormai archiviate, sul tavolo rimangono le condizioni in cui continuano a lavorare gli infermieri trentini.

 

Il tema sarà tratta senz'altro nell'assemblea annuale dell'Ordine degli Infermieri che si terrà il 29 gennaio a Trento dove il presidente Daniel Pedrotti avrà certamente l'occasione di mandare un chiaro messaggio al mondo della politica e non solo.

 

Di certo a confermare la situazione sono i numeri. In Provincia di Trento si contano 7,7 infermieri ogni mille abitanti, un dato superiore alla media nazionale (6,9 per mille), ma ancora lontano dalla media Ocse di 9,2. A livello nazionale mancano circa 65.000 infermieri; in Provincia di Trento la carenza è stimata in circa 450 unità, considerando anche il fabbisogno previsto dal Dm 77/2022 per l’assistenza territoriale.

Ma a preoccupare sono anche le uscite che sono previste nei prossimi anni. Il 43% degli infermieri iscritti all’Albo provinciale ha un’età compresa tra i 46 e i 60 anni. Nei prossimi dieci anni si prevede il pensionamento di circa 1.300 infermieri, pari a 130–140 professionisti l’anno. Parallelamente si registra un aumento delle dimissioni volontarie dal sistema pubblico verso il privato, la libera professione e le realtà confinanti, come l’Alto Adige. Cinque anni fa i liberi professionisti erano 166, oggi sono circa 225.

A sottolineare le problematiche è la consigliera provinciale di Casa Autonomia, Paola Demagri. Se da un lato abbiamo visto un aumento degli iscritti all'ordine dall'altro le richieste di servizi sono in aumento e con esse anche le richieste di personale.

 

“C’era bisogno di aprire una unità operativa di Urologia a Rovereto avendone già una a Trento?” si chiede Demagri. “ A questo si aggiunge una gestione organizzativa che non sempre colloca gli infermieri nei contesti dove servono davvero, mentre nel privato si registra un aumento del personale che non procede in modo coordinato con il pubblico”.

 

Come abbiamo già visto il numero degli infermieri che transita dal pubblico al privato è in continuo aumento. Il sistema sta inoltre affrontando la cosiddetta “gobba pensionistica”, con molti professionisti che escono dal servizio e un ricambio generazionale sempre più difficile da sostenere.

 

Accanto ai numeri ci sono le condizioni di lavoro, che pesano in modo determinante sulla capacità di attrarre e trattenere i professionisti. “In Asuit manca una reale carriera professionale e figure come gli infermieri di famiglia non ricevono un adeguato riconoscimento economico se non in presenza di una posizione specialistica. Le difficoltà quotidiane – spiega la consigliera provinciale di Casa Autonomia - dalla gestione familiare ai turni da 12 ore, dalla revisione dei part time all’assenza di asili nido aziendali, dagli spostamenti continui per coprire vuoti improvvisi fino al rientro post maternità spesso non garantito, rendono la professione meno sostenibile e meno attrattiva. Anche l’arrivo di infermieri neofiti dedicati alle Cure domiciliari senza un adeguato affiancamento contribuisce a indebolire la qualità dell’assistenza e la sicurezza operativa e crea ansia al personale stesso”.

 

Per affrontare davvero la carenza di personale non basta contare quanti entrano, ma capire quanti restano e perché. “Serve una strategia – continua Demagri - che tenga insieme formazione, organizzazione, condizioni di lavoro, conciliazione vita lavoro e riconoscimento professionale, perché non è il sistema sanitario in sé a essere in crisi, ma le persone che lo reggono e che oggi sono allo stremo. Una comunità si misura da come tratta chi si prende cura degli altri e una politica che non protegge i suoi professionisti non costruisce futuro. Ripartire dal valore delle persone è l’unica strada per garantire continuità, sicurezza e qualità ai cittadini e restituire dignità a chi ogni giorno sostiene il nostro sistema sanitario”.

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