Oltre 1.600 ore di attività per la prima Safe Teen Dolomiti: percorsi di supporto psicologico a 11 adolescenti. “Qui abbiamo trovato energie e risorse per iniziare”
Si conclude positivamente la prima edizione di “C’è da fare. Safe teen Dolomiti”, il percorso di cura psicologica continuativa per adolescenti con disturbi di ansia, depressione, autolesionismo e gaming disorder e le loro famiglie. A commentare i risultati Paolo Kessisoglu con la sua “C’è da fare Ets”, nata tra i pedali della 24 Ore di Feltre, assieme all’Ulss 1 Dolomiti e Clivet Spa. Annunciata inoltre la seconda edizione, grazie a un contributo di 65 mila euro

FELTRE. “Feltre e Belluno non sono territori qualsiasi. Senza il contesto in cui per la prima volta ho iniziato un piccolo progetto di beneficenza alla 24 Ore Castelli probabilmente ‘C’è da fare’ non ci sarebbe. Da quell’energia è nato il resto: un luogo che per anni ci ha dato energie e risorse per accedere ai progetti e dove per questo torniamo. Ci sembra sempre di essere ingombranti con le nostre richieste, ma trovare ogni volta questo affetto ci apre il cuore e finché un territorio così generoso ci darà una mano noi continueremo a operare”. Con queste parole Paolo Kessisoglu commenta la conclusione della prima edizione del progetto “C’è da fare Safe teen Dolomiti”, avviato da “C’è da fare Ets” di cui è presidente. L’iniziativa, presentata a giugno dello scorso anno (qui), è partita il 1 ottobre successivo e in un anno ha aiutato undici adolescenti bellunesi in situazioni di fragilità psicologica e psichica e le loro famiglie.
A fare il punto sui risultati è l’Ulss 1 Dolomiti, il cui direttore generale Achille Di Falco parla di una “meravigliosa sinergia tra istituzioni pubbliche, enti e cittadinanza” nell’ammettere l’esistenza di “aree grigie dove le istituzioni da sole non riescono ad arrivare”. Tra le Dolomiti, infatti, il progetto ha preso il via nel 2025 con un finanziamento di 60 mila euro, di cui 30 mila di Clivet Spa, mentre per il secondo anno ci sarà il contributo di Fondazione Cariverona di 65 mila euro.
Vediamo allora com’è andata. In questo primo anno sono stati accolti 11 adolescenti tra i 13 e i 18 anni in condizioni di grave disagio psichico, con interventi anche nei loro contesti di vita. Si tratta per il 70% di ragazze e la provenienza è da tutta la provincia: per loro il trattamento ambulatoriale ordinario non è sufficiente e l’inserimento in percorsi residenziali non possibile o non indicato.
“Nulla sarebbe stato fatto senza l’impegno di équipe: di fronte alla complessità del soffrire psichico in adolescenza - rileva Cristina Micheluzzi, direttrice dell’unità Infanzia, adolescenza e famiglia - nessuna professionalità singola può bastare. Tutti hanno lavorato fianco a fianco ed è nato uno spazio clinico capace di sostenere i ragazzi e i loro nuclei familiari. Giovani affetti da ansia, depressione, disturbi ossessivo compulsivi o un uso problematico di videogiochi, cui si aggiungono autolesionismo, ritiro sociale e tentativi di suicidio”.
In totale sono state 1.102 le ore di interventi diretti (psicoterapia individuale, terapia familiare, colloqui con i genitori, visite e interventi domiciliari), per una media di circa 100 ore ad adolescente. Se si aggiungono le attività di équipe, però, si sale a 1.634 ore. “I feedback di ragazzi, genitori e clinici - osserva Micheluzzi - raccolti con questionari validati a inizio, metà e fine percorso, hanno permesso di raccogliere punti di vista diversi ma con risultati simili. Tutti hanno confermato un miglioramento della situazione iniziale”.
Una ragazza in particolare ha sottolineato l’importanza del fattore tempo: “Cercare di arrivare all’obiettivo saltando le tappe - ha scritto - è come costruire un castello di carte: basta un soffio di vento perché cada. Se invece prendi tempo, è un castello di Lego: molto più solido e stabile”.
Il percorso ha compreso anche attività all’aperto, come andare al supermercato o in fioreria per tornare alla quotidianità, gruppi di confronto tra genitori, incontri online per i ragazzi più lontani e accettazione delle proprie emozioni, soprattutto quelle considerate negative. “Quando parliamo di salute mentale degli adolescenti - nota Kessisoglu - parliamo di percorsi che richiedono tempo e competenze. ‘C’è da fare’ nasce per integrare il servizio di sanità pubblica e offrire ai ragazzi percorsi di cura intensivi, multidisciplinari e continuativi, coinvolgendo anche le famiglie. I soldi in più oggi servono infatti per un gruppo di ascolto per queste ultime e velocizzare la consapevolezza dei problemi nei loro ragazzi”.
Altra novità sarà l’avvio di uno studio nazionale (il progetto è presente a Milano, Roma e Firenze, cui si aggiungerà il Gaslini di Genova) sui dati raccolti nei diversi contesti per valutare l’efficacia del protocollo attuato. “Anche Belluno farà parte dello studio - rileva Kessisoglu - ed è importante perché è la prima realtà della rete che sperimenta Safe teen a livello territoriale, anziché dentro una struttura ospedaliera”.
Infine, ma non ultimo, il ringraziamento alla 24 Ore Castelli, dove le due squadre di ciclisti ‘C’è da fare’ torneranno anche alla prossima edizione impegnandosi a raccogliere una somma per il progetto (oltre 18 mila euro totali nell'ultima). “Fa piacere vedere come un’amicizia nata attorno a una manifestazione sportiva - conclude Kessisoglu - sia diventata momento di cura per ragazzi che vivono situazioni difficili. È per loro che abbiamo iniziato e per loro vogliamo oggi continuare”.













