Servono 18.786 nuovi alloggi per salvare l'economia: la sfida dell'Alto Adige con il caro casa blocca la provincia
Disoccupazione ai minimi ed emergenza casa: l'Alto Adige rischia di paralizzarsi

BOLZANO. Se da un lato la disoccupazione ai minimi storici misura la salute delle imprese, dall'altro mette a nudo la vera emergenza della provincia: la mancanza di braccia e di cervelli.
I numeri parlano chiaro. Con un tasso di disoccupazione che oscilla tra l'1,6% e l'1,9%, l'Alto Adige è a tutti gli effetti in una botte di ferro e in una condizioni di piena occupazione che molte province e regioni invidiano.
Un traguardo che nel 2025 si è tradotto per la prima volta anche nel raggiungimento dell'80% di tasso di occupazione nella fascia 25-64 anni.
Nel confronto con i vicini dell'Euregio, il Tirolo resta comunque avanti con l'82%, mentre il Trentino si ferma al 77,6%, e la Provincia di Bolzano guarda ora a un traguardo ancora più ambizioso, l'83% entro il 2030.
Ma è un equilibrio fragile: nei prossimi dieci-quindici anni l'uscita per pensionamento dei baby boomer libererà circa 70.000 posti di lavoro, secondo le stime della Ripartizione Servizio Mercato del Lavoro.
Un fenomeno da che però è in accelerazione e numeri che vanno a sommarsi a quelli attuali: oggi i datori di lavoro altoatesini devono già sostituire circa 3.000 lavoratori l'anno che vanno in pensione, una cifra che salirà a 4.000 entro cinque anni e a 5.000 entro dieci, contro i circa 35.000 pensionamenti complessivi degli ultimi tre lustri.
Una voragine che la sola forza lavoro locale non è assolutamente in grado di colmare, tanto più che ogni anno circa 1.000 under 30 lasciano la provincia per trasferirsi altrove, la metà dei quali studenti di scuola superiore o universitari, spesso i profili con il curriculum migliore.
I dati della Ripartizione Lavoro mostrano e ribadiscono infatti che la crescita degli occupati è già oggi sostenuta quasi esclusivamente da chi arriva da fuori, con la manodopera estera e fuori provincia in aumento del 6,7%, a fronte di un risicato +0,9% dei residenti. Eppure, più di un terzo delle figure ricercate dai settori chiave rischia di rimanere scoperto.
E non è solo questione di competenze: il vero scoglio si chiama casa.
Secondo il monitoraggio dell'Istituto Promozione Lavoratori, un quarto dei lavoratori altoatesini dichiara ancora oggi difficoltà ad arrivare a fine mese a causa del costo della vita, e senza risposte sul fronte immobiliare l'Alto Adige rischia di perdere la sua forza di attrattiva: medici, insegnanti, tecnici e operatori dei servizi preferiscono girare le spalle a un territorio dove non solo le case sono introvabili, ma costano cifre esorbitanti.
A riaccendere i riflettori su questo cortocircuito è il Collegio Costruttori che rimetta al centro la questione degli alloggi a prezzi accessibili per trattenere i giovani ed essere attrattivi. Come sottolineato dal presidente Christian Egartner e dal segretario Thomas Hasler, densificazione, recupero dell'esistente e riqualificazione delle aree dismesse sono passaggi doverosi, ma non saranno sufficienti a coprire il fabbisogno. Le proiezioni Astat indicano infatti che entro i prossimi dodici anni serviranno ben 18.786 nuovi alloggi.
Per dare risposta a questa pressione, i costruttori stimano la necessità di destinare nuovi terreni all'edilizia residenziale fino a circa 400 ettari da qui al 2038, a fronte di una stima tecnica di 357 ettari: un'estensione che, numeri alla mano, rappresenta appena lo 0,054% del territorio provinciale e l'1,9% della superficie già urbanizzata.
A complicare il quadro c'è anche il fronte dei materiali da costruzione: il fabbisogno provinciale di sabbia, ghiaia e pietra si aggira sui 6 milioni di tonnellate l'anno, ma le cave locali ne coprono solo una parte, intorno al 35%, un collo di bottiglia che rischia di rallentare proprio i cantieri necessari a colmare il deficit abitativo.
La ricetta indicata dalla categoria passa da scelte urbanistiche comunali meno rigide sui confini delle aree insediabili, per ampliare l'offerta e calmierare i prezzi. La tempistica, però, è la variabile cruciale: tra l'approvazione di una variante e la consegna delle chiavi passano almeno tre anni, mentre la fame di braccia e di alloggi è già realtà quotidiana.
Lo confermano anche i dati Astat sui permessi di costruzione, che nel secondo trimestre 2025 sono aumentati del 53,9% su base annua a fronte di un calo del 66,2% degli edifici residenziali effettivamente completati: la burocrazia rilascia più autorizzazioni, ma i cantieri restano fermi, e il divario tra promesse e case consegnate continua ad allargarsi.


















