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Trento
17 febbraio | 19:09

"Trento, il problema non sono i numeri dei visitatori ma lo 'shit tourism': occorre elevare la qualità dell'offerta, il turismo diventa cafone se lo tratti come tale"

Matteo Montagner, coordinatore del Partito Liberal Democratico del Trentino, commenta i numeri del turismo nel capoluogo: "L’interesse per Trento è una buona notizia. Ma fare festa per i numeri, da solo, dice poco: se non cambiamo rotta il turismo rischia di diventare una monocultura, e come tutte le monoculture può impoverire e desertificare il terreno"

Trento, il problema non sono i numeri dei visitatori ma lo 'shit tourism'
di Redazione

TRENTO. "Il vero problema non è 'quanto turismo', il vero problema è che tipo di turismo". 

 

Il giorno dopo la presentazione dei dati relativi ai visitatori e ai pernottamenti fra Trento, Monte Bondone e Altopiano di Piné, arriva una lunga riflessione che porta la firma di Matteo Montagner, coordinatore in Trentino del Partito Liberal-Democratico guidato da Luigi Marattin.

 

Per analizzare la situazione, Montagner parte dall'inizio: "Disegnare il futuro per l’area trentina significa, prima di tutto, prendere sul serio un principio che nella discussione pubblica appare spesso come un dettaglio secondario. Le città vivono grazie ai loro abitanti, non solo grazie ai piani regolatori o ai progetti infrastrutturali. Questo vale per qualsiasi territorio e vale ancora di più per un territorio come il nostro, unico per caratteristiche fisiche, storia e ambiente naturale, e per questo esposto tanto ai rischi quanto aperto alle opportunità della contemporaneità". 

 

Da questo passaggio iniziale deriva la questione decisiva: "Chi vogliamo attirare nei prossimi vent’anni - si chiede Montagner -? Non possiamo affidarci soltanto al turismo. Il turismo è una componente essenziale dell’economia trentina, ma non può essere l’unico pilastro; è per sua natura instabile, dipende dalle condizioni internazionali, dalle mode, dai flussi: è un settore importante, non una strategia. Il fenomeno devastante non è l’overtourism, ma lo shit tourism: orde che spendono poco, imparano nulla, lasciano rifiuti e nessuna ricchezza. Non è questione di numeri, ma di livello qualitativo". 

 

"Lo shit tourism si riconosce facilmente: spesa giornaliera ridicola, due spicci per un trancio di pizza gommosa e un magnete 'Made in China'. Zero rispetto, picnic sui gradini delle chiese, abbigliamento balneare, strade e piazze trasformati in campeggio. Capitale umano sottozero: lavori precari, stagionali pagati al nero, qualità dei servizi sottozero. Effetto incrementale (come i titoli tossici): la città si adatta al peggio, abbassando standard e decoro, crescono solo i prezzi". 

 

"Questo produce un indotto di lavoro povero: stagionali a chiamata, contratti part-time travestiti, zero formazione. La produttività è bassissima. Si prova a vincere facile: metti a disposizione una pizza surgelata a 15 euro e pensi di aver risolto, ma non hai creato valore, hai solo degradato l’esperienza e messo un cartello di saldo permanente sulla città. Se invece proponi qualità vera – servizi seri, cultura accessibile, esperienze autentiche – la domanda si adegua. Perché non è scritto da nessuna parte che il turismo deve per forza essere 'cafone' e maleducato, lo diventa se lo tratti così. La leva è sempre l’offerta non il numero dei visitatori. Se elevi lo standard elevi il turista. Se lo abbassi ti meriti lo shit tourism". 

 

"Abbiamo così una rendita che in teoria dovrebbe far prosperare, ma che nella pratica ha trasformato il Trentino in una 'miniera' sfruttata in modo sistematico - prosegue il coordinatore del Pld -. Quello messo in atto è un meccanismo di 'estrazione' che non ha bisogno di innovare, ma solo di attingere alla rendita di posizione che infatti si sfrutta in modo sempre più generalizzato e consistente. Il turismo è il primo estrattore, identico a quanto si fa con le risorse minerarie, differente solo per forma. Invece di scavare il suolo in Trentino si scavano la città e il territorio. Prima si comincia in piccolo, come sempre, il cittadino che affitta la stanza della nonna per arrotondare, poi l’appartamento ereditato dai genitori, poi una casa, poi due, poi un palazzo, ecc.. È comprensibile in un Paese dove i redditi stagnano, le tasse mordono e il mercato del lavoro non dà garanzie, ma poi arrivano le piattaforme che standardizzano e industrializzano l’estrazione. Infine arrivano i fondi immobiliari, gli investitori globali che vedono la Città non come comunità, ma come rendita. I grandi gruppi investono in alberghi, sempre più alberghi, nessuno è interessato a realizzare e mettere a disposizione case per i residenti con la Pubblica Amministrazione che si limita a gestire l’esistente del patrimonio pubblico quando va bene e in ogni caso senza nessuna possibilità per il cosiddetto 'ceto medio'. Non si affitta più una casa, ma un pezzo di città".

 

"A quel punto la spirale si chiude, il turismo non è più un’opportunità, diventa una monocultura, e come tutte le monoculture impoverisce e desertifica il terreno. Siamo un territorio che può offrire molto più della sola accoglienza turistica, dobbiamo smettere di pensare che ogni attività economica diversa dal turismo sia una stonatura. Il punto, in definitiva, è scegliere, e scegliere significa rinunciare all’idea di poter essere tutto contemporaneamente. Trento non sarà mai una capitale industriale o un hub finanziario internazionale, ma il nostro territorio potrebbe posizionarsi come uno dei pochi luoghi europei capaci di unire qualità della vita, patrimonio culturale, innovazione e servizi avanzati. Per riuscirci, però, serve un atto di consapevolezza: lo sviluppo non nasce dai convegni, nasce da un ecosistema che premia chi investe, chi lavora e chi decide di restare. Il futuro industriale del Trentino deve essere orientato verso la transizione ecologica e l'innovazione tecnologica. Si deve puntare inoltre sul potenziamento delle attività esistenti, mix di manifattura avanzata, meccatronica, chimica e settori tradizionali legati al territorio quali falegnameria e carpenteria, nei poli principali di Trento e Rovereto con una forte spinta verso l'innovazione tecnologica, robotica, materiali intelligenti e l'efficienza energetica, migliorando la competitività e riducendo l'impatto ambientale, investendo in particolare per minimizzare gli effetti impattanti sull’ecosistema".

 

"Ripartire dagli abitanti e dalle forze vive, e definire poi chi vogliamo attrarre, non è un esercizio teorico. È l’unico modo per costruire una prosperità che non sia episodica, non sia stagionale, non sia dipendente da variabili che non controlliamo. Una politica seria per il Trentino - conclude Montagner - deve volgere lo sguardo al domani con la stessa concretezza con cui si guarda un bilancio: cosa abbiamo, cosa ci manca, cosa possiamo attrarre. Tutto il resto è rumore di fondo. Le città, come le Imprese, vivono della loro capacità di dare opportunità a chi le abita. Se questo non accade non è mai una città sostenibile per quanto bella possa apparire nelle cartoline".

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