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Antropolaroid fotografa il corpo e l'anina

Questa sera, 6 marzo, la stagione di ricerca di Aria Teatro a Pergine si affida alla genialità di Tindaro Granata, autore e interprete di un intenso lavoro sulle storie di una famiglia siciliana. Una lente d'ingrandimento, in prosa, sulla tradizione e sul costume di un popolo che si materializzano nella fisicità del protagonista. Un monologo a più voci che l'unico protagonista alterna con capacità istrionesca.

Pubblicato il - 06 marzo 2018 - 08:25

PERGINE. La proposta del teatro di ricerca di Aria Teatro propone questa sera - 6 marzo - nella stagione di Pergine una tappa importante per qualità, capacità di fascinazione e messaggio. Va in scena alle 20.45 "Antropolaroid", di e con Tindaro Granata. Definire Antropolaroid non è semplice: ad oggi non c'è nulla di paragonabile al lavoro originalissimo di Granata.

 

 Spettacolo di cupa bellezza, struggente, attraversato da un'inquietudine dolorosa, dove a tratti si coglie ugualmente, amaramente, l'occasione di ridere, per la caratterizzazione dei personaggi, per il loro susseguirsi sulla scena, per le loro tante metamorfosi. Straordinario Tindaro Granata da solo racconta di figure familiari, di generazioni, di una terra, la Sicilia, da cui anche allontanarsi.

 

 Con il proposito di andare a Roma, diventare attore, fare del cinema... perché dentro questo spettacolo ad alta condensazione e intelligenza teatrale, ci sono, rielaborate con molta sensibilità, schegge di storia dello stesso interprete in scena, con quel titolo che fonde insieme la ricerca antropologica e lo scatto fotografico, la memoria trattenuta nell'immagine, racconto tramandato, vissuto profondamente.

 

 Antropolaroid è la fotografia di una famiglia siciliana, una polaroid umana che si snoda attraverso la voce e il corpo di Tindaro Granata. Le storie tramandate inconsapevolmente dai nonni di Tindaro, diventano lo spunto originalissimo e poetico per un racconto popolare in cui la famiglia, insieme alla storia di un paese, sono i protagonisti. Personaggi e voci  prendono vita esclusivamente con l’aiuto del corpo dell’interprete, solo ad abitare la scena vuota.

 

 L’attore-autore si distacca dal modello originario di tradizione orale del “Cunto” senza però prescinderne, dando vita ad una lingua sconosciuta, un dialetto siciliano ricco di detti familiari, voci antiche, memorie sonore della sua terra d’origine. Senza artifici scenografici, i personaggi di Tindaro si alternano, si sommano, si rispondono, legati a un comune cordone ombelicale. Creano la storia di una famiglia italiana, in cui il male si perpetua come un’eredità misteriosa tramandata da padre in figlio, un male che si presenta ad ogni nascita e ad ogni morte.

 

 Ecco la recensione uscita su Teatro.it. aUna sedia, un lenzuolo bianco e la giusta illuminazione, tenue e mai invadente. Bastano questi pochi elementi per restituire al pubblico le molteplici emozioni di uno spettacolo che, dalle prime parole – pronunciate al buio - cattura il pubblico con disarmante immediatezza.

Il “cunto”, dalla tradizione alla cronaca. Antropolaroid è un “monologo a più voci” nel quale il protagonista interpreta tutti i personaggi messi in scena. Tindaro Granata  padroneggia con assoluto istrionismo l’antica tecnica del “cunto”, mescolando sapientemente la tradizione siciliana – tramandata oralmente dagli adulti ai bambini – con “fotogrammi” di vita familiare, che, senza forzature, vanno a intrecciarsi con tristi pagine di cronaca della Sicilia.
Ad assumere un ruolo centrale sono i dialoghi tra i vari personaggi, i quali parlando tra di loro, “costruiscono”.

 

Decenni di storia in “Famiglia”. Con estrema naturalezza, soprattutto nella modulazione della voce, l’artista incarna tutte le proprie figure di riferimento, in ambito familiare e non solo: dal bisnonno Francesco, che  nel 1925, si impicca, perché afflitto da un tumore allo stomaco; fino al proprio coetaneo e amico, Tino Badalamenti (nipote del più tristemente noto Tano) – morto con una corda al collo prima di terminare il servizio militare come marinaio sulla nave Spica, sulla quale anche Tindaro era imbarcato, ma che lasciò proprio quel triste giorno per inseguire il sogno di diventare attore. Nel corso dei decenni, dunque, La mafia fa ripetutamente capolino nelle vicende della famiglia Granata, senza però entrare prepotentemente nelle loro vite.

 

Un finale a cuore aperto. Il racconto a cuore aperto del proprio tortuoso percorso di formazione artistica – dall’esordio con Massimo Ranieri, allo stop forzato per un grave incidente, passando per numerosi lavori saltuari, fino alla definitiva ripresa della carriera – è l’ultimo messaggio che l’artista vuole lasciare al pubblico, al termine di uno spettacolo recitato con quegli indumenti (un gilet, un maglioncino e un pantaloni scuri) che gli hanno permesso tali camaleontiche trasformazioni un scena. Gli stessi che indossava quando faceva il cameriere. Con estrema delicatezza, rispetto ad altri suoi lavori (Invidiatemi come io ho invidiato voi, Geppetto e Geppetto), in questo spettacolo – il primo che  ha scritto – Tindaro Granata affronta, senza dimenticare le proprie radici, temi universali, collegandoli a uno spaccato di umanità sofferente.

 

 

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