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Dalla scatola scenica si diffonde l'Eco di una magia letteraria

Da domani, giovedì 22, a domenica la stagione della Grande Prosa del Centro Santa Chiara porta al  Sociale "Il nome della rosa", prima trasposizione teatrale italiana del romanzo più tradotto del filosofo-scrittore. L'omaggio è firmato da Leo Muscato che ha cercato di mettere in prosa gli infiniti livelli di lettura che caratterizzano l'opera di Eco. Un incrocio di sogni dove ognuno ne nasconde un altro

Pubblicato il - 21 marzo 2018 - 07:56

TRENTO. E’ un viaggio nelle cupe e misteriose vicende di Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville, quello che il Centro Servizi Culturali S. Chiara propone al pubblico per il suo penultimo appuntamento con la Stagione di Grande Prosa. Da domani, giovedì 22 a domenica 25 marzo, sul palco del Teatro “Sociale” arriva “IL NOME DELLA ROSA”, prima trasposizione teatrale italiana del capolavoro dello scrittore Umberto Eco. Lo spettacolo, adattato per il teatro da Stefano Massini - con la regia di Leo Muscato - è prodotto dai Teatri Stabili di Torino, di Genova e del Veneto.

 Nella stagione in cui il romanzo “IL NOME DELLA ROSA”, vincitore del referendum “Un libro, una città” – promosso dal Comune di Trento – è al centro di una fitta serie di iniziative culturali, approda sul palcoscenico del Teatro “Sociale” la prima versione teatrale italiana del capolavoro di Umberto Eco. Un omaggio che Stefano Massini, tra gli autori più apprezzati in Italia e all’estero, ha voluto fare al celebre scrittore piemontese – scomparso nel febbraio del 2016 – attraverso uno spettacolo che può vantare la presenza di un numeroso cast di grandi interpreti, diretto dal regista Leo Muscato.

 “IL NOME DELLA ROSA” di Umberto Eco non ha certo bisogno di molte presentazioni, dal momento che si tratta di un racconto tradotto in ben 47 lingue, vincitore del Premio Strega 1981, e con una trasposizione cinematografica del 1986 - diretta da Jean-Jacques Annaud - che ha fatto appassionare il pubblico alle vicende di Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, magistralmente interpretati da Sean Connery e Christian Slater.

  Arriva ora a Trento la prima trasposizione teatrale italiana, scritta da Stefano Massini (direttore artistico del Piccolo Teatro di Milano) e diretta da Leo Muscato – abile nell’alternare regie di prosa a quelle liriche - che ha visto nella regia di questo spettacolo una sfida appassionante, come lui stesso scrive nei suoi “Appunti per una messa in scena”. «Dietro ad un racconto avvincente e trascinante, il romanzo di Umberto Eco nasconde una storia dagli infiniti livelli di lettura – sottolinea - un incrocio di segni dove ognuno ne nasconde un altro. La struttura stessa del romanzo è di forte matrice teatrale».


   La scena si apre sul finire del XIV secolo. Un vecchio frate benedettino, Adso da Melk, è intento a scrivere delle memorie in cui narra alcuni terribili avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù. Nello spettacolo, questo “io narrante” diventa una figura sempre presente in scena, in stretta relazione con i fatti che lui stesso racconta, accaduti molti anni prima in un’abbazia dell’Italia settentrionale. Sotto i suoi (e i nostri) occhi si materializza un “se stesso” giovane, poco più che adolescente, intento a seguire gli insegnamenti di un dotto frate francescano, che nel passato era stato anche inquisitore: Guglielmo da Baskerville. Attraverso questo stratagemma narrativo, il racconto ci riporta nel momento culminante della lotta tra Chiesa e Impero che travaglia l’Europa da secoli. Guglielmo da Baskerville è stato chiamato per compiere una missione, il cui fine ultimo sembra ignoto anche a lui. Su uno sfondo storico-politico-teologico, si dipana un racconto dal ritmo serrato in cui l’azione principale sembra essere la risoluzione di un giallo.

   «Abbiamo immaginato uno spettacolo in cui la dimensione del ricordo del vecchio Adso, potesse diventare la struttura portante dell’intero impianto scenico – puntualizza Leo Muscato – Questo è concepito come una scatola magica in continua trasformazione che possa evocare i diversi luoghi dell’azione: una biblioteca, una cappella, una cella, una cucina, un ossario, una mensa, ecc. Delle musiche originali, frammiste a canti gregoriani eseguiti a cappella dagli stessi interpreti, contribuiranno a creare dei luoghi di astrazione in cui la parola possa farsi materia per una fruizione antinaturalistica della vicenda narrata, e alimentare nello spettatore una dimensione percettiva che lo porti a dimenticarsi, per un paio d’ore, il meraviglioso film di Jean-Jacques Annaud. […] Abbiamo provato a raccontare questa storia con una lieve leggerezza, che possa qua e là solleticare il riso».

   Lo spettacolo - che ha debuttato nel maggio del 2017 al Teatro Carignano di Torino - è prodotto dai Teatri Stabili di Torino, Genova e del Veneto, e può contare su un cast di interpreti numeroso e di qualità. Sul palco saliranno: Eugenio Allegri, Giovanni Anzaldo, Giulio Baraldi, Luigi Diberti, Marco Gobetti, Luca Lazzareschi, Bob Marchese, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Alfonso Postiglione, Arianna Primavera, Franco Ravera, Marco Zannoni.
        “IL NOME DELLA ROSA” esordirà al Teatro “Sociale” giovedì 22 marzo alle ore 20.30. Sono previste repliche venerdì 23 e sabato 24 marzo, sempre alle ore 20.30. La replica di domenica 25 marzo è infine prevista per le ore 16.00.
 

Venerdì 23 marzo alle ore 17.30.  Ad arricchire lo spettacolo, venerdì 23 marzo alle ore 17.30, presso lo spazio ridotto del Teatro Sociale, è previsto il consueto appuntamento con i «FOYER DELLA PROSA», incontri di approfondimento e dibattito coordinati e curati dalla professoressa Claudia Demattè e dal professor Giorgio Ieranò, proposti dal Centro Servizi Culturali Santa Chiara in collaborazione con il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento. La partecipazione è libera e alla discussione saranno presenti gli attori della compagnia. Ad introdurre il dibattito ci sarà la professoressa Roberta Capelli, docente presso l'Università di Trento.

 

 

 

ECCO UN'INTERVISTA SULLO SPETTACOLO AL REGISTA MUSCATO

 

 

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