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Il buon soldato Sc’vèik e la scalcagnata macchina da guerra austro-ungarica, in costante pericolo di disfacimento

Il dramma della guerra raccontato da un libro (mai finito) pubblicato tra il 1921 e il 1923. Una sorta di antesignano delle Sturmtruppen di Bonvicini, dolcemente stupido, spontaneo e bonaccione, irride in maniera inconsapevole ma dissacrante l'esercito dell'Imperatore

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati e laureato in storia all'università di Bologna. Specializzando in storia contemporanea) - 08 agosto 2018 - 20:45

TRENTO. Il racconto della catastrofe comincia sempre allo stesso modo, con quel fatale 28 giugno, giorno dell’assassinio di Francesco Ferdinando per mano del rivoluzionario serbo-bosniaco Gavrilo Princip, a Sarajevo. Sc’vèik è un venditore di cani riformato dall’esercito perché “dichiarato idiota dalla commissione medica militare”. Affetto da reumatismi, riceve la notizia dell’attentato mentre si massaggia le ginocchia doloranti nella pensione praghese dove risiede. La reazione ne introduce il carattere, ingenuo e candido, tendente costantemente a lanciarsi in dissertazioni chilometriche che distorcono il nocciolo dei discorsi e lasciano immancabilmente confuso l’interlocutore. “La colpa non può che essere che dei Turchi”, afferma perentoriamente, “noi abbiamo fatto male a prender loro la Bosnia-Erzegovina. Chi la fa l’aspetti!”.

 

Pubblicato tra il 1921 e il 1923 e rimasto incompiuto per la morte del suo autore, "Il buon soldato Sc’vèik" ha come protagonista la perfetta personificazione della pernacchia alla guerra e al militarismo. Antesignano delle Sturmtruppen di Bonvicini, dolcemente stupido, spontaneo e bonaccione, irride in maniera inconsapevole ma dissacrante la scalcagnata macchina da guerra austro-ungarica, col suo esercito in costante pericolo di disfacimento per mano di quelle nazionalità tanto bramose di libertà e poco desiderose di versare il proprio giovane sangue per l’odiato imperatore.

 

Dopo alcune iniziali sventure provocate dalla passione per l’osteria, che scioglie la lingua del veterano chiacchierone facendolo passare ripetutamente per le guardine cittadine, Sc’vèik ha la possibilità finalmente di partire per la guerra. Fermo a letto dai reumatismi ed accudito dalla solerte affittacamere, sentendosi orgogliosamente un “sanissimo pezzo di lardo da cannone”, il protagonista, richiamato dall’esercito, non riesce a frenare il proprio patriottismo. Sofferente, invita la padrona di casa a procurargli le carte geografiche delle zone del fronte, e in preda alla febbre si esibisce in “tremendi canti guerreschi”, tanto da costringere il medico a spegnere i suoi ardori patriottici a massicce dosi di bromuro. Ripresosi un poco, Sc’vèik viene spinto su una carrozzina per le vie di Praga, agitando le grucce e gridando “a Belgrado!”, e costringendo la polizia a cavallo a intervenire per sciogliere l’assembramento creatosi attorno all’improbabile eroe.

 

La vicenda del soldato ceco riflette ironicamente alcuni degli aspetti più contraddittori e grotteschi della vita militare nella Grande Guerra. Una satira spassosa e iconoclasta del reazionario e disumano mondo militaresco. Dal “sistema di torture” istituito dagli ufficiali medici “per cacciare dal corpo dei simulatori il diavolo dell’ostruzionismo e restituirli in grembo all’esercito” (“simulatori effettivi ed anche sospetti”, oltre che malati veri e propri, “così eroici” nella loro simulazione da farsi “trasportare al cimitero militare con un funerale di terza classe”), allo stuolo di religiosi senza la cui benedizione “l’immenso scannatoio mondiale non avrebbe potuto agire”, Hašek non risparmia nessuno.

 

L’accusa agli ecclesiastici è feroce. L’ipocrisia di chi predica la pace e la fratellanza evangeliche e, appena scoppiata la guerra, fa preghiere per il successo delle proprie armi, trattando il “Padreterno come un generale di stato maggiore che guida e dirige la guerra”, è denuncia che percorre le pagine del romanzo, frutto dell’esperienza personale dell’autore. I religiosi ne escono malridotti, accusati di correità con i macellai che vollero e diressero il conflitto. Tanta fu la distanza fra i cleri nazionali e gli appelli alla pace inascoltati del pontefice Benedetto XV.

 

Ogni cosa nell’esercito puzza di marcio. Il fatto è che le masse sbigottite, ancora non sanno orientarsi bene. Partono con gli occhi sbarrati per farsi accoppare e poi, quando arriva una pallottola, non sanno fare altro che sussurrare: Mamma mia… Non esistono gli eroi, ci sono solo bestie da macello e macellai negli stati maggiori. Ma prima o poi scoppierà tutto quanto, ed allora ne vedremo delle belle. Evviva l’esercito!”.

 

Hašek si esprime attraverso i personaggi più sventurati e scalcagnati del romanzo. L’accusa agli stati maggiori è altro tema ricorrente, incolpati di mandare gli uomini al macello, descritto più volte con brevi e rapide quanto esemplari descrizioni. Gran parte dei capitoli si aprono proprio con dei lugubri quadretti sullo stato del conflitto, utili a contestualizzare le disastrose condizioni in cui sono costretti a combattere i soldati. Il passaggio della tradotta che trasporta il buon soldato Sc’vèik permette di dare uno sguardo al desolante panorama dei campi di battaglia sui Carpazi, tra spaventose buche, strade sconquassate, boschi spogli e grovigli di rami e brandelli umani, con radure punteggiate da bianchi cimiteri di guerra. Allo stesso modo il trattamento delle popolazioni locali è segnato da violenze e soprusi, giustificati in nome della loro vicinanza per lingua e cultura coi nemici russi.

 

Sc’vèik si guardò attorno. Tutti quanti continuavano a stare tranquillamente accucciati sulla latrina, e solamente i graduati si erano in un certo qual modo irrigiditi e non riuscivano più a muoversi. Sc’vèik sentì tutta la serietà della situazione. Balzò su come si trovava, coi pantaloni abbassati, con la cinghia attorno al collo, dopo aver ancora adoperato, all’ultimo momento, il pezzetto di carta che aveva in mano, e subito esclamò: ‘Einstellen! Auf! Habtacht! Rechts-schaut!’(comandi militari in tedesco, n.d.a.). E, dicendo questo, fece il suo bravo saluto. Due squadre coi pantaloni abbassati e con le cinghie attorno al collo si alzarono sulla latrina”.

 

Dissacrante ed irriverente, non si sa quanto a sua insaputa, Sc’vèik è l’arma in mano ad Hašek per sferzare e ridicolizzare le vuote formalità e le rigidità dell’esercito. Gli ufficiali sono nel romanzo una manica di avvinazzati, viziosi ed autoritari. La differenza di classe e la distanza con i sottoposti, come nell’esercito italiano, caratterizzeranno il rapporto con la truppa, alimentando diffusi sentimenti d’ostilità verso gli ufficiali. I sacrifici richiesti vengono considerati tutt’altro che commisurati ai servizi offerti alla massa di soldati. Un generale di brigata arringa la truppa esaltando l’efficienza della posta dell’esercito, come se “tutti quegli uomini in uniforme grigia dovessero lasciarsi ammazzare con la massima gioia unicamente per il fatto che al fronte era istituita la posta militare”.

 

Nello scenario della guerra di trincea, le avanzate procedono a ondate altalenanti, e gli uomini si scannano. “E poiché da quelle parti erano passati gli eserciti accampandosi nei pressi, tutt’attorno si scorgevano dovunque collinette di escrementi umani di origine internazionale, lasciati dalle varie nazioni dell’Austria, della Germania e della Russia. Questi escrementi di soldati di tutte le nazionalità e di tutte le confessioni religiose stavano gli uni accanto agli altri oppure si accatastavano gli uni sugli altri, senza per questo azzuffarsi”.

 

L’ironia di Hašek si scaglia contro una guerra inutile ed ingiusta. Come Sc’vèik, il protagonista del suo romanzo, l’umorista praghese finì prigioniero dei Russi. Parteciperà alla Rivoluzione, prima di tornare nella sua Boemia, dove morirà senza finire il suo capolavoro per una tubercolosi contratta in guerra.

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