Un dolce perdersi nello smarrimento del "labirinto aperto". Recensione della mostra al Mart su Richard Artschwager
Tra gli oggetti quotidiani e le citazioni ironiche la mostra dell'artista statunitense Richard Artschwager accompagna il visitatore in uno smarrimento dolce e piacevole. La sua arte, esposta dal 12 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020 al Mart di Rovereto, gioca con i materiali, stando "a un passo dalla normalità delle attività umane"

La mostra che offre il Mart di Rovereto è la prima retrospettiva in Italia dell’artista statunitense Richard Artschwager a cura di Germano Celant e in collaborazione con il Guggheneim Museum di Bilbao. Difficile incasellare in una corrente questo artista, il quale si sposta dalla pop art al minimalismo fino alla street art (perché no?). La difficoltà di catalogarlo è un problema inutile da porsi in quanto il “non definirsi” ha arricchito la sua arte e alimentato la sua libertà d’espressione.
Germano Celant ha presentato il progetto definendolo “labirinto aperto”. L’ossimoro usato dal curatore ligure lo si comprende quando ci si rende conto che le opere di Artschwager creano uno spaesamento nella mente dello spettatore formando un labirinto mentale e la costante sensazione di essere ospiti di qualcosa o di qualcuno. Le opere sono, per la maggior parte dei casi, create con materiale industriale con una predilezione per la formica. Lo spettatore riconosce il materiale e l’oggetto e lo associa a determinati ricordi ed emozioni, al suo vissuto. Questo immaginario però viene smontato non senza ironia dall’artista.

Il tavolo è un tavolo sia nelle dimensioni che nel suo rapporto con lo spazio così come nell’aspetto, ma tutto questo lo rende un tavolo? Questo continuo rimbalzare tra domanda e risposta suscita nella persona un senso di smarrimento ma senza alcuna angoscia o paura. È un dolce perdersi quello che offre Artschwager, perché tutte le opere all’interno della mostra sono oggetti familiari, rassicuranti ma nello stesso tempo sono sconosciuti. Ed ecco che sono esposti tornelli, confessionali, tavoli con tovaglie e pianoforti e in questo mondo che usa forme ed oggetti a noi conosciuti emerge un linguaggio nuovo e innovativo.
Il tutto accompagnato da alcune citazioni dell’artista affisse sulle pareti del museo, come: “la mia arte sta a un passo dalla normalità delle attività umane”, o ancora “La formica, il materiale più brutto, l’orrore dei tempi, che mi è venuto in mente all’improvviso perché ero stanco di guardare tutto questo bellissimo legno”.

L’attenzione ai materiali è il filo conduttore di tutte le sue opere, forse l’unico vista la versatilità di medium e linguaggi, come ad esempio l’uso del celatex, materiale che funge da isolante, usato come supporto per alcuni grandi dipinti presenti. Una mostra dove l’opera si mischia con l’autobiografia, l’arte con la quotidianità, in cui lo spettatore si può serenamente perdere senza preoccuparsi di trovare una risposta ma semplicemente assaggiando la dolcezza delle domande che Artschwager gli regala e che, una volta conclusa, si porterà fuori dal museo.














