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"Trento libera la musica", ma la realtà è quella di una città ingessata

L'Arci ha organizzato un incontro per dare spunti e idee all'amministrazione comunale per rilanciare il tema della musica e degli eventi in città. Il sindaco di Mantova ha spiegato come loro sono diventati città del cultura ragionando anche di urbanistica, di recupero degli spazi e valorizzando le associazioni. Trento sembra ancora troppo lontana da questo modello

Di Carmine Ragozzino - 29 settembre 2016 - 18:18

TRENTO. Trento libera la musica”. Il titolo del confronto promosso lunedì sera dall’Arci alla sala Falconetto del Comune era e resta una speranza. Ma per ora è un inganno. Un titolo che illude chi ancora ha fegato di illudersi. La musica e con essa molte altre arti – quelle di strada e quelle che vorrebbero animare i luoghi non ufficialmente deputati allo spettacolo, (i locali, insomma) – a Trento è prigioniera. Non sempre. Non ovunque. Ma spesso, troppo spesso. L’arte di strada – e quella da pub o consimili – è condannata all’ergastolo di una burocrazia disarmante. O meglio, armata di insensibilità e menefreghismo. E’ alimentata da un’ignoranza culturale che conseguentemente diventa ignoranza e vessazione amministrativa. Ma dei regolamenti sulla musica dal vivo in città che limitano, condizionano, sanzionano e infine “uccidono” le iniziative si è e vanamente ridetto in questi anni.

 

Fino allo sfinimento. Fino allo svilimento. Siamo di fronte ad amministratori, (e funzionari) bipolari: sono sordi di fronte alle lamentele legittime dei musicisti, degli artisti, e dei gestori di locali con uso di amplificazione. Ma, al contrario, gli stessi amministratori, gli stesso funzionari, sono ipersensibili alle proteste di qualche lobby residente in centro: gente – per nulla anonima – che ha nella rubrica del cellulare il numero di qualche politico/politicante. In evidenza. Certo, va spesso così anche altrove. Ma tuttavia in qualche altrove non va sempre così. E se c’è un merito nella serata “deja vu” dell’Arci – il deja vu della protesta che alterna e accomuna chi suona, chi vorrebbe far suonare e soprattutto chi avrebbe in animo di ascoltare – è il merito di essere, finalmente, andati almeno un poco “oltre”.

 

All’incontro, infatti, sono stati invitati un giovane deputato Pd che prima del Parlamento ha bazzicato - a Vimercate e da assessore – il mondo delle band e dei concerti, l’assessore alla cultura di Firenze e il sindaco di quella Mantova che è “capitale nazionale” della cultura in corso. Tre personaggi nazionali che hanno l’uno dopo l’altro hanno regalato un po’ di ossigeno e un po’ di concretezza all’asfittico e ripetitivo dibattito che anima (?) Trento sulla questione spazi, orari e eccetera. Il deputato è Roberto Rampi, già assessore a Vimercate sta provando a passare, in Parlamento, dalle vacue parole ai fatti fattivi. E’ primo firmatario di una proposta di legge che faciliti – legge alla mano appunto – l’espressività musicale per strada e al chiuso, semplificando tutto quel che è possibile semplificare sulla scorta di una convinzione che è insieme politica e filosofica: la creatività contribuisce da una parte alla crescita culturale e dall’altra – carta canta – anche alla crescita economica.

 

La legge, la proposta di legge, prevede un fondo di 50 milioni per una serie semplice e chiara di norme a sostegno delle attività musicali che comprendono anche semplificazione amministrativa e crediti d’imposta. L’altro ospite, l’assessore alla cultura di Firenze, Tomaso Sacchi, fa prima di dire. E tra le altre cose a Firenze ha fatto una scelta radicale: chi vuol suonare in luoghi pubblici e privati che abbiano capienza di meno di 200 persone e orario fino a mezzanotte non deve dannarsi l’anima. Gli basta “autocertificare” e comunicare ad un portale collegato al Comune. Il gioco, o meglio l’aggregazione, è fatta. Così come è fatta un’altra iniziativa di grande valenza: un luogo fisico attrezzato – (amplificazione, etc) – ai concerti. Pronto all’uso. E super usato.

 

Quanto poi al terzo ospite della serata Arci – il sindaco di Mantova Mattia Palazzi – ascoltarlo è stato scoprire che si può ancora governare con un respiro, una passione e una lungimiranza che distanzia Mantova da Trento di una stratosfera. Mantova è “capitale nazionale della cultura” in atto. Trento vorrebbe diventarlo nel 2018. Ma il percorso avviato da Trento sembra purtroppo di tutt'altro respiro. Una candidatura segnata da un percorso tanto anonimo quanto verticistico – (quale coinvolgimento? Quale dibattito? Quale raccolta di originalità ed innovazione?) – e tradotta in un progetto copia incolla che non ha alcunché di strategico per la crescita culturale della città. A Mantova – che a Trento è paragonabile per dimensione ma evidentemente è imparagonabile per capacità di pubblico ragionamento – si è vinta la partita capitale senza nemmeno accennare alla cultura o agli eventi che naturalmente in quest’anno sono centinaia.

 

Il sindaco l’ha spiegato con una lucidità ammirevole ed invidiabile. Mantova ha ragionato di urbanistica, di recupero dei suoi spazi, (anche quelli industriali dismessi) per cercare una dimensione sociale in cui la cultura, le culture e le contaminazioni, potessero fare da volano comunicativo per un recupero di vivibilità, di confronto, di scambio, di integrazione. E avanti. Insomma, c’era, c’è e ci sarà un “respiro”, una “missione”, una “visione” che hanno fatto diventare conseguenza naturale gli interventi di semplificazione e di valorizzazione delle dinamiche che portano ad un evento, grande o piccolo che sia. Anche a Mantova – come ovunque – esiste il conflitto tra due diritti: il diritto alla fruizione artistica, all’aggregazione specie giovanile, ed il diritto alla serenità dei residenti. Ma a Mantova il conflitto pare lo si affronti con un laicismo produttivo, chiedendo a chi propone arte responsabilità e buonsenso ma chiedendo lo stesso buonsenso a chi vorrebbe una città muta. E dove il buonsenso manca, il Comune decide, sceglie. Magari sbaglia, ma almeno non fa lo struzzo che infila la testa nel sacco di regolamenti nati male e gestiti peggio.

 

La candidatura di Trento a capitale italiana della cultura poteva essere almeno un espediente virtuoso: non si vincerà ma lavoriamo con le realtà culturali non istituzionali per costruire una strategia utile a cambiare. Ma è inutile illudersi. Di “ragionamenti alti” a Trento non c’è traccia. L’assessore Stanchina – che in giunta si occupa di commercio ma che di animazione musical-artistica un po’ mastica per passione e trascorsi organizzativi – ha provato a buttar lì qualcosa. Lui di eventi, piccoli e grandi, ne farebbe a iosa. Ma pare che in giunta il suo attivismo non sia poi tanto popolare. Trento pensa comunque in futuro ad utilizzare i parchi, cercando per ognuno una vocazione artistico-aggregativa. Meglio che nulla. Ma è come partire dal fondo di una questione, o da un particolare, senza coglierne il cuore. Il cuore è lo stacco tra la ricca offerta canonica di cultura, (stagioni, musei etc) e quella più caotica ma non meno formativa che nasce fuori dai circuiti istituzionali.

 

Un cuore del problema molto più complesso dell’ossessiva ed elementare “repetitio” degli universitari: loro dipingono a torto una città morta solo perché il vuoto ideale e creativo degli happy hour birraioli non si prolungano all’infinito. Se gli universitari vogliono partecipare alla creazione della vita culturale della città – come è giusto – non si riducano a fare solo la parte dei lamentosi “fruitori” di spritz. Si attrezzino, propongano, rischino. E forse, chissà. Quanto agli altri due assessori presenti, Robol e Franzoia, il loro “eventuale” pensiero non è pervenuto. E trattandosi di un incontro con presente il primo cittadino della capitale culturale d’Italia il silenzio dell’assessore alla cultura di Trento è davvero inquietante. Per tutti e tre, comunque, la serata Arci dovrebbe suggerire il consiglio più semplice che ci sia: almeno copiate. E provate a copiare bene.

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