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Una tribù nella tribù, gli scultori di arte contemporanea gardenense mostrano l'uomo nell'epoca della globalizzazione

Alla Galleria Civica di Trento è stata da poco inaugurata 'Legno/Lën/Holz'. Una rassegna che mostra con precisione sintetica il frutto maturo di una scuola giovane, ma ormai affermata e globalmente riconosciuta, quella della scultura lignea contemporanea gardenense

Di Tiberio Chiari - 11 giugno 2017 - 18:31

TRENTO. Alla Galleria Civica di Trento è stata da poco inaugurata 'Legno/Lën/Holz'. Una rassegna potentissima, volutamente straniante, che mostra con precisione sintetica il frutto maturo di una scuola giovane, ma ormai affermata e globalmente riconosciuta, quella della scultura lignea contemporanea gardenense.

 

Una scuola nata sul partire degli anni duemila dall'iniziativa di singoli artisti uniti dalla secolare tradizione della scultura lignea che si tramanda da secoli nella regione dolomitica.

 

Artisti cresciuti in una geografia ridotta e culturalmente concentratissima, a tratti spiritualmente angusta, il cui cuore pulsante è situato tra i capannoni del piccolo distretto artigianale di Ortisei e che si irradia poi centrifuga per innervarsi in tutta la Val Gardena e oltre.

 

Un luogo dove da secoli la scultura del legno è un'arte che si insegna e tramanda di generazione in generazione, un'arte che sovvertendo e integrando continuamente i confini incerti  tra artigianato e originalità creativa ha saputo definirsi e imporsi attraverso la qualità dei suoi manufatti.

 

Una tribù nella tribù quella rappresentata dagli scultori di arte contemporanea gardenense la cui essenza ed efficacia artistica non può prescindere, per essere compresa,  dall'interpellare la loro origine. Per quanto possa apparire a prima vista paradossale, questa loro forza deriva probabilmente, se non quasi certamente, proprio dal rapporto che hanno sviluppato, personalmente, con il senso che in questa tradizione 'tribale' può essere individuato.

 

Se lo scopo dell'arte tribale come l'Africa ci insegna rimandandoci alle sue multiformi creazioni è la rappresentazione dell'uomo nella sua dimensione fisica e insieme spirituale, allora una statua dai connotati tribali non può prescindere dal rappresentare nella sua figura anche ciò che lo domina il soggetto e che in lui soggiace.

 

L'individuo è ovunque segnato nella sua indole da ciò che la società, o meglio la tribù, gli attribuisce e impone per poterlo integrare nella struttura politica e religiosa.

 

Così nell'arte tribale africana l'uomo appare deformato perché deve rappresentare immediatamente anche  il mondo sociale e spirituale che lo determina: alternativamente diviene antenato o custode, totem o simbolo ed è sempre difforme "sensatamente",è la sua difformità altro non è che una sua rappresentazione più perspicua.

 

La stessa sensata difformità è possibile attingere filologicamente anche nelle statue presenti alla Civica e l'uomo si mostra qui nella sua essenza come appartenente a una determina società la quale ne definisce ruolo, destino, dramma, fortuna, morte ed esistenza.

 

Ricongiungendo allora il senso tribale che è proprio della scultura per come ci è stato tramandato dall'arte Africana al lavoro di questi artisti si può infine trovare un denominatore comune che riassuma nel termine 'tribale' tutte le opere presentate.

La mostra 'Legno/Lën/Holz' alla Galleria Civica

 

Ciò è possibile ponendo come orizzonte l'uomo nell'epoca della globalizzazione, un uomo replicabile ovunque e comunque e sempre ugualmente straniato e deformato dal suo straniamento. Questa situazione appare concreta nelle stanze spoglie della Civica, incarnata in forma mutevole dalle sculture che si susseguono.

 

L'uomo è qui ripreso nella sua attualità e ci ricorda che la nostra storia contemporanea ha spostato l'orizzonte di tribù ampliandolo fino a contemplare in esso una sola stranita tribù dai confini globale, una tribù speso estranea a se stessa. Le sculture presenti alla Galleria Civica, tutte per scelta del curatore Gabriele Lorenzoni raffiguranti figure umane a grandezza naturale, rendono efficacemente un'idea della complessità di questo orizzonte.

 

Le sculture sono disposte in uno spazio iper-minimalista, allestito dagli architetti Weber e Winterle,  che si distingue per la delicatezza e l'intensità con le quali permette alle sculture di dialogare, superando le affinità didascaliche per produrne di più intime ed esclusive.

 

Statue che rappresentano alternativamente stasi o contorsione vitale, espressione simbolica di una vita vissuta senza concentrazione o viceversa bloccata in eterno dagli esiti di un'analisi  introspettiva infinita, come nel caso delle statue mute Walter Moroeder chiuse nel loro silenzio, tanto enigmatiche quanto confortanti.

 

All'opposto della stasi c'è il controllo estremo della dinamica vitale incarnata dai Cyborg di Peter Senoner esseri potenziati da protesi nate “seguendo l'idea di bio-ingegneria, esseri non lontani dal presente e che ho immaginato osservando alcuni passanti più di dieci anni fa a New York, dove ho vissuto per diversi anni, una visione questa che allora mi ha ispirato”, come lui stesso ci confessa durante la visita al suo studio (prima dell'inaugurazione della mostra il Mart in collaborazione con la galleria Doris Ghetta di Ortisei ha organizzato una visita agli studi di alcuni degli scultori presentati, spazi interessantissimi quelli dove nasce la scultura, luoghi dal grande fascino demiurgico).

 

Alcune figure umane sono poi devastate da differenti stati di mutazione, come il bambino in uniforme di Gehard Demetz appesantito da una tristezza profondissima e in stato di avanzata decomposizione digitale esplicitata da un'inesorabile deframmentazione fisica. Uomini deformati da innominabili supplizi sono pure quelli creati da Aron Demetz, immoti e marchiati da grumose concrezioni di resina, esseri derivati da un processo artistico di “continua sperimentazione che negli anni mi ha permesso raggiungere esiti e gradi espressivi differenti”.

 

Le figure umane non deformate mostrano poi nella stasi indotta tutto il loro straniamento. Questo accade per anche per i soggetti al bagno di Willy Verginer che sembrano immersi in un mare oleoso, macchiati dall'arancione delle acque. Soggetti questi dagli occhi assenti come ciechi. Sempre immoti sono i personaggi scolpiti da Peter Demetz, persone comuni sospese nell'incomprensibile e incommensurabile momento dell'attesa, incorniciate da uno spazio artificiale che disturba con una prospettiva fittizia chi si avvicina con l'intento di svelare il senso di quell'attesa.

 

Una mostra questa  che ci permette infine di riconosce il legno come materiale misteriosamente sincrono al momento storico attuale. Ciò che rimane infine impresso è il profumo del legno che qui trasuda, vive e che raggiunge lo spettatore prima delle opere stesse, un profumo che dona a questa arte una profondità ulteriore e inattesa.

 

Da Livio Conta Giorgio Conta, da Fabiano de Martin Topranin Aron Demetz, da Gehard Demetz Peter Demetz, da Arnold Holzknecht Walter Moroder, da Herman Josef Runggaldier Andreas Senoner, da Peter Senoner Matthias Sieff, da Adolf Vallazza Willy Verginer e Bruno Walpoth, sono questi gli artisti presenti alla Galleria Civica fino al 17 settembre da martedì a domenica dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18.

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