''La poesia è ancora viva e può svolgere un compito decisivo per la socializzazione'', il poeta Nicola Cetrano lancia la sua ultima opera ''Smarrimenti e rinvenimenti''
L'autore sarà protagonista della presentazione della sua ultima opera alle 17.15 di mercoledì 14 dicembre alla Libreria Ancora in via Santa Croce a Trento, Cetrano dialogherà con Emanuela Artini e l'appuntamento sarà impreziosito dalle letture di Bruno Vanzo

TRENTO. "La poesia è ancora viva". A dirlo l'autore e poeta Nicola Cetrano, reduce dalla pubblicazione del suo ultimo libro "Smarrimenti e rinvenimenti" (Campanotto Editore, settembre 2022). "Basti vedere la profondità e attualità dei discorsi pronunciati negli ultimi decenni dai poeti insigniti del Nobel in occasione del conferimento del premio, penserei al nostro Montale, a Milosz, a Brodskij, a Heaney, alla Szymborska e a Saramago".
L'autore sarà protagonista della presentazione della sua ultima opera alle 17.15 di mercoledì 14 dicembre alla Libreria Ancora in via Santa Croce a Trento, Cetrano dialogherà con Emanuela Artini e l'appuntamento sarà impreziosito dalle letture di Bruno Vanzo.
"La poesia - aggiunge Cetrano - non può limitarsi ad esprimere le vicissitudini individuali o collettive (che non possono e non devono essere ignorate: sia chiaro), perché può e forse deve esprimere - nei modi che ognuno sente e vive - anche lo stupore dell’uomo di fronte alla magnificenza del creato e della vita".
Nato a Pianella (Pescara) nel 1954, Cetrano si è laureato in filosofia a Chieti nel 1978 alla Facoltà di Lettere dell’allora Libera Università degli Studi “G. D’Annunzio”; dal 1979 vive a Trento dove ha lavorato per quasi un quarantennio nella scuola come insegnante di lettere, prevalentemente nella scuola secondaria di secondo grado, e dirigente scolastico.
Ha scritto negli anni articoli, recensioni e interventi, pubblicati su riviste, sul web e sul quotidiano “l’Adige” di Trento: su educazione e scuola, letteratura, filosofia, attualità. E' autore delle raccolte Forse poesia (Manfrini Editori, 1993), Ancora per. Nell’umile certezza del dolore (Campanotto Editore, 2003) e Dalle estreme fioriture. Piccolo canzoniere sulla parola (Campanotto Editore, 2009), Smarrimenti e rinvenimenti (Campanotto Editore, settembre 2022). Suoi componimenti sono stati letti su Radio1 (programma radiofonico Zapping) e Radio Dolomiti (Viaggio nella scrittura a cura di Amelia Tommasini).
La sua espressione poetica nasce dallo stupore e dallo smarrimento di fronte alla magnificenza dolorosa della vita e da un bisogno di conoscenza, comprensione di sé, degli altri e del nostro tempo; si caratterizza per un forte radicamento personale, s’incarna in una tensione religiosa e in un costante lavoro sulla parola e sulla lingua.
Come nasce questo libro in particolare?
I miei libri di poesia rappresentano tutti, sia pure in modo diverso, fasi della mia vita.
Dopo la pubblicazione del mio terzo libro di poesia (Dalle estreme fioriture. Piccolo canzoniere sulla parola nel 2009), ho avvertito dentro di me una crescente impressione di fragilità e incertezza, pur mantenendo una speranza di fondo. Gli ultimi tre anni - caratterizzati dalla pandemia, dalla guerra in Ucraina (ma quanti altri conflitti da decenni divampano sul pianeta?) e dalle sfide planetarie che rischiamo di perdere - hanno reso ancora più evidente e sofferto questo smarrimento non solo individuale. E poi non possiamo dimenticare la crisi profonda che il nostro paese attraversa da non pochi anni e di cui non intravediamo la via d’uscita. Ma la poesia non può limitarsi ad esprimere le vicissitudini individuali o collettive (che non possono e non devono essere ignorate: sia chiaro), perché può e forse deve esprimere - nei modi che ognuno sente e vive - anche lo stupore dell’uomo di fronte alla magnificenza del creato e della vita.
La poesia è ancora viva?
La mia risposta a questa domanda cruciale è certamente positiva. Basti vedere la profondità e attualità dei discorsi pronunciati negli ultimi decenni dai poeti insigniti del Nobel in occasione del conferimento del premio, penserei al nostro Montale, a Milosz, a Brodskij, a Heaney, alla Szymborska e a Saramago. Si pensi anche alla ricchezza della poesia italiana del Novecento. Se si chiede: ma la poesia oggi è ancora lievito, sale per il nostro tempo? La risposta in generale non può che essere negativa o, almeno, di grande perplessità. La poesia ha bisogno di silenzio, disponibilità all’ascolto, consapevolezza dell’importanza del “tramando” (Ezio Raimondi) che collega le generazioni, apertura mite e fiduciosa dell’animo, rispetto e amore per la “parola onesta” (Saba). Possiamo dire di essere immersi in una presenza diffusa di questi “elementi”? Non credo. In ogni caso la televisione pubblica e varie istituzioni culturali - case editrici incluse - potrebbero fare certamente di più. E poi c’è il discorso sulla scuola.
C’è spazio in un mondo sempre più veloce, digitalizzato, forse anche più superficiale, per la poesia? E, appunto, la scuola che ruolo può svolgere?
È molto ridotto lo spazio per la poesia. Ma la nostra società non è un blocco monolitico: ci sono nicchie, gallerie, grotte, angoli nascosti, mondi e attività sommersi, una varietà umana straordinaria, bisogni profondi personali e spirituali non soddisfatti. Certamente non è facile: siamo tutti più o meno dentro un cerchio che isola, frastorna e disorienta. La parola è troppo frequentemente esposta e sottoposta alla manipolazione per un risultato economico o politico, di controllo ed orientamento dei consumatori e del cittadino-spettatore verso comportamenti gregari; ma tutto ciò genera contraddizioni e bisogni non soddisfatti. Ed è in questo spazio che la poesia dovrebbe giocare la sua partita.
E poi la scuola e la poesia, appunto. Se ben presentata e proposta - come filastrocca e gioco linguistico che stimoli la memorizzazione, le facoltà creative e immaginative dei bambini - fin dalla scuola dell’infanzia, la poesia può svolgere un compito decisivo anche per la socializzazione. Strada facendo può intercettare esigenze profonde degli adolescenti e dei giovani, educandoli anche a un uso autentico della “parola onesta” – sempre per dirla con Saba – e puntuale, favorendo quell’autodisciplina che vale per le parole come per tutto il resto. A queste condizioni, la poesia può accompagnare per intero il percorso scolastico e, ciò che più conta, il processo di crescita della persona.
Quali sono gli autori punti di riferimento?
San Francesco e Dante naturalmente; Ariosto e Tasso (apparentemente opposti); Manzoni e Leopardi; Rebora, Ungaretti e Montale; Antonia Pozzi, Elsa Morante, Caproni, Margherita Guidacci e Luzi: ma l’elenco dovrebbe essere necessariamente più lungo. A questi autori della letteratura italiana aggiungerei i premi Nobel sopra citati, Baudelaire e Paul Celan. Con un profondo rammarico per quest’ultimo: quello di non poterlo seguire pienamente nel suo scandaglio della lingua tedesca ai livelli generativi più profondi.
La poesia più significativa?
Il “Cantico delle Creature”: tutto nasce da lì per quanto riguarda la poesia italiana e mi auguro che resti punto costante di riferimento per il tramando di cui parlavo sopra. Al “Cantico di Frate Sole” aggiungo il primo canto dell’Inferno e il trentatreesimo del Paradiso: Dante ha concepito e realizzato la sfida di dire l’indicibile, cioè ciò che genera anche la parola.
Quali sono presumibilmente le prossime tappe?
Da pensionato desidero dedicarmi maggiormente alla famiglia; ad esempio, sperando in un ritorno consolidato alla normalità, vorrei andare a trovare più spesso con mia moglie i figli nelle rispettive città. Cerco, inoltre, di mettere a disposizione di chi ne ha maggiormente bisogno ciò che ho acquisito in tanti anni di scuola. Certamente, poi, ho programmi di studio e approfondimento anche in relazione alla scrittura che potrò coltivare, oltre la poesia da cui spero di essere ancora cercato, in diverse e nuove forme e con più tempo.












