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Trento
09 maggio | 15:16

I morti che parlano resusciteranno la compagnia che lasciò il segno, con "Sleeping on the hill" un viaggio in Spoon River

Va in scena il 17 maggio al Teatro di Gardolo il lavoro di Rocco Sestito che torna alla regia e alle scene con una rinnovata Cassiel Project. Con "Sleeping on the hill" l'attualità di Spoon River aumenta l'efficacia con i defunti presi da un gioco di ruolo che metterà a nudo più miserie che nobiltà nella liberazione dalle convenzioni. Attori navigati e giovani in una prosa contaminata anche dalle altre arti

TRENTO . Bentornata compagnia. Non una compagnia solo parlante (come si parla, recitando, in teatro). E nemmeno una compagnia danzante. Semmai l’uno e l’altro linguaggio artistico, ma anche altro. Sì perché la Cassiel Project - uno dei tanti progetti da palco di un regista che oltre al palco maneggia il cinema con molteplici riconoscimenti alla qualità creativa – era stata in Trentino una boccata d’ossigeno per come aveva saputo contaminare e contaminarsi tra prosa, movimento, immagini e musica spesso proposta dal vivo con coinvolgente vitalità.

 

Bentornata dunque alla Cassiel di Rocco Sestito che il 17 (numero fortunato, sfortunato, chissenefrega) porterà in scena al teatro di Gardolo (al Gigi Cona che è sì piccolo ma accogliente) il lavoro di rientro in campo dopo una lunga sosta un poco pre e tanto post pandemia.

 

Il titolo della proposta è un inglese che tradotto in italiano diventa subito familiare anche per via di come De Andrè lo tradusse in grande, immortale, canzone d’autore. Il titolo è “Sleeping on the hill – Rpg”, cioè quel “dormono sulla collina “ che omaggia con rispetto, gratitudine e stimolo all’ispirazione l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master.

 

Senza farla troppo lunga perché di quel lavoro di inizio 900 c’è poco di nuovo da aggiungere all’immensa mole di elogi per un “must” che più passano gli anni meno perde di lungimirante attualità, buttiamola sulla battuta. “Morto che parla”, ecco il senso di Spoon River che face rivivere i defunti di un piccolo paese (anzi i loro epitaffi) per mettere a nudo miserie e nobiltà di un animo umano finalmente liberato da ogni convenzione.

 

I morti che parlano ci saranno anche nel lavoro di Sestito che rimasticando con golosità (letteraria) il testo di Allan Poe ha portato i suoi attori nel marasma (ma poi nemmeno troppo) di un pigiama parti per iscriverli anche senza consenso ad un Gioco di Ruolo condotto da un Game Master (maestro di giochi) di infernale abilità nel resuscitare non solo le storie dei defunti ma più di tutto il “dietro le quinte” delle loro vite.

Le vite che si intrecciano nella giostra dei rimandi da una storia all’altra fino ad una conclusione che qui ovviamente non si svela ma che ha materia per appassionare anche i giallisti. Storie crude, storie normali e storie anormali, storie di eccessi e di decessi raccontate – così come il Roco regista ha fatto spesso – mixando serietà e divertimento.

 

Anzi, a dirla meglio, serietà, divertimento e forte impegno sociale se è vero che tra sopraffazioni, violenza casalinga, sogni infranti, Dio Denaro eccetera lo Spoon River sembra scritto oggi e purtroppo – visto il decadimento in cui annaspiamo – sembrerà scritto anche domani. A far parlare i morti ci penseranno i vecchi ed i nuovi attori della compagnia che Sestito ha rimesso in piedi mixando, anche qui, le generazioni.

 

Accanto ai rodati Vito Catanzaro, Anna Dell’Elce e Linda Franceschini saranno in scena anche Giovanni Oieni, Virginia Naomi Paratore, Carlotta Persano, Alessio Pierucci, Martina Rivoli e Maria Tiburzi. Sono attori che vengono da tutta Italia e che testimoniano l’interesse per le idee registiche (ma anche le idee sociali, perbacco) di un “poliedrico” davvero a tutto tondo.

Rocco Sestito – infatti – ha all’attivo romanzi ( “Il tarlo di Ruth”, “Angeli incerti”), lavori teatrali che hanno lasciato segno come  “Cercando Toto” o quel “La musa” scritto dal fratello “opposto” di Netanyahu) e cortometraggi spesso di denuncia come quelli dedicati alla sicurezza sul lavoro (“Rimane il vento” e il recente  “Win4life”). Se ci si cimenta con tutte queste diversità tecniche (scrittura, teatro, video) va da sé che sulla scena qualcosa di inedito e di innovativo ci può ed anzi ci deve scappare.

 

Nel lavoro in scena a Gardolo c’è dunque da aspettarsi più di una sorpresa dalle idee che Sestito ha chiesto di tradurre anche in coreografie (di Anna Dell’Elce) e nel progetto di luci e suoni (di Marco Pegoretti). Resta tuttavia il “morto che parla” (e non c’entra il 47 della Smorfia). E quando i morti parlano tornano perfino i vecchi detti, solo ribaltati: “i panni sporchi non si lavano in famiglia”. Ne deriva che la vita può sì essere un pantano di piccolezze, invidie e anche di peggio. Ma può essere, anzi è di certo, anche buffa. Sulla collina di Sestito, nel suo Spoon River, si dormirà insomma solo nel titolo. Si starà invece svegli per districarsi – assieme a chi sta sul palco – nel gioco che mira a trovare un ruolo anche e soprattutto per lo spettatore.

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