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"La musica contemporanea mi butta giù", intervista a Mirkoeilcane in concerto a Trento: "Non rincorro le mode, c'è bisogno di canzoni che lascino il segno"

Il cantautore romano salirà sul palcoscenico del Teatro Capovolto venerdì 21 giugno (ore 21) per la prima data del tour estivo in cui presenterà il suo ultimo disco che vede la partecipazione di Giobbe Covatta e Daniele Silvestri. Mirkoeilcane: "Credo che quest'ondata di musica leggerissima prima o poi annoierà il pubblico, che cercherà qualcosa di diverso"

Di Federico Oselini - 18 giugno 2024 - 19:46

TRENTO. Ironia ed eleganza al servizio di musica e parole. Potrebbe essere riassunto così il cantautorato di Mirkoeilcane, artista romano classe 1986 che sarà protagonista a Trento venerdì 21 giugno alle 21 sul palcoscenico del Teatro Capovolto, nell'ambito delle Feste Vigiliane.

 

Il live, che vedrà il cantautore accompagnato dalla sua band, inaugurerà il tour estivo di presentazione del suo terzo album "La musica contemporanea mi butta giù", uscito lo scorso autunno e il cui titolo è chiaramente ispirato alla canzone "Up patriots to arms" di Franco Battiato.

 

Composto con la volontà di "non rincorrere le mode" e nella convinzione che "ci sia un grande bisogno di canzoni che lascino il segno dal punto di vista artistico", il disco contiene dodici tracce che raccontano "la storia degli ultimi cinque anni", tra momenti di introspezione e sottili riflessioni sulla contemporaneità.

 

Ad impreziosire il tutto, due ospiti di tutto rispetto: Giobbe Covatta, con un monologo sulla religione e le sue incoerenze, e Daniele Silvestri che oltre a prendere parte al featuring nel brano “Serie B” ha collaborato agli arrangiamenti e alla co-produzione del brano “In equilibrio”.

 

Mirkoeilcane, ci tolga subito la curiosità: che live si deve aspettare il pubblico trentino?

 

Vi svelo subito che in scaletta ci sono naturalmente le canzoni dell'ultimo lavoro e anche qualche brano "dal passato" a cui gli ascoltatori sono affezionati. Dal punto di vista musicale, invece, il live rispecchia molto il disco e l'intenzione è quella di trasmettere un suono molto puro, senza architetture moderne: la formazione sarà composta da chitarra, tastiera, basso e batteria e, come si dice, chi è sul palco suona. Poi naturalmente qualche modifica rispetto al disco ci sarà, perchè prima ancora di essere cantautore sono un musicista, e mi piace l'idea di avere delle libertà da questo punto di vista.

 

Parlando del disco, già dal titolo emerge una curiosità: un chiaro riferimento alla canzone "Up Patriots to Arms" di Franco Battiato.

 

È indubbiamente un omaggio ad un mio grande maestro: volevo provare a riconoscergli quella grandezza che ha influenzato la mia vita, ma anche quella di molte altre persone. Al di là di questo, è un verso che penso riassuma alla perfezione il momento storico che stiamo attraversando: non voglio criticare un sistema di cui anch'io faccio parte, ma veicolare una riflessione sul fatto che, oltre ai successi flash a cui ci stiamo abituando, c'è bisogno che la musica lasci qualche impronta artisticamente tangibile e destinata a durare nel tempo. Da qui un disco che si distacca, sia dal punto di vista della musica che delle parole, da quello che si sente oggi in radio: la mia volontà è infatti quella di non rincorrere le mode dell'oggi.

 

Non rincorre il tempo presente, ma lo racconta: il disco è infatti letteralmente intriso d'attualità e riflessioni ad essa collegate.

 

Si tratta di un lavoro nato nel corso degli ultimi cinque anni e, se avessi deciso in totale autonomia, probabilmente sarebbero usciti tre dischi. La voglia è naturalmente quella di raccontare i tempi che attraversiamo e mi piace pensare che un cantautore abbia in qualche modo una missione, quella di appuntare e cristallizzare alcuni momenti della storia che tutti noi viviamo. Anche la scelta della tracklist è stata fatta nell'ottica di narrare questa parentesi cronologica, in cui abbiamo vissuto anche una pandemia, come se fosse un'unica storia ininterrotta.

 

E per farlo ha scelto di accostarsi a due narratori di tutto rispetto: Giobbe Covatta e Daniele Silvestri. Cosa rappresentano per lei questi "incontri"?

 

Volevo fortemente inserire nel disco delle collaborazioni che portassero un valore aggiunto al lavoro, e che rappresentassero una sopresa per gli ascoltatori, e sia Daniele che Giobbe sono persone che ho avuto la fortuna di incontrare e frequentare, anche alla luce della sintonia che ci unisce. Sono due grandi artisti che hanno dato tantissimo al loro pubblico, e continuano a farlo e penso sia importante sottolinearlo.

 

Aprendo una parentesi musicale, l'influenza di Daniele Silvestri si percepisce chiara e decisa nel disco.

 

Daniele è una persona attenta e che sa quello che gli ruota attorno, e il disco è stato registrato nello stesso studio studio dove incide anche lui. Probabilmente quello che lei osserva è dovuto al fatto che, al di là dei pezzi a cui abbiamo lavorato assieme, più di una volta mi ha dato dei consigli o fornito degli spunti, non richiesti, per migliorare il mio lavoro.
 

Entrando negli anfratti del disco, nel singolo di lancio "In equilibrio" opta per un ribaltamento di prospettiva, raccontando una "sua" storia dal punto di vista femminile. Ci spiega questa scelta?

 

Ha rappresentato un gioco, quasi un esercizio di stile. Il genere non c'entra nulla e il cardine della canzone è il messaggio che vuole trasmettere: è legata alla contemporaneità e parla del concetto di rinascita, della volontà di non lasciarsi travolgere dal mondo e dalle mille informazioni che ci avvolgono tutti i giorni. Capisco che questo ribaltamento poteva comportare dei "rischi", però penso che alla fine abbia funzionato bene.

 

Il brano “Secondo Giobbe” è invece un monologo tagliente, divertente e al contempo serio sulla religione e le sue incoerenze. Come mai ha scelto di affrontare questo tema?

 

Da non credente, è un tema che mi incuriosisce molto e che spesso mi trovo ad affrontare parlando con le persone. È incredibile come spesso quelli che, ad esempio, studiano e credono negli algoritmi informatici, alla domenica vadano poi anche messa. Ho giocato con degli stereotipi, con la volontà di raccontare qualcosa di divertente e che, voglio sottolinearlo, non è una critica rivolta a chi crede ma più che altro la volontà di cercare un confronto. Il monologo era già inserito in uno spettacolo teatrale di Giobbe ed è stato un po' riadattato, ed io mi sono divertito nel renderlo un po' più musicale.

 

E dopo la religione, nel suo mirino mette anche la politica. Ne "Il nipote di Giovanni" scrive che "accantonata la politica, la gente ride e usa la fantasia". Crede davvero sia così?

 

C'era un po' la voglia di giocare con questi tempi che viviamo, non tanto mettendo al centro le diverse idee, bensì il modo di fare politica del giorno d'oggi che definirei molto "televisivo". Non credo assolutamente che un mondo senza politica sia un mondo migliore, però forse bisognerebbe auspicare in generale ad una politica "migliore", che si avvicini al vero significato della parola.

 

Tra le vette, dal punto di vista emotivo, spicca poi la canzone "Caro amico ti scrivo", scritta in dialetto romano.

 

È la canzone che non avrei mai voluto scrivere, perchè parla di una persona che non c'è più. Non vuole essere un saluto o un addio, ho solo immaginato di rincontrarla e raccontarle alcune cose che nel frattempo sono successe. Chiude volutamente il disco ed è voluta anche la scelta di farla apparire come una registrazione fatta con un telefono, senza artifici musicali. Quasi come fosse una semplice lettera.

 

Prima di salutarla non posso che chiederle, tra il serio e il faceto: veramente la musica contemporanea la butta giù?

 

Le risponderei con un laconico sì (ride, ndr). Non voglio però sembrare un boomer, anche perchè da musicista questa musica la ascolto e trovo anche qualcosa che mi piace. Quello che mi addolora di più è il fatto che chi ascolta molte della canzoni mainstream non riceve praticamente nulla, sia dal punto di vista musicale che testuale. Per tagliare il male a metà, spesso si dice che il problema non è di chi recita ma di chi applaude. Credo comunque che quest'ondata di musica leggerissima prima o poi annoierà il pubblico, che andrà a cercare qualcosa di diverso.

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