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Trento
05 settembre | 18:50

"Dalla lotta operaia alla distruzione delle foreste, i nostri cori di montagna tra passato e presente", i Lès Mecanos a I Suoni delle Dolomiti: "Esibirci qui? Esperienza unica"

I Lès Mecanos, che si esibiranno sabato 6 settembre nell'ambito de I Suoni delle Dolomiti, si raccontano a il Dolomiti: "Usiamo allestimenti e strumenti che richiamano le officine per riferirci alle lotte della classe operaia di cui parlano le nostre canzoni in francese e occitano antico"

MOENA DI FASSA. “Era importante usare le parole per difendere, a modo nostro, i diritti delle classi più basse e creare un legame tra le vecchie canzoni dei lavoratori e la società odierna”. Così il gruppo francese Lès Mecanos che, intervistato da il Dolomiti, presenta il live che lo vedrà protagonisti sabato 6 settembre a Malga Canvere in Val di Fiemme, nell'ambito della 30esima edizione de I Suoni delle Dolomiti (INFO CONCERTO). Parliamo di dieci cantanti francesi, legati da una solida amicizia, che esplorano il patrimonio dei cori di montagna francesi e occitani, raccontando la lotta operaia e l'importanza dei diritti dei lavoratori, ma anche la delicata questione ambientale. Ma non è tutto, la loro particolarità, a partire dal nome, è quella di riuscire ad aprire le porte di una vera e propria “officina” sul palcoscenico.

 

E anche la scelta degli strumenti è più che mai unica: Les Mecanos accompagnano le loro polifonie con strumenti a percussione di vario genere, dalla grancassa e dal floor tom, e con oggetti e strumenti di lavoro che solitamente non compaiono nei teatri e nelle arene musicali, quanto piuttosto nelle officine meccaniche, come chiavi inglesi, tubi di scappamento o cerchioni. E quello che prenderà forma, anche tra le montagne del Trentino, sarà un inedito “matrimonio” in grado di produrre una musica intensa e suggestiva, che spazia dal repertorio delle canzoni di lavoro e di lotta ai ritmi adatti al ballo, e capace di superare anche le barriere linguistiche. “Spieghiamo sempre i nostri testi – dicono i musicisti – ma fortunatamente la musica è universale e le persone non hanno bisogno solo delle parole per lasciarsi andare al ritmo e godersi le armonie vocali”

 

Partiamo subito da live, cosa deve aspettarsi il pubblico e quali le sensazioni nell'esibirsi in un contesto così insolito?

 

Il nostro concerto in Trentino sarà basato principalmente sul nostro ultimo disco “Usures”, uscito lo scorso anno: eseguiremo live i brani di questo lavoro e posso dire che esibirci in un contesto naturale così bello e particolare sarà un'esperienza assolutamente unica.

 

Parlando proprio del disco “Usures”, il titolo ci trasporta in una dimensione che ricorda le officine e le fabbriche.

 

Sul palco abbiamo sempre utilizzato scenografie che richiamano le officine, come riferimento alle lotte delle classi lavoratrici, di cui parlano la maggior parte delle nostre canzoni. L'album “Usures” ha rappresentato per noi un passo avanti, perché per la prima volta abbiamo inserito brani scritti da noi, e non solo ri-arrangiamenti di canzoni tradizionali. Era, in sintesi, importante poter usare le nostre parole per “difendere” a modo nostro i diritti delle classi più basse e creare un legame tra le vecchie canzoni dei lavoratori e la società odierna. Anche il nostro nome “Les Mécanos” significa “I meccanici” ed è proprio un riferimento diretto alla classe operaia.

 

Affrontare tematiche complesse come la lotta di classe ma anche le questioni ambientali, altro aspetto che vi contraddistingue, non è banale. Qual è il messaggio di fondo che volete trasmettere all'ascoltatore?

 

La maggior parte di noi proviene da famiglie di classe sociale bassa, quindi per noi è molto importante usare il palcoscenico per dare voce a chi spesso non viene ascoltato. Sentiamo il dovere di denunciare le criticità per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, e anche il pericolo del capitalismo globale. Naturalmente, le questioni ambientali sono direttamente collegate agli abusi del capitalismo e non potremmo fare a meno di parlarne, soprattutto perché vediamo con i nostri occhi il cambiamento del paesaggio. La nostra canzone “Tronaire”, ad esempio, parla della distruzione delle foreste nella nostra zona, le montagne nel Pilat.

 

Salendo sul palcoscenico, dieci musicisti sono tanti: come lavorate e come questo si proietta sul vostro repertorio?

 

Funziona più o meno così: ognuno propone una canzone, a volte pescata dal repertorio tradizionale e a volte anche scritta da lui. Una volta che la nuova idea è stata approvata dalla band, di solito creiamo un piccolo gruppo di 3 o 4 musicisti con il compito di adattare il brano per l'intera band. Poi iniziamo a cantarla, apportando le ultime modifiche, e da lì arriviamo al palcoscenico e ai nostri lavori.

 

Un aspetto interessante è il fatto di recuperare i cori di montagna tradizionali, utilizzando sia il francese che l'antica lingua occitana. Ci spiegate questa scelta?

 

L'occitano era parlato nella nostra zona fino alla prima metà del secolo scorso: alcuni dei nonni dei membri della band lo parlavano addirittura come madrelingua. Anche se non abbiamo avuto la possibilità di imparare la lingua direttamente da loro, per noi era molto importante ricollegarci a questo patrimonio attraverso quello che sappiamo fare, scrivere canzoni.

 

Una curiosità: avete portato il vostro progetto in tutto il mondo, qual è la reazione del pubblico internazionale ad un prodotto artistico così particolare?

 

Cerchiamo sempre di superare la barriera linguistica presentando i temi delle nostre canzoni durante lo spettacolo, in modo che il pubblico capisca di cosa stiamo parlando ed il messaggio possa arrivare. E fortunatamente la musica è universale e le persone non hanno bisogno sempre dei testi per lasciarsi andare al ritmo e godersi le armonie vocali.

 

Parlando di melodie, raccogliamo l'assist: la vostra particolarità è quella di trasformare in strumenti oggetti non comuni e attrezzi che naturalmente si vedono anche nelle officine: chiavi inglesi, cerchioni o tubi di scarico. Come nasce questa idea?

 

L'uso di oggetti provenienti dal contesto industriale è stato un modo per completare l'allestimento del nostro show. Li abbiamo scelti per il loro aspetto, ma anche per i suoni che producono. Un esempio? La nostra batteria è normalissima, ma i tubi di scarico e le chiavi inglesi conferiscono alle sonorità prodotte tratti unici e inimitabili.

 

Un'ultima battuta: dopo il disco e il tour che progetti avete per il futuro?

 

Il prossimo anno ci dedicheremo alla costruzione di uno spettacolo senza microfoni, e senza alcun tipo di attrezzatura audio: si affiancherà a quello attuale e verrà proposto in luoghi inusuali come vecchi edifici e chiese. Sarà un modo per riconnetterci con le nostre origini artistiche, a quando abbiamo iniziato a suonare assieme. Stiamo pensando però anche a scrivere nuove canzoni, nell'ottica magari di riuscire a pubblicare un disco nel giro di due o tre anni.

 

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