"Ho guardato negli occhi i migranti strappati alla morte in mezzo al mare”, il regista Baraldi racconta un mese sulla Sea-Watch 5: "Il Mediterraneo è un'enorme fossa comune"
Il regista Enrico Baraldi racconta a il Dolomiti oltre cinque settimane di navigazione a bordo della nave da ricerca e soccorso Sea-Watch 5, confluite nello spettacolo 'A place of safety. Viaggio nel Mediterraneo centrale': "Abbiamo partecipato a due salvataggi in cui oltre 150 migranti sono stati strappati alla morte: quello che mi rimarrà negli occhi è la paura di quelle persone, ma anche la gioia di avercela fatta. Era giusto provare a raccontare, e a dare dignità, a quello che abbiamo visto"

ROVERETO. "Ci siamo trovati di fronte una realtà durissima, un Mediterraneo che è vittima di una grande contraddizione del nostro tempo: un simbolo di bellezza e al contempo una fossa comune con oltre 40 mila morti in 10 anni".
Questo è uno dei concetti più forti che il regista Enrico Baraldi esprime nell'intervista concessa a il Dolomiti in cui racconta l'esperienza a bordo della nave Sea-Watch 5, attiva nella ricerca e nel soccorso nel Mediterraneo e da cui è nato lo spettacolo "A place of safety. Viaggio nel Mediterraneo centrale", in scena all'auditorium Melotti di Rovereto il 27 e il 28 febbraio (QUI INFO) e realizzato in collaborazione con Sea-Watch e Emergency.
Tutto è partito da un contatto tra Baraldi e Nicola Borghesi, fondatori e componenti della compagnia Kepler-452, e alcuni referenti di Ong, e proseguito con una residenza a Lampedusa e la successiva partenza per la rotta mediterranea al fianco degli operatori, che saranno protagonisti anch'essi sul palcoscenico.
Il dopo? Baraldi lo racconta nell'intervista: oltre un mese di navigazione, due soccorsi in cui 156 persone sono state strappate dalla morte, le stesse con cui gli artisti hanno condiviso il dramma della rotta migratoria più letale al mondo, che il regista definisce il più grande rimosso collettivo della civiltà europea, e poi la felicità per l'avercela fatta a ingannare un destino che sembrava segnato.
E i fotogrammi sono forti, e parlano da sé.
Da quelle piccole barche che si trasformano in trappole letali per i migranti, stipati e spesso uccisi dai fumi dei motori, agli sguardi di chi ce la fa sospesi tra la paura di trovarsi di fronte la Guardia costiera libica e il sollievo nel realizzare che invece si tratta di operatori di Ong. E poi la scena che definisce un inno alla vita: una festa in mare, nel cuore del dramma, cucita sul suono di una musica araba riprodotta con il telefono di un giovanissimo sopravvissuto.
Baraldi, avete deciso di non limitarvi a raccontare il Mediterraneo centrale da osservatori, ma di salire a bordo della Sea-Watch 5 e condividere per settimane la vita con l'equipaggio: qual è il primo pensiero ricordando quei giorni?
Che ci siamo trovati di fronte una realtà durissima, un Mediterraneo che è vittima di una grande contraddizione del nostro tempo: un simbolo di bellezza e al contempo una fossa comune con oltre 40 mila morti in 10 anni. Sembra un'assurdità, ma il primo pensiero che ho avuto è che i migranti esistono davvero, perché anche se le notizie ci arrivano tutti i giorni, vederseli di fronte uno per uno è totalmente diverso: abbiamo partecipato a due salvataggi in cui oltre 150 persone sono state strappate alla morte, e a differenza di altre volte in quel caso è andato tutto bene. Quello che mi rimarrà negli occhi è la paura di quelle persone che dapprima avevano scambiato la Sea-Watch 5 per una nave della Guardia Costiera libica, e poi anche il loro sollievo nel vedere che invece eravamo di una Ong. Parliamo di persone di ogni età che attraversano il mare alla ricerca di una vita migliore e che spesso muoiono in modo terribile.
Dal suo tono emerge il segno che ha lasciato in voi quello che avete visto: lo sguardo era di chi, pur essendo a conoscenza del fenomeno, se l'è trovato relmente di fronte.
Esattamente e ci sono alcune cose che mi sono rimaste maggiormente impresse: dalla complessità delle missioni in mare, dietro cui c'è un'organizzazione e un'operatività incredibili, al lavoro degli operatori impegnati fino alle questioni tecniche relative alla nautica. Il livello e la capacità di gestire le situazioni sono incredibili e questo permette di effettuare un numero di operazioni che non ci aspettavamo. Mi sono poi reso conto di come, soprattutto ultimamente, partono i migranti: a bordo di imbarcazioni piccole con un ponte inferiore, dove vengono stipate tantissime persone che spesso muoiono intossicate a causa del fumo del motore. Anche noi ci siamo trovati di fronte a questa situazione e fortunatamente il personale medico è riuscito a rianimare alcuni feriti, sospesi tra la vita e la morte.
Al di là delle scene più dure, ci ha svelato "a microfoni spenti" una scena che a sua detta non scorderà mai, che ha definito quasi un inno alla vita.
Esattamente, quando anche le persone in condizioni peggiori sono state stabilizzate, e questi migranti hanno capito che ce l'avevano fatta a salvarsi, hanno voluto festeggiare: qualcuno di loro era riuscito a tenere con sé un telefono, e con le casse Bluetooth degli operatori hanno voluto ascoltare della musica. Ho negli occhi un giovane ragazzo siriano che aveva sul suo smartphone musica araba, e molti hanno iniziato a ballare: è stato un modo per dire "siamo scampati alla morte, abbiamo evitato la possibilità di non arrivare vivi a domani". Un momento di vita così forte e vero che non dimenticherò mai e allora ci siamo detti che era giusto provare a raccontare, e a dare dignità, a quello che ci siamo trovati davanti agli occhi.
Dalla vita vera al palcoscenico. Questo progetto affonda le radici, se così si può dire, in un'altra storia drammatica che avete raccontato: il licenziamento in tronco di oltre 400 operai di una fabbrica.
Da dieci anni la compagnia si dedica al teatro documentario, con l’obiettivo di raccontare la realtà in modo diretto e aderente ai fatti di cronaca. Dopo l’esperienza del 2022 con “Il Capitale”, realizzato insieme al collettivo dell’ex GKN e ad alcuni degli operai licenziati, il gruppo è stato contattato da operatori delle ONG impegnate nel soccorso in mare, tra cui Sea-Watch, Open Arms ed Emergency, colpiti dal loro modo di narrare quello che era accaduto. Pur consapevoli delle complessità politiche e retoriche legate al tema delle migrazioni, abbiamo scelto di approfondire direttamente la materia: ci siamo imbarcati sulla Sea-Watch 5, nel Mediterraneo centrale, conoscendo da vicino l’equipaggio. Da quell’esperienza è nato uno spettacolo costruito su una doppia narrazione: da un lato lo sguardo esterno della compagnia, dall’altro la testimonianza diretta di cinque soccorritori reali, che portiamo in scena e che raccontano la propria esperienza, intrecciando storie personali e riflessioni su dieci anni di impegno civile in mare.
La domanda che le pongo ora si collega a una sua riflessione precedente: come si porta tutto questo sul palcoscenico senza tradirlo?
Parliamo di una sfida narrativa enorme. Per noi è stato decisivo lavorare con cinque persone che fanno davvero questo mestiere: non siamo quindi soli a raccontare un fenomeno vissuto solo per poche settimane. Le dico subito, non volevamo realizzare un "volantino" celebrativo. Era infatti importante analizzare anche le contraddizioni, le difficoltà etiche e politiche: il tema è infatti molto polarizzato, e quando si parla di soccorsi in mare sentiamo da un lato espressioni positive come “angeli del mare” e dall'altra definizioni negative come “taxi del mare”. Tra questi due poli del dibattito danzano però una quantità di domande che riguardano anche la nostra identità europea: l’Europa è la culla dei diritti umani, ma è anche lo spazio politico che lascia accadere questo massacro ai propri confini. Lo spettacolo interroga quindi proprio noi cittadini: che cosa sta diventando l’Europa?
Ci spiega meglio la scelta di portare degli operatori della Sea Watch 5 in scena?
Perché l’autorevolezza di chi racconta la propria storia è unica, e lo spettatore è nella stessa stanza con chi quell’esperienza l’ha vissuta: c’è, insomma, una spontaneità che non è filtrata dalla recitazione. Alcuni raccontano episodi estremamente drammatici vissuti in prima persona che credo che, se fossero interpretati da un attore che non li ha vissuti, perderebbero inevitabilmente forza.
Che cosa aggiunge il teatro rispetto a un’inchiesta o a una testimonianza televisiva sull'argomento?
Quei racconti sono veri ma in questo caso costruiti formalmente: abbiamo lavorato a lungo su parole, ritmo e struttura per renderli potenti, in modo da farli arrivare direttamente al pubblico. Inoltre il teatro offre tempo e compresenza: quasi due ore insieme, nello stesso spazio, con una densità di contenuti e una relazione diretta difficilmente replicabile altrove. E il fatto che queste persone girino per mesi in tournée rafforza l’urgenza della loro testimonianza.
Nello spettacolo emerge poi un concetto, quello di un "grande rimosso europeo". A cosa vi riferite?
Sul tema delle morti nel Mediterraneo c’è un’enorme quantità di notizie, ma forse proprio questa ridondanza copre la questione di fondo: se un essere umano sta affogando, naturalmente si dovrebbe tendere un braccio per provare a salvarlo, e questo è un gesto di umanità oltre che un obbligo giuridico previsto dal diritto del mare. Negare quel gesto significa negare qualcosa di fondamentale per l’essere umano. È questo il rimosso: prima ancora di tutte le riflessioni "politiche", c’è un gesto elementare che non dovrebbe essere messo mai in discussione, e questo purtroppo avviene.
Lei ha toccato con mano, umanamente e artisticamente, una delle pagine più difficili del presente che viviamo. C’è ancora spazio, a suo avviso, per costruire sempre più una coscienza critica sul tema, pensando soprattutto alle nuove generazioni?
Sono convinto che ci sia spazio, e forse persino una maggioranza silenziosa pronta a condividere questo approccio. Il punto è che la Storia, oggi, sembra correre a una velocità vertiginosa: nel Mediterraneo e attorno a noi stanno accadendo eventi che ci obbligano a cambiare sguardo e a interrogarci su quali macerie e quali scorie stiamo lasciando dietro di noi, e in questo scenario è fondamentale fermarsi e porsi domande sul nostro rapporto con il presente. Nelle nuove generazioni, che incontriamo negli spettacoli e nelle scuole, vediamo però grande attenzione al tema: per questo resto ottimista sul fatto che nei prossimi anni potremmo assistere a un’inversione di rotta
Dal vostro lavoro emerge una domanda provocatoria, se si salva più chi viene soccorso o chi soccorre. È una provocazione drammaturgica o una domanda che vi ha davvero attraversati durante la navigazione?
Ha colto uno dei nuclei più forti dello spettacolo: in scena affrontiamo proprio le ragioni che spingono le persone a essere lì. C’è chi le immagina mosse solo da un impulso umanitario e chi, al contrario, magari da questioni ideologiche. La verità è perlopiù complessa, e le abbiamo osservate con i nostri occhi: le motivazioni sono molteplici e includono anche una dimensione di ricerca e di redenzione personale. Per alcuni impegnarsi nei soccorsi significa dare un senso alla propria vita e sottrarsi a un modello sociale dominato da individualismo e competizione. E in quest'ottica si salva sì chi è in pericolo, ma si tenta anche di salvare una parte della nostra umanità.
Un'ultima domanda, che racchiude forse tutte le riflessioni fatte fino a questo punto: qual è il messaggio più urgente che vorrebbe che il pubblico portasse con sé una volta uscito dal teatro?
Non puntiamo a consegnare messaggi, ma a far uscire il pubblico con domande migliori di quelle con cui è entrato. Chi viene a teatro spesso è già sensibile a ciò che accade nel Mediterraneo e quindi la sfida è andare oltre la rassicurazione di sentirsi “dalla parte giusta” e interrogarsi su quanto tutto questo ci riguardi personalmente, nelle scelte quotidiane o nell’espressione di un voto. Allargo lo sguardo ad altri fatti: le oltre 40 mila morti in mare degli ultimi dieci anni, quanto accade a Gaza, le crisi occupazionali e, per parlare di un tema vicino alla vostra area di competenza, tragedie come il crollo del ghiacciaio della Marmolada, causato anche dal cambiamento climatico, non sono fenomeni isolati ma parte di un quadro interconnesso di politiche e responsabilità. È su questo intreccio che occorre riflettere e agire, riconoscendosi in un fronte comune di consapevolezza.












