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Cavit-Cantina di Lavis, un colosso che supererà i 250 milioni di euro di fatturato

Accordo raggiunto dopo un lungo iter di trattative, per superare incomprensioni reciproche e mettere fine alla crisi gestionale della Lavis, iniziata nel 2009. Cesarini Sforza e Casa Girelli acquisite dal gruppo Cavit, mentre Cantina di Lavis e Valle di Cembra entra nella compagine sociale del Consorzio

Di Nereo Pederzolli - 16 dicembre 2019 - 17:08

TRENTO. E’ il matrimonio enoico dell’anno, sancito con tanto di brindisi decisamente doc: la cantina Lavis/Cembra rientrano in Cavit. Operazione che sancisce la crescita di un colosso che supererà i 250 milioni di euro di fatturato, ponendosi ai vertici del vino italiano. Soddisfazione e nuove strategie per valorizzare l’intero comparto vitivinicolo trentino. A prescindere dai dati e dalle ripercussioni su i rapporti di forza nella variegata produzione dolomitica.

 

"Si volta pagina, superate le difficoltà economico gestionali, per guardare con fiducia al futuro. Tra sostenibilità e garanzia dei rispettivi marchi – ha ribadito Pietro Patton, presidente della Lavis, vero ‘traghettatore’ del rientro nella ‘casa madre’ di Ravina – con la cantina lavisana che diventerà una sorta di grande vignaiolo, anzi: il più grande, con oltre 800 soci decisi a difendere la loro l’autonomia, in tutto".

 

Precisazione d’esordio ad una conferenza stampa dove i dirigenti Cavit hanno sostanzialmente ribadito solo la loro comprensibile soddisfazione per la nascita di questo nuovo, potente assetto strategico. "E’ un’operazione di stampo industriale tra due società – ha subito spiegato il presidente Cavit Lorenzo Libera – per gestire al meglio le pregiate produzioni vanto delle colline lavisane e quelle cembrane". Cesarini Sforza e Casa Girelli. La prima, a potenziare il marchio nella sua autorevole referenzialità del Trento Doc, mentre Casa Girelli mirerà al mercato estero

 

Cantine con managements distinti. Con una sinergia che parte dalla gestione agronomica dei vigneti, puntando all’ecosostenibilità, pure all’introduzione di nuove varietà di viti ‘resistenti’, quelle che consentono vinificazioni rispettose dell’habitat. Accordo raggiunto dopo un lungo iter di trattative, per superare incomprensioni reciproche e mettere fine alla crisi gestionale della Lavis, iniziata nel 2009. Raggiungimento dell’intesa con l’apporto fondamentale delle banche ( si parla di una quarantina di milioni di euro) per dare impulso a produzioni mirate, in grado di fare la differenza.

 

Per segmentare pure l’offerta. Conciliare le varie richieste del mercato internazionale, per rilanciare la pluralità vitivinicola, e dunque aumentare il patrimonio della collettività. "Non si tratta di suddividere tra buoni e cattivi – ha detto Enrico Zanoni, direttore generale Cavit – ma rispettare regole e richieste di un mercato altrettanto diversificato". 

 

Cavit si rafforza, Lavis con Cembra torna ad essere cantina che punta esclusivamente a coltivare vigneti per vini sempre più identitari. Un matrimonio che certamente suscita qualche dubbio tra i vignaioli più radicati al concetto dipiccolo è bello e buono’. Per questioni legate non tanto ai risultati del fatturato -  in Trentino, il vino, movimenta oltre mezzo miliardo di euro annui, nonostante la produzione locale non superi il milione di ettolitri – piuttosto per il distinguo d’immagine, per peculiarità dei singoli territori. Cavit e Lavis Valle di Cembra, però, s’impegnano a non badare ai campanilismi e per guardare lontano verso traguardi d’eccellenza. Nel mirino di ogni cantina, indipendentemente dalle dimensioni produttive.

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