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Gruppo Mezzacorona stagione al top, fatturato da 187 milioni con una resa da record: quasi 20mila euro per ettaro

Luca Rigotti riconfermato alla presidenza del Gruppo Mezzacorona. Ben 65 milioni di euro liquidati agli affiliati: “Qualità, sostenibilità e coinvolgimento dei soci” gli ingredienti del successo. Presentata anche l'ultima novità della casa una versione di chardonnay che può vantare pure la Doc Alto Adige

Di Nereo Pederzolli - 14 dicembre 2019 - 19:28

MEZZOCORONA. Ottimismo e grinta per nuove sfide, è con questo spirito che il Gruppo Mezzacorona ha presentato un bilancio decisamente positivo. Lo dimostrano i numeri, che in estrema sintesi fissano a 187 milioni il fatturato consolidato con ben 65 milioni di euro liquidati ai soci. Tra i dati snocciolati ci sono cifre e prospettive di mercato, l’80% prende la via dell’export in mezzo mondo, mentre il settore vitivinicolo trentino rilancia fusioni tra colossi enologici: la Lavis che ritorna sotto la protezione Cavit, per dar vita ad un gruppo da oltre 250 milioni di euro, progetti che però dovranno comunque fare anche i conti con la Brexit e un mercato internazionale sempre più competitivo. Una questione, questa, che però non spaventa: lo hanno ribadito i dirigenti di Mezzacorona, anche durante l’assemblea dei soci che ha riconfermato alla presidenza Luca Rigotti, autorevole esponente della cooperazione vitivinicola anche in campo nazionale.

 

“Qualità, sostenibilità, coinvolgimento dei soci” gli ingredienti del successo. I soci poi hanno sicuramente di che rallegrarsi visto che la resa è da record, attorno ai 20 mila euro ettaro. Una remunerazione per continuare a coltivare la vigna e per farlo con metodi sempre più rispettosi dell’habitat. In un mix tra esigenze di fatturato (oltre 3 milioni l’utile netto, quasi 500 i collaboratori impegnati) e salubrità viticola. Il tutto per proporre una gamma di vini assolutamente in sintonia con il rapporto qualità-prezzo, rilanciando al contempo micro zonazioni, vale a dire esaltare le specificità di alcuni vigneti che compongono il variegato mosaico colturale. Chicche, di pregio indiscutibile. Con la medesima filosofia di certi vignaioli: pochissime bottiglie (mai sopra le 5 mila) da uve iper-selezionate.

 

L’ultima novità di casa, dopo il mueller thurgau e un pinot grigio, è una versione di chardonnay che può vantare pure la Doc Alto Adige, in quanto prodotto da Mezzacorona nei vigneti dei suoi soci di Salorno. Vini d’immagine, testimoni del cipiglio imprenditoriale. Con altrettanta attenzione allo spumante classico, come il Flavio, un Trento Doc da qualche anno abbonato ai Tre Bicchieri del Gambero Rosso.

 

“La qualità non teme confronti – ha detto il presidente Luca Rigotti – nemmeno sui mercati più ostici”. Ecco allora l’accenno alla Brexit. “La nostra presenza in Gran Bretagna è posizionata sulla fascia di vini di buon livello, forti dell’origine e della loro identità. La Brexit non graverà più di tanto su questa fascia di mercat”.

 

La questione inglese, comunque, dopo le recenti elezioni, ha subito scatenato in campo nazionale una ridda d’ipotesi sul consumo di vino. Con tantissime contrapposizioni. Per gli analisti di Nomisma – secondo le subitanee consultazioni – caleranno i consumi. Lo confermano le risposte al test sottoposto a dei consumatori scelti a campione: oltre la metà ha ribadito che ridurrà i consumi di vino o addirittura smetterà (?) di bere.

 

E ancora, alla domanda: se per effetto della Brexit il prezzo del vino italiano crescesse del 10% rispetto ad oggi, come cambierebbero le sue abitudini di consumo?
Le risposte sono state “ridurrò i consumi” (42%); “continuerò a consumare a prescindere” (24%); “manterrò invariato il consumo se la qualità rimarrà alta” (23%); “smetterò di consumarlo” (11%).

 

Il mercato del Regno Unito è spaccato in due: il canale della grande distribuzione, con vini di basso prezzo, e quello della ristorazione con i FineWine (quelli verso i quali punta anche Mezzacorona). Dall’indagine emerge anche che il consumatore britannico beve vino occasionalmente 2 volte su 10 fuori casa. E ricerca vini a Denominazione nel 48% dei casi oppure si orienta con i brand per il resto. Nella ristorazione londinese, i fine wines francesi la fanno da padrone con quasi il 60% delle referenze presenti nelle wine list. L’Italia segue a distanza con il 16% e con una focalizzazione sui vini rossi che rappresentano i 3/4 di questa offerta. Per quanto riguarda la spumantistica, gli inglesi amano il Prosecco al punto che ne consumano oltre 120 milioni di bottiglie l’anno. Ma questa è un’altra storia. Che non riguarda il Trentino.

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