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Crisi della manodopera nei campi trentini, annata garantita anche dai richiedenti asilo. Sandri: "Fanno il lavoro che gli italiani non vogliono"

Le Acli Terra, dopo un anno di sperimentazione, stanno organizzando programmi di formazione per i richiedenti asilo accolti nei centri d'accoglienza e nelle cooperative. Lo scopo è prepararli per il lavoro agricolo, tradizionalmente svolto da squadre di braccianti provenienti dall'Est Europa, calati sostanzialmente negli ultimi due anni. Il membro della presidenza Flavio Sandri: "Senza di loro, la stagione di raccolta sarebbe stata molto più dura"

Di Davide Leveghi - 12 febbraio 2020 - 05:01

TRENTO. Trovare manodopera per i campi non è cosa facile. Trentini e italiani preferiscono in gran parte altri lavori e il grosso dei lavoratori agricoli è ormai da anni composto da persone provenienti dall'Est Europa. Arrivati individualmente o in gruppi, dopo lunghe traversate in pullman, viaggi in aereo o con furgoncini privati, lavoratori ucraini, moldavi, rumeni o polacchi contribuiscono alla raccolta di piccoli frutti, di mele o alla vendemmia, svolgendo un ruolo insostituibile per le aziende agricole trentine e, di conseguenza, per l'economia provinciale.

 

Negli ultimi due anni, però, l'equilibrio pare essersi incrinato. I lavoratori est-europei giungono in Trentino, partecipano attivamente a parte della stagione e poi se ne vanno verso "lidi più felici", spesso corrispondenti a paghe più convenienti. “Non sappiamo se lo facciano perché trovano un'occupazione nei loro Paesi o perché preferiscono andare in Germania, in Francia, dove le paghe sono superiori - racconta Flavio Sandri, membro del comitato direttivo di Acli Terra, il sindacato cattolico impegnato anche nel settore agricolo a tutela di lavoratori e aziende agricole, oltre che proprietario di una piccola azienda agricola – ma capita ormai piuttosto spesso che dalla mattina alla sera gruppi di loro lascino il lavoro, chiedendo di essere pagati e lasciando in grande difficoltà le aziende”.

 

Per questo, grazie alla sua vocazione sociale, Acli ha deciso di dar vita ad un programma strutturato di formazione e assunzione dei richiedenti asilo e degli emigrati che ovvi alla scarsità di manodopera agricola offrendo un'occupazione e un percorso formativo che li sottragga alla strada, e, di conseguenza, a tutte le attività anche illecite che ne possono derivare.

 

“Da un paio d'anni viviamo una situazione di sottoraccolta – continua Sandri – specie nel periodo decisivo che va da fine agosto a ottobre. La mancanza di manodopera, offerta solitamente dalle squadre provenienti dall'Est Europa, pone in difficoltà le aziende agricole. Nel biennio 2018-2019 le condizioni a cui eravamo abituati sono cambiate. Per questo qualche azienda e Acli hanno deciso di sperimentare l'assunzione di manodopera africana, già presente sul territorio e dimostratasi seria e responsabile”.

 

“Acli, nella sua funzione di rappresentante delle aziende agricole e di sindacato agricolo, vuole essere solidale, fa ciò che sta nel suo DNA, essere solidale e dare una mano a chi ha bisogno, valorizzando una manodopera tolta dalla piazza e dalla strada e avviata in un percorso di formazione, previsto per la primavera, consistente in un corso anti-incendio, in un corso di primo soccorso, in uno di potatura delle piante, e così via”.

 

I soggetti coinvolti sono gli emigrati risiedenti nei centri d'accoglienza, nelle cooperative e in alcune case dell'arcidiocesi. Acli collabora con loro, segue coloro che hanno ottenuto il permesso di soggiorno, offrendo un'occupazione nei campi che risponde alla duplice necessità di manodopera da parte delle aziende della rete Acli e di lavoro regolare e onesto dei rifugiati giunti in Italia alla ricerca di una vita migliore, lontana dalla fame e dalle guerre, spesso determinante per le famiglie rimaste nel Paese d'origine.

 

“Si parla per lo più di ragazzi provenienti dal Centro Africa – prosegue Sandri – noi puntiamo ad aprire loro le porte del mondo del lavoro, togliendoli prima dalla strada, dando loro una formazione poi. Alcuni diventeranno artigiani o braccianti, molti trovano lavoro. Abbiamo cominciato lo scorso anno con alcune decine di lavoratori coinvolti, che in certi casi hanno trovato spontaneamente lavoro poi, in altri sono stati aiutati a trovarlo. Da quest'anno si vuole puntare a fare qualcosa si più strutturato”.

 

E così con la primavera Acli darà vita a veri e propri corsi di formazione, preparando la manodopera al lavoro nei campi nella stagione di raccolta. Il loro ruolo, viste le “defezioni” della tradizionale manodopera est-europea, diviene centrale.

 

“Parliamo di persone che provengono da storie difficili, che hanno avuto difficoltà ad arrivare in Italia – prosegue – alcuni di loro, grazie ai lavori nei campi, sono pure riusciti a tornare per le ferie nei loro Paesi. Nell'autunno passato sono state tantissime le aziende che hanno assunto lavoratori africani. Se non ci fossero stati loro sarebbe stata molto dura la stagione di raccolta, e non credo che avremmo finito nei tempi previsti”.

 

I lavoratori africani offrono un “tappo” ad un “buco”, una soluzione a un problema di scarsità. Perché di contro alla classica argomentazione che rimbalza sui media, non rubano il lavoro a nessuno – italiani in particolare – visto che quel lavoro gli italiani non lo vogliono proprio. “I locali e gli italiani che lavorano nei campi sono pochissimi – assicura Sandri in quanto rappresentante di Acli Terra e proprietario agricolo – c'è qualche studente, che però comincia la scuola a settembre, qualche pensionato e poca manodopera femminile”.

 

Questo perché probabilmente trovano altri lavori – conclude – o perché disoccupazione non ce n'è. Le aziende perciò sono alla ricerca di manodopera e si rivolgono ad altri. I trentini non vogliono lavorare nei campi”.

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